Gravina indagato non molla il trono
Gabriele Gravina (Ansa)
Il capo della Figc, a rischio processo, resta saldo sulla poltrona. Ma due anni fa costrinse il presidente dell’Aia a dimettersi per un’inchiesta su un arbitro alle proprie dipendenze.

Quando a metà dicembre di due anni fa l’ex presidente dell’Aia Alfredo Trentalange fu costretto a dare le dimissioni su pressioni di Gabriele Gravina, intorno a lui rimasero in pochi. Del resto, il presidente della Figc aveva chiesto la sua testa per il caso di Rosario D’Onofrio, ex procuratore dell’associazione italiana arbitri, finito in un’inchiesta per traffico di stupefacenti. Trentalange con l’inchiesta dell’arbitro narcos non c’entrava nulla. C’erano state pressioni di commissariamento, anche se Trentalange era stato solo indagato dalla giustizia sportiva (non era neppure stato aperto il procedimento di primo grado) per un presunto omesso controllo su D’Onofrio. In sostanza gli era contestata solo un’omessa vigilanza e quindi sarebbe stato responsabile solo per conto terzi. Eppure, secondo il procuratore Giuseppe Chiné, fedelissimo di Gravina, Trentalange doveva essere condannato. Per di più lo stesso Gravina, durante un consiglio federale di quei giorni, arrivò persino a sostenere che per le nomine interne alla federazione venivano richiesti i carichi pendenti. Quelle pressioni su Trentalange erano soprattutto politiche, perché lo storico arbitro torinese non era allineato politicamente a Gravina che scelse al suo posto Carlo Pacifici. A distanza di due anni Trentalange è stato assolto dalla giustizia sportiva, anche perché come si legge nelle motivazioni che lo hanno scagionato, «le funzioni di controllo dell’attività amministrativa e contabile dell’Aia» si svolgono «nel rispetto delle norme amministrative e dei regolamenti contabili della Figc», cioè quelle stabilite dallo stesso Chiné e da Gravina. In pratica avrebbero dovuto dimettersi anche loro, per omesso controllo sull’arbitro narcotrafficante. Negli ultimi giorni sono stati indagati dalla giustizia sportiva per evasione fiscale il designatore Gianluca Rocchi, altro fedelissimo di Gravina, e l’ex arbitro Daniele Orsato, ma richieste di dimissioni non ne sono arrivate.

Ma soprattutto ora a essere indagato e a rischio processo è lo stesso Gravina. Lunedì scorso la procura di Roma ha chiuso procedimento che lo accusa di autoriciclaggio nella vicenda dei diritti televisivi Lega Pro 2018, tra contratti con Isg e vendita di libri antichi. Ora si attende la richiesta di rinvio a giudizio e poi sarà il gip a decidere. Ma per il presidente le regole sembrano diverse rispetto a quelle che avevano costretto Trentalange alle dimissioni. Nonostante lui risponda per responsabilità proprie e non di altri, come capitato all’ex numero uno dei fischietti italiani. Non solo Gravina non si dimette, ma ha deciso anche di ricandidarsi alla guida della Figc il prossimo 3 febbraio.

Qualche giorno fa un tesserato Aia ha scritto al garante Giuliano Amato. Si lamentava che Chiné non avesse ancora aperto un’indagine, che ieri è finalmente partita su impulso dello stesso Gravina. Ora si aspettano le mosse del ministro Abodi (che sulla vicenda Trentalange disse: «A volte si è colpevoli per aver commesso il fatto, ma a volte anche per non aver compreso il fatto…») e il numero uno del Coni Giovanni Malagò, gli unici che potrebbero commissariare la federazione. Nel frattempo, ieri mattina un presunto guasto al server ha messo fuori uso la rassegna stampa: gli associati non hanno potuto leggere né della chiusura indagini su Gravina né della nuova inchiesta sugli arbitri.

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