- La sentenza Aemilia: «I candidati a sindaco di Reggio andarono a Cutro senza dire che i voti della ‘ndrangheta erano sgraditi».
- La Lega: se ne occupi la commissione Antimafia. Nuovo imbarazzo sull’asse Pd-M5s.
Lo speciale contiene due articoli
«Il punto di forza della ‘ndrangheta in Emilia Romagna è la sua capacità di intessere relazioni vantaggiose con rappresentanti del mondo imprenditoriale finanziario e politico istituzionale». Bastano queste tre righe scritte dai giudici di Reggio Emilia che hanno condotto il maxi processo sulle infiltrazioni della potentissima cosca Grande Aracri di Cutro, la città degli scacchi, a due passi da Crotone, per comprendere il peso e la portata assunti dalla mala calabrese nel cuore di una delle regioni più rosse d’Italia. Il processo Aemilia conta 118 condanne per 1.200 anni di carcere. La sentenza è stata emessa esattamente un anno fa ma le motivazioni, depositate in piena estate, sono passate quasi inosservate. Nonostante i grossi imbarazzi nel Partito democratico.
Perché più si va avanti nella lettura delle 3.200 fitte pagine scritte dalle toghe emiliane, più compaiono, proprio come su uno degli scacchieri della tradizione cutrese, pezzi del Pd con ruoli e posizioni ben precisi. Per questo motivo la Lega è propensa a chiedere la convocazione urgente in commissione Antimafia, presieduta dal pentastellato calabrese Nicola Morra, di Graziano Delrio e del governatore dem emiliano Stefano Bonaccini. A Delrio, uomo importante del nuovo governo giallorosso, in quelle carte viene affibbiato un ruolo. Un ruolo che non ha raggiunto una rilevanza penale (per questo il big del partito di governo non è stato indagato), ma che viene descritto a fondo in uno dei capitoli dell’inchiesta. Nel 2009 alcuni candidati sindaco di Reggio Emilia andarono a fare campagna elettorale proprio a Cutro, in terra di ‘ndrangheta. E tra gli aspiranti sindaci c’era Delrio, all’epoca primo cittadino di Reggio Emilia poi rieletto. In quel modo, hanno valutato i giudici, i candidati si resero protagonisti di «comportamenti che oggettivamente hanno rafforzato la cosca».
Una famiglia di ‘ndrangheta che per fare affari al Nord e conquistare nuovi spazi nell’economia ha cambiato veste e, per dirla come i giudici di Aemilia, «ha vestito un abito nuovo, presentabile, di fatto imprenditoriale, pur rimanendo fedele alla sua consolidata fama criminale». E con l’abito della domenica Nicolino Grande Aracri, indicato dai giudici come il mammasantissima che ha infiltrato l’economia emiliana, è riuscito a intercettare «esponenti», si legge nel documento, «di rilevanti settori del contesto locale che non hanno indietreggiato dinanzi alla prospettiva di realizzare anche un profitto personale». Non sono pochi i politici e gli amministratori esenti da sferzate: «L’associazione», scrivono le toghe, «disponeva di consiglieri comunali eletti con il voto della comunità calabrese nelle fila della maggioranza e dell’opposizione. Vale segnalare per tutti lo scioglimento del consiglio comunale di Brescello».
Ma anche nel capoluogo si erano annidati i batteri della mala dei Grande Aracri. Per i giudici ci sono due vicende particolarmente significative: «La campagna elettorale per l’elezione a sindaco di Reggio Emilia nel 2009 che fu tenuta da tutti i candidati del tempo anche a Cutro, ove i candidati stessi si recarono alla festa del Cristo Redentore e dove fecero affiggere i propri manifesti elettorali. Comportamenti che oggettivamente hanno rafforzato l’associazione; non si tratta di tenere conto delle legittime esigenze della comunità cutrese-reggiana onesta che vive e vota a Reggio Emilia, ma del grave peccato di omissione nel non distinguere tra costoro e i mafiosi». Il punto, quindi, non è fare o meno la campagna elettorale a Cutro, «ma averla fatta senza dire la sola cosa che andava detta e cioè che i voti mafiosi non erano graditi e che i mafiosi sarebbero stati cercati, perseguiti e allontanati dalla città». Il secondo episodio di peso è l’incontro con il prefetto Antonella De Miro voluto nel 2012 da alcuni consiglieri di origine calabrese. Ad accompagnarli, anche questa volta, c’è il sindaco Delrio. «I consiglieri», scrivono i giudici, cercavano un «pretesto» per avvicinare il prefetto, «allo scopo di ammorbidirla sulle interdittive».
Quell’episodio, secondo i giudici, «si colloca su un piano grigio e ambiguo rivelatore di una mancanza di compattezza delle istituzioni nel sostenere l’azione del prefetto». I politici cutresi, insomma, «sono intervenuti per cercare di indebolire e isolare il prefetto De Miro».
«Non ha detto la verità o è stato reticente», tuonarono i grillini a proposito della deposizione di Delrio al processo. Non solo, davanti a un magistrato della Direzione nazionale antimafia Delrio ha descritto come per nulla stretto il suo rapporto con la dirigente che volle all’urbanistica, Maria Sergio, moglie dell’attuale sindaco di Reggio Luca Vecchi, chiamata più volte a testimoniare per aver acquistato la casa di famiglia da un personaggio indicato come il prestanome dei Grande Aracri. I non ricordo e i «non lo sapevo» di Delrio indignarono i pentastellati.
E quel cadere dal pero fa sbottare ancora oggi Nicola Morra, che twitta così: «Le omissioni sono spesso gravi quanto, se non più, le azioni. Non si va a Cutro per cercare i voti per divenire sindaco di Reggio Emilia». Bonaccini, che non sembra disdegnare il disegno inciucista giallorosso anche alle regionali, in tempi non sospetti, commentando il processo Aemilia ebbe a dire: «Ho l’impressione che se c’è un elemento positivo è che la politica non sia stata granché intaccata e io mi auguro che sia così». La sentenza sostiene l’esatto contrario. Anche lui cade dal pero? Palla alla commissione Antimafia.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >