- Eliminato l’intervento di un lavoratore, ufficialmente per ragioni di tempo. La Delivery era stata multata per contratti in nero. «Vince il potere».
- Interrogati i tre indagati. Mariano Massone non risponde, mentre i genitori del Rottamatore decidono di parlare L’avvocato: «Chiesta la revoca dei domiciliari perché hanno lasciato tutti i ruoli: sono solo pensionati».
Lo speciale contiene due articoli
Non è l’Arena, e si nota. Nel salotto televisivo della domenica sera, su La7, Matteo Renzi non recita affatto la parte del gladiatore morituro ma, anzi, recupera parlantina e coraggio per la controffensiva senza contraddittorio sull’arresto dei genitori Tiziano e Laura, coinvolti nell’indagine sul crac di due cooperative che sarebbero state dissanguate, secondo l’accusa dei pm di Firenze, per privatizzare gli utili e pubblicizzare costi e perdite.
«Per la mia famiglia è stata la settimana più brutta della nostra vita. Poi io sono un rappresentante delle istituzioni, sono un ex presidente del Consiglio, e debbo onorare le istituzioni del Paese e dico solo una cosa: si vada a processo. E i processi si fanno nelle aule e non sul Web», ha detto domenica sera l’ex Rottamatore, ospite della trasmissione. A Pisa, da qualche parte, in religiosa attesa sul divano, in quegli stessi minuti, c’era una quindicina di famiglie che attendevano da Massimo Giletti il via a un servizio sui lavoratori in nero della Delivery service, società fallita della galassia renziana, perno centrale dell’inchiesta della Procura del capoluogo toscano. Servizio che non è mai andato in onda. «Il pubblico televisivo avrebbe potuto vedere e ascoltare il dramma di decine di persone come me e delle loro famiglie, per aver lavorato al nero e per mesi per le aziende e cooperative e le persone legate ai Renzi, Tiziano e signora compresi. Io avanzo ancora 13.800 euro di sfruttamento», ha reagito sui social il protagonista dell’intervista mancata, Fabio Marcaccini, ex dipendente della società. «È stata oscurata un’intervista che spiegava e portava le prove… Per dare invece spazio a “quanto si stava meglio quando c’era lui”… Un bel po’ di sana pubblicità gratuita al suo libro… Eppoi tutti sul pullman renziano ad ascoltare i discorsoni da intellettuali del suo elettorato… Vergogna!», ha scritto ancora Marcaccini. «Non si prendono in giro intere famiglie che hanno sofferto per almeno due anni lo sfortunato incontro lavorativo con la famiglia Renzi».
Ufficialmente, il video è saltato per motivi di spazio. Ma questa, secondo l’ex impiegato della Delivery service, sarebbe «la dimostrazione che il potere politico ed economico vale più della vita delle persone». «Mio padre, settantanovenne all’epoca dei fatti, ha sofferto per vedermi finire in questo dramma». Alla fine del lungo post, pubblicato sulla pagina ufficiale della trasmissione, Marcaccini ha aggiunto: «Ps: io mi sono svegliato stanotte e ripensando a ieri sera e a mio di padre, ho pianto».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche un altro ex dipendente della coop, che a Pisa gestiva una piattaforma per la distribuzione di vini e generi alimentari, Valerio Berardicurti. «Spiace che sia saltata l’intervista a Fabio», dice alla Verità, «sarebbe stato interessante vedere la reazione di Matteo davanti a un filmato del genere. Mi illudevo che finalmente avremmo avuto l’occasione per far conoscere le condizioni in cui abbiamo lavorato, invece… Non so che cosa sia successo, che cosa possa esserci dietro, se è stato – come pare – un problema di tempo. Non posso mettere in dubbio una spiegazione che mi viene data. Ma certo è che Matteo Renzi, che non doveva esserci, era lì; e Fabio, che doveva essere intervistato, invece non è stato mandato in onda. Altro, onestamente, non so aggiungere…».
La storia lavorativa dei dipendenti della Delivery service è costellata di ricorsi all’Ispettorato del lavoro e all’Asl. Molti non erano in regola, e quelli che potevano contare su un contratto trovavano pagate in busta paga solo una parte delle 12 ore effettivamente prestate.
E l’inquadramento, quando avveniva, era per la distribuzione di volantini anziché come autisti. La piattaforma era gestita dal napoletano Luigi Corcione, vicino a Mariano Massone, collaboratore di babbo Tiziano e come lui agli arresti domiciliari, e non offriva – secondo una lettera-denuncia sottoscritta nel 2010 da tutti i lavoratori – le «più elementari norme di sicurezza e igiene, soprattutto in considerazione del deposito di generi alimentari deperibili». Erano in «15 sotto il tetto di lamiera che d’estate portava la temperatura a 37 gradi». A rischio, a sentir loro, c’era la stessa incolumità degli addetti alle consegne. «Siamo usciti con furgoni non all’altezza delle più elementari norme di sicurezza, nonostante le migliaia di chilometri da percorrere – per 12/15 ore giornaliere alla guida, a volte per 500/600 chilometri in un giorno – altro che le quattro ore dichiarate sulle buste paga e sui contratti dei più “fortunati” assunti. È accaduto a parzialmente assunti e non assunti».
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