- Il sottosegretario indagato per corruzione: tangenti in cambio di modifiche alle norme sull’eolico? La difesa: «È una follia».
- L’ex ad dell’azienda rifiuti attacca il sindaco Virginia Raggi: «Licenziato perché non truccai i bilanci». Il Carroccio: «Ormai è inadeguata». E blocca la norma che salva il debito della capitale.
- Il capo grillino chiede il passo indietro immediato al senatore ligure: «Conviene all’immagine del suo partito». E subito Danilo Toninelli gli toglie le deleghe. Anche Giuseppe Conte severo: «Parlerò con lui, fatto grave». Il segretario lumbard fa scudo: «Va via solo se condannato».
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In una chiacchierata tra un lobbista dell’eolico e suo figlio spunta il nome del sottosegretario leghista alle Infrastrutture Armando Siri. Si parla di una mazzetta da 30.000 euro che al momento non si sa se è stata solo promessa o consegnata. Ma potrebbe anche trattarsi semplicemente di una intenzione del protagonista di questa storia, il docente universitario Paolo Arata, genovese come Siri, 68 anni, ex deputato di Forza Italia e, nel 1994, presidente del Comitato interparlamentare per lo sviluppo sostenibile, amministratore della Etnea Srl, della Alqantarea Srl, dominus della Solcara Srl (amministrata dal figlio Francesco) e della Solgesta Srl (amministrata dalla moglie Alessandra Rollino). Il professore, stando a quanto emerge dall’inchiesta delle Procure di Roma e Palermo, ha parlato della mazzetta per Siri con suo figlio in auto e l’audio della chiacchierata è molto disturbato. Il sottosegretario è stato anche intercettato indirettamente, ma l’uso delle conversazioni che lo riguardano, essendo senatore, dovrà essere autorizzato da Palazzo Madama, sempre che i pm lo richiedano.
Una cosa è certa: gli ipotizzati aiuti per modificare una norma da inserire in un documento programmatico che avrebbe favorito l’erogazione di contributi per le imprese del mini eolico non sono andati a buon fine. Addirittura non sono mai stati neanche presentati ufficialmente. Da provare, invece, c’è l’accusa di corruzione, avanzata dalla Procura di Roma in base agli atti arrivati a Piazzale Clodio da Palermo.
Le carte sono partite dalla Sicilia subito dopo gli accertamenti, svolti dalla Direzione investigativa antimafia di Trapani per conto dei magistrati palermitani, su un imprenditore che da un anno è agli arresti domiciliari, Vito Nicastri. Secondo gli investigatori sarebbe uno dei finanziatori della latitanza del super boss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro. Un nome che, appena è stato battuto dalle agenzie di stampa accanto a quello di Siri, ha scatenato gli istinti forcaioli pentastellati.
Il sottosegretario famoso per la flat tax, diventato di colpo sulla stampa il protagonista dell’inchiesta, ha provato a difendersi: «Non so se ridere o piangere. Io non mi sono mai occupato di eolico in tutta la mia vita. Sono senza parole, siamo alla follia». E stando solo al capo d’imputazione, contenuto nel decreto di perquisizione che gli hanno notificato i magistrati, è difficile comprendere in modo pieno cosa sia successo. Stando agli atti, il professore Arata, che nel luglio 2017 intervenne a un convegno della Lega a Piacenza (il video è sul canale Youtube di Salvini) e che la scorsa estate si è fermato a un passo dalla presidenza dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, avrebbe «stimolato» Siri (del quale, si sostiene, sia uno sponsor politico) «a promuovere l’inserimento in provvedimenti normativi di competenza governativa di rango regolamentare (decreto interministeriale in materia di incentivazione dell’energia elettrica da fonte rinnovabile) e di iniziativa governativa di rango legislativo (legge Milleproroghe, legge di Stabilità, legge di Semplificazione) una modifica degli incentivi connessi al mini eolico».
Gli investigatori hanno in mano gli incontri tra gli indagati, seguiti e fotografati, e le tracce dell’attività istituzionale di Siri che, stando all’accusa, avrebbe lavorato per l’approvazione delle norme, così come emerge, però, solo da ulteriori conversazioni che Arata ha intrattenuto con i suoi familiari e con altre persone coinvolte.
Nicastri, magnate trapanese dell’eolico, che secondo gli investigatori era in contatto con Arata, si è visto aggravare la misura cautelare che lo aveva già ristretto ai domiciliari con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e fittizia intestazione di beni. Il «Signore del vento», come lo definì il Financial times, è stato riportato in carcere, perché nonostante una confisca da un miliardo di euro, da casa, tramite un parente, riusciva ancora a macinare soldi. Al centro dell’inchiesta ci sono una serie di permessi gestiti dalla Regione Sicilia per un giro d’affari stimato in 10 miliardi di euro.
È in Sicilia che il professore genovese e Nicastri avrebbero fatto affari. «È emerso che Arata ha trovato interlocutori all’interno dell’assessorato all’Energia, tra tutti l’assessore Alberto Pierobon, grazie all’intervento di Gianfranco Micciché (presidente dell’Ars, ndr), a sua volta contattato da Alberto Dell’Utri (fratello di Marcello ndr)». E, così, Arata avrebbe dimostrato di essere uno che conta nelle istituzioni siciliane. Gli indagati di questo filone, che è una tranche dell’inchiesta sull’imprenditore Francesco Isca, socio di Nicastri e considerato dai magistrati siciliani in odore di mafia, sono nove. Tra gli indagati c’è anche il figlio di Arata, che si era trasferito in Sicilia per curare i rapporti con la famiglia Nicastri, in particolare con il figlio del manager arrestato, Manlio, indagato pure lui per intestazione fittizia di beni. È a questo punto che nella ricostruzione dei magistrati fa capolino il leghista Siri, nella sua «duplice veste di senatore della Repubblica e sottosegretario alle Infrastrutture» avrebbe asservito «le sue funzioni e i suoi poteri a interessi privati». Il progetto dei lobbisti era questo: bisognava trovare tramite Siri una strada legislativa per far retroagire al momento della costituzione di una delle società di Arata e Nicastri (senza che il segretario fosse peraltro a conoscenza del rapporto tra i due) la data utile per accedere ai contributi economici. Un’operazione che non gli è riuscita.
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