- Hanno favorito il successo di Donald Trump e si trovano al fianco dei fedeli di Roma contro aborto e agenda Lgbt. Nel Paese del samba tirano la volata a Jair Bolsonaro.
- «Presto in Brasile saranno più dei cattolici». Parla Carlo Cauti, giornalista italiano che vive a San Paolo: «Hanno successo perché promettono il paradiso sulla Terra».
Lo speciale contiene due articoli.
Poco più di un anno fa, sulla Civiltà Cattolica era stato pubblicato un editoriale che attaccava il «sorprendente ecumenismo» tra cattolici ed evangelici negli Stati Uniti, che avrebbe favorito il successo di Donald Trump. Ma chi sono gli evangelici che fanno tanto orrore a quelle gerarchie cattoliche che, durante la campagna elettorale del 2016, si erano apertamente schierate al fianco di Hillary Clinton? La Verità propone ai lettori un viaggio tra questi presunti «fondamentalisti religiosi» che indubbiamente hanno giocato un ruolo nel trionfo di Trump (circa l’81% di loro ha votato per The Donald). E che in Brasile, dove negli ultimi 40 anni si sono moltiplicati al punto che potrebbero superare il numero dei fedeli cattolici, sono capaci di tirare la volata al candidato «populista» alle elezioni presidenziali, Jair Bolsonaro.
Gli evangelici sono un gruppo protestante che crede nella necessità della «rinascita», dell’evangelizzazione e nell’indiscutibile autorità della Bibbia, considerata alla stregua di una cronaca storica cui bisogna aderire letteralmente. Tanto che, come riporta il Pew research center (una specie di Istat americana), circa il 60% degli evangelici non crede nella teoria dell’evoluzione. Le chiese evangeliche sono molte: pentecostali, battiste, mennonite, metodiste, o prive di denominazione. All’interno di questa composita galassia, però, è possibile ritrovare alcuni elementi comuni.
Innanzitutto, la distribuzione geografica. Gli evangelici (che sono circa il 26% della popolazione Usa, il gruppo religioso più numeroso della nazione) sono per lo più concentrati nella «Bible belt», la «cintura della Bibbia»: un’area che include gli Stati meridionali di Alabama, Arkansas, Carolina, Georgia, Kentucky, Louisiana, Mississippi, Oklahoma, Tennessee, Texas, Florida, parte del Midwest (Illinois, Ohio, Missouri), con qualche «sconfinamento» verso il Nordest (Pennsylvania e Virginia). Poi, il carattere etnico dei fedeli: il 76% di loro è composto da wasp («White anglo-saxon protestant», protestanti anglosassoni bianchi). Facile tratteggiarne un identikit: il 55% di loro è sposato, il 58% frequenta la chiesa almeno una volta a settimana, il 79% prega ogni giorno, il 60% considera la religione la guida per distinguere il bene dal male. Si capisce allora perché il 63% degli evangelici ritenga che l’aborto debba essere proibito, o perché il 55% consideri l’omosessualità una pratica da scoraggiare e il 64% si opponga «fortemente» al matrimonio gay. Ovviamente, l’imposizione dell’agenda femminista e gender a colpi di sentenze della Corte suprema Usa, da quella del 1973 sull’aborto a quella del 2015 sulle nozze omosessuali, non ha fatto altro che compattare il fronte evangelico in una lotta senza quartiere alle istituzioni liberal e moralmente corrotte.
Quanto alla politica e all’economia, gli evangelici sono convintamente liberisti: il 64% di loro vorrebbe ridurre il perimetro d’azione dello Stato, identificato con il tentacolare Big government. E il 56% ritiene che quando lo Stato prova ad aiutare i poveri fa più male che bene, anche se l’evangelicalismo non sembra essere una religione per soli ricchi: il 35% degli evangelici americani guadagna meno di 30.000 dollari l’anno, il 28% tra 50.000 e 100.000.
Paradossalmente, i più ricchi sono i pastori. Kenneth Copeland, che ha anche un network tv (caratteristica che accomuna molti predicatori) gestisce un business da 760 milioni di dollari e vive in un complesso parrocchiale da 6 milioni. Pat Robertson, figlio di un senatore repubblicano, ha una rete di attività da 100 milioni. Il «televangelista» Benny Hinn si «ferma» a 42. Dal canto suo, Trump, che è un populista, non è certo il tipo da reddito di cittadinanza. E si trova in perfetta sintonia con gli evangelici quando si oppone alle regolamentazioni del mercato per tutelare l’ambiente, o quando aderisce con convinzione alla causa di Israele. Che infatti sta molto a cuore agli evangelici, secondo i quali è la Bibbia a legittimare il diritto dello Stato ebraico alla sua terra.
Da molti punti di vista, la teologia evangelica è in contrasto con quella cattolica. Per i cattolici, ad esempio, le Sacre scritture vanno interpretate e non prese alla lettera; per non parlare poi dell’eterna disputa sulla presenza reale di Cristo nell’ostia consacrata. Ma al netto delle divisioni dottrinali, è indubbio che sul piano dei valori, dinanzi al comune nemico progressista, cattolici ed evangelici americani siano alleati. Il peso specifico dei secondi crebbe enormemente durante la presidenza di Ronald Reagan, che era presbiteriano ma condivise l’opposizione evangelica all’aborto («ho notato che tutti quelli favorevoli all’aborto sono già nati», commentò con il suo proverbiale umorismo affilato). Al contrario, i cattolici, per lo più non anglosassoni bensì ispanici o discendenti di italiani, sono stati tradizionalmente vicini al Partito democratico. Le cose però stanno cambiando: alle presidenziali del 2000 la maggioranza di loro votò per Al Gore contro George W. Bush; nel 2008 e nel 2012 per Barack Obama; ma nel 2016, il 58% del voto cattolico è andato a Trump e solo il 39% alla Clinton. E con la nomina di Brett Kavanaugh, cattolico, alla Corte suprema, si consoliderà la coalizione tra i fedeli della Chiesa di Roma e gli evangelici contro l’impalcatura costruita dai giudici liberal.
Gli Stati Uniti non sono l’unico Paese in cui gli evangelici spopolano. L’evangelicalismo cresce in tutta l’America latina, «scippando» fedeli alla Chiesa cattolica, specialmente in Brasile. Nel Paese del samba, la religione evangelica è in continua ascesa dagli anni Settanta. Fino al 1980 gli evangelici erano il 6,6% della popolazione. Nel 2010 erano arrivati al 22% (+230% in 30 anni). Al contrario, diminuiscono a ritmi impressionanti i cattolici: nel 1970 erano quasi il 92% della popolazione, nel 2000 si erano ridotti al 73,6%, calato ulteriormente al 64,6% nel 2010. Continuando così, in poco più di dieci anni potrebbe consumarsi il sorpasso degli evangelici sui cattolici. Ma perché una simile espansione?
Sull’immaginario carioca ha certamente avuto un notevole peso il tema della «rinascita», dell’adesione alla religione come atto consapevole compiuto da un adulto, che «muore» alla vita precedente ed entra in una vita nuova. Molte analisi, poi, concordano nell’affermare che i pastori evangelici hanno fatto molto proselitismo nelle periferie disagiate. Lì, nelle favelas, dove albergano povertà, degrado e violenza, gli evangelici praticamente si sostituiscono allo Stato come ente assistenziale. Al punto che in molte di quelle baraccopoli la percentuale di evangelici raggiunge anche il 50% degli abitanti. Sono illuminanti le testimonianze riportate di recente da Reuters. «Siamo come una famiglia», dice una donna che fa parte della Chiesa dell’assemblea di Dio di Cantagalo, vicino Rio de Janeiro: «La chiesa ci aiuta a trovare lavoro e a studiare». E un’altra fedele: «Quello che il mondo fisico non ci dà, ce lo dà la chiesa». Al Financial Times, un sociologo dell’Università di San Paolo, Ricardo Mariano, ha spiegato che «una delle ragioni dell’espansione evangelica è la capacità di queste chiese di formare comunità che funzionano da reti sociali oltre che da fonti di mutua assistenza». Bisogni materiali, ma anche bisogni spirituali, cui gli evangelici provvedono allestendo riti spettacolari, molto partecipati, in templi faraonici e costosissimi.
