- Le indagini svolte in tutto il Paese dimostrano che le gang nigeriane sono sempre più pericolose: controllano smercio di droga e prostituzione sfruttando i clandestini sbarcati. Con il rischio che si infiltrino estremisti islamici.
- La tratta è organizzata dall’Italia con reti di complicità che arrivano nei villaggi. Le Ong nel Mediterraneo di fatto fungono da ponte. Nei centri d’accoglienza operano le cosche.
Lo speciale contiene due articoli
Quando scendono dal barcone o dalla nave che li ha portati in Italia sono ancora convinti che troveranno un buon lavoro per migliorare la loro condizione economica. E anche quando l’organizzazione criminale che li ha presi in carico gli organizza la fuga dal centro d’accoglienza, non hanno idea di quale sarà la loro fine. La realtà, cruda, gli verrà sbattuta in faccia poco dopo. Quando con un rito voodoo verrà tolta la libertà alle donne e con un rito tribale di affiliazione gli uomini giureranno fedeltà al gruppo mafioso di riferimento.
Non lo dimostrano soltanto i recenti arresti a Parma e Torino. La mafia nigeriana è presente in tutta Italia e ha scalato le classifiche della mala fino a piazzarsi in modo stabile proprio dietro le cosche tradizionali. Gli esperti dell’antimafia ritengono che dopo Cosa nostra, dopo la ‘ndrangheta, dopo la camorra e la Sacra corona unita si collochi, per pericolosità e ramificazione, la mala nigeriana.
L’allarme della dia
Ora questo concetto è consacrato anche nell’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia che ai mafiosi nigeriani dedica un capitolo a sé. Sottolineando che non va sottovalutata anche la contaminazione da parte di espressioni estremiste filo islamiche presenti in Nigeria dove Boko Haram continua a diffondersi. Ed è dalla Nigeria che comincia tutto. Lì recluta la mala nigeriana. Sa come far arrivare in Italia i clandestini. E poi li mette a lavorare. Le ragazze sul marciapiede, gli uomini a spacciare droga.
L’allarme lo lanciò già nel 2017 un magistrato di sinistra, che ora fa il parlamentare europeo nei banchi del Partito democratico. Si chiama Franco Roberti, era il procuratore nazionale antimafia, e usò queste parole nell’ultima relazione che inviò al parlamento. «Non va sottovalutato che il costante arrivo di cittadini stranieri nel nostro Paese, sia comunitari sia extracomunitari (anche irregolari), rappresenta un ricco bacino di ingaggio da parte di organizzazioni criminali». Ma è il passaggio successivo a non lasciare dubbi su quella che già due anni fa era un’emergenza: «Tale fenomeno, aggravato spesso dall’incapacità di garantire idonee forme di integrazione sociale, contribuisce al consolidamento di strati di popolazione di immigrati residenti con reddito bassissimo, preda degli appetiti dei sodalizi criminali etnici e locali». E quindi, chi non è arrivato in Italia già affiliato, si è dato alla mala quando è rimasto a secco.
Nel 2017 il dato più allarmante registrato con riferimento all’immigrazione clandestina era già rappresentato dallo sfruttamento della prostituzione. È ancora una volta Roberti a spiegare come funziona: «Le ragazze nigeriane, reclutate nella loro nazione di origine con la promessa di un posto di lavoro in Italia, sono di fatto ridotte in schiavitù, approfittando anche della situazione di vulnerabilità psicologica determinata dalla celebrazione di un rito voodoo come garanzia».
Le cose, a causa anche di vecchie sottovalutazioni, sono man mano peggiorate. E l’Italia si è svegliata, come ha più volte denunciato La Verità, con i tentacoli della mala africana in tutto lo Stivale. Lo dimostrano le inchieste che colpiscono quest’ultima fase del ciclo migratorio. E allora, il 9 luglio a Parma, nel quartiere Oltretorrente, i cittadini si sono svegliati mentre era in corso l’operazione Hope and destiny. I nigeriani reclutavano dall’Italia ragazze in Nigeria con la promessa di un lavoro stabile, organizzavano il loro viaggio verso l’Europa anche tramite centri di smistamento in Libia e poi, una volta in Emilia, riuscivano a ridurle in schiavitù avviandole alla prostituzione.
Indagini fotocopia
Le inchieste giudiziarie sono l’una la fotocopia dell’altra. A dimostrazione che la mafia africana è presente in tutta la penisola. Basta andare a ritroso di qualche mese per accorgersene. Il 13 giugno è Palermo a svegliarsi tra le sirene della guardia di finanza. Gli investigatori ricostruiscono che le giovani nigeriane, fatte salire sui barconi dopo macabri riti voodoo, promettevano di restituire i 30.000 euro anticipati dalla gang per il viaggio della speranza. Contavano di farlo con il loro nuovo lavoro. E tra le lacrime, alla fine, sono state costrette a prostituirsi sui marciapiedi del Foro Italico, alla Favorita, in corso Tukory. I carabinieri del nucleo investigativo, coordinati dalla procura di Torino, hanno sgominato un’organizzazione criminale internazionale tutta al femminile specializzata nella tratta di giovani nigeriane destinate alla prostituzione.