La predicazione non si basa solo sul contatto diretto. Basti pensare che Edir Macedo, fondatore della Chiesa universale del regno di Dio, che conta oltre 5 milioni di membri e 13.000 templi, è il proprietario del secondo più importante network televisivo brasiliano, Rede record. La rivista Forbes ha sollevato dubbi sull’origine dei fondi con cui Macedo ha acquistato la rete: il denaro sarebbe stato stornato dalle donazioni alla sua setta. I fedeli, però, non paiono preoccuparsene. Al contrario, le le decime continuano a rappresentare la principale fonte di sostentamento per le chiese evangeliche. Le quali, anche in Brasile, si articolano in una serie di denominazioni diverse: c’è la Chiesa pentecostale, ci sono gli Avventisti del settimo giorno, i Discepoli di Cristo, la Chiesa della pienezza del trono di Dio, la Chiesa mondiale del potere di Dio, eccetera.
L’evangelicalismo brasiliano è innanzitutto una potenza economica. Dalle decime arrivano quasi 4,5 miliardi di euro l’anno. Il mercato di libri, abiti, dischi e altri oggetti religiosi ne vale 4,8. E pure in Brasile sono molti i pastori milionari: Macedo avrebbe un patrimonio di 1 miliardo di dollari; quello di Vlademiro Santiago, della Mondiale del potere di Dio, ammonterebbe a 200 milioni; quello di Silas Malafia, dell’Assemblea di Dio, a 150 milioni. E con le conversioni in aumento, gli evangelici sono ormai diventati pure una forza politica rilevante, capace già di riportare una vittoria simbolica: il sindaco di Rio, Marcelo Crivella, è un pastore evangelico ed è il nipote di Macedo. La geografia elettorale, però, è un po’ più complessa rispetto agli Stati Uniti. Gli evangelici brasiliani, come quelli Usa, sono tradizionalisti sui temi come aborto, nozze e adozioni gay eccetera. E l’85% di loro, ha riportato qualche settimana fa Le Figaro magazine, si dichiara di destra. Secondo la rivista francese, però, soltanto il 34% degli evangelici aveva manifestato l’intenzione di votare per Bolsonaro, che pure si è convertito dal cattolicesimo all’evangelicalismo con un battesimo officiato dal pastore Everaldo Dias Pereira, bollato come «nemico pubblico» dalla lobby lgbt. I responsabili della campagna di Bolsonaro hanno subito compreso che i voti evangelici erano fondamentali per vincere, mentre questi ultimi sperano che Bolsonaro annulli il riconoscimento delle unioni civili e impedisca la piena legalizzazione di aborto, droghe leggere, gioco d’azzardo e ricerca sulle cellule staminali. E uno degli ultimi sondaggi ha rivelato che il 61% degli evangelici brasiliani voterà per Bolsonaro. Il pastore Macedo, su Facebook, ha scritto: «I cristiani non sono d’accordo al 100% con Bolsonaro, ma sono in disaccordo al 100% con il ritorno del Partito dei lavoratori», lo schieramento che sostiene il candidato di sinistra Fernando Haddad. Il blocco evangelico in Parlamento, in effetti, aveva votato quasi concordemente per l’impeachment della ex presidente Dilma Roussef, erede di Lula.
È ancora presto per avere dati precisi sul comportamento alle urne degli evangelici brasiliani. Al primo turno, in fondo, Bolsonaro ha vinto in tutti gli Stati del Sud, dove la presenza evangelica è meno radicata. Ma è sicuro che al candidato di destra, in vista del ballottaggio del 28 ottobre, quel voto «fondamentalista» fa gola. E così, nonostante papa Francesco abbia tuonato più volte contro l’aborto, nella battaglia del continente americano per i diritti non negoziabili, a un cattolicesimo in arretramento potrebbe sostituirsi un esercito protestante.
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