Qualche volta, addirittura, come ha scoperto la Procura di Torino lo scorso aprile, l’organizzazione criminale era tutta al femminile. Le maman le intercettavano una volta arrivate nei centri di accoglienza. Spiega il procuratore aggiunto Paolo Borgna: «Intorno ai centri di accoglienza vi è un brulicare di attività criminali. Una volta arrivate sul territorio nazionale, le donne erano accolte nei centri del Piemonte e lì venivano recuperate da ragazzi che si presentavano come cugini o fidanzati». A marzo, invece, a Caserta gli investigatori hanno scoperto che gli arrestati avevano agito «con altri soggetti allo stato non identificati in Nigeria e in Libia».
La Procura spiega bene che le nigeriane non scappavano dalla guerra, ma che la realtà era ben altra: erano finite nel traffico di esseri umani. E, infatti, ecco l’accusa: «Tratta di persone, reato pluriaggravato dalla transnazionalità e dall’aver agito in danno di minori, esponendo le persone offese a un grave pericolo per la vita e l’integrità fisica».
Stesso copione a Messina. Gli arresti risalgono al 25 gennaio. Tratta di esseri umani, sfruttamento della prostituzione. Il procuratore aggiunto Giovanna Scaminiaci spiega: «Le indagini sono partite dalla segnalazione di un’operatrice di un centro di accoglienza e hanno portato alla scoperta di un vero e proprio triangolo: Nigeria, Libia, Italia». Le vittime erano ragazzine di 14 anni che, una volta in Italia, venivano accolte da una madame. E anche in questo caso gli ingredienti sono sempre gli stessi: il reclutamento in Nigeria, il passaggio in Libia, l’arrivo in Italia in un centro di accoglienza e poi i marciapiedi.
Anche gli uomini finiscono per strada, ma a spacciare droga. Sono ancora una volta le inchieste giudiziarie a raccontarcelo. E anche in questo caso ci sono i centri d’accoglienza di mezzo. Il Cara di Mineo, per esempio, prima che Matteo Salvini lo facesse smantellare, si scoprì che era un covo di pusher nigeriani che agivano indisturbati nell’attesa del loro permesso di soggiorno per ragioni umanitarie. Tutti arrivati con i barconi. Come a Firenze: i pusher della banda che aveva in mano i giardini della Fortezza da Basso vivevano tutti nei Cas, i centri di accoglienza straordinaria, dove nei loro alloggi è saltata fuori la droga durante le perquisizioni.
Mantenuti dallo stato
A Potenza c’era chi spacciava davanti alle scuole e chi aveva scelto il centro storico per le sue attività delinquenziali. Dopo il blitz si è scoperto che i nigeriani erano tutti residenti negli Sprar della città, mantenuti dallo Stato. E anche a Roma uno Sprar sulla Prenestina era diventato l’interporto della droga. Nel marzo scorso un albanese è stato beccato mentre faceva entrare nel centro quattro chili di marijuana. I nigeriani, poi, avrebbero dovuto smerciarla al dettaglio in città: anche in questo caso da migrante richiedente asilo a pusher il passo è stato breve.
Ma basta digitare su Google le parole droga e Sprar per capire che il fenomeno è endemico e che l’Italia è infetta. I finti profughi sono sempre più creativi. A Pesaro, ad esempio, un finto profugo del Gambia aveva nascosto la droga su un albero, sperando che i cani non la fiutassero. Ma gli è andata male. A Ragusa, un nigeriano richiedente asilo si era trasformato in un corriere della droga e aveva nascosto mezzo chilo di stupefacenti tra le spigole che doveva consegnare. A Caltanissetta, nell’alloggio di una nigeriana la guardia di finanza ha trovato due chili di hashish nel cestello della lavatrice. Ad Amantea, in Calabria, è ancora una volta un richiedente asilo nigeriano il protagonista della cronaca locale. Trasportava marijuana in grossi sacchi di farina. A Castel Volturno, città in mano alla mafia africana, tre nigeriani clandestini avevano nascosto eroina, cocaina e sostanza per tagliarla nella gabbia in cui facevano vivere dei conigli. A Rieti, invece, il solito nigeriano, questa volta con tanto di permesso di soggiorno nel portafogli, nascondeva la droga nella spazzatura di casa sua. E anche di casi come questo la cronaca è zeppa.
Fabio Amendolara
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >