Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Risiko bancario, da Commerz segnale distensivo a Unicredit: «Aperti al dialogo».
Il ministro Giancarlo Giorgetti avrà ragioni di soddisfazione. Una boccata d’ossigeno per i conti pubblici e anche per il governo. Infatti è risultata largamente positiva l’accoglienza del Btp Italia Sì, il titolo di Stato pensato per i piccoli risparmiatori e costruito come scudo contro l’inflazione. Il Tesoro ha raccolto quasi 9 miliardi attraverso 281.140 contratti.
Non è solo la cifra finale a raccontare la storia, ma il modo in cui si è formata. Il collocamento è partito con il ritmo di un’asta in accelerazione: un miliardo già nella prima ora, 3,17 miliardi alla fine del primo giorno. Poi la progressione si è fatta più fisiologica (2,18 miliardi il secondo giorno, 1,54 il terzo, 1,19 il quarto), fino ai 744 milioni dell’ultima mezza giornata. Un’onda lunga che non si è mai davvero ritirata, segno di una domanda diffusa. Il dato forse più eloquente resta quello della composizione delle prenotazioni: il 65,6% dei contratti sotto i 20.000 euro, e circa il 90,3% sotto i 50.000. È qui che il titolo mostra la sua natura profonda: non un’operazione da grandi capitali, ma un prodotto disegnato per il risparmio di massa. E infatti, come osservano dal ministero dell’Economia, la risposta è arrivata soprattutto dai piccoli risparmiatori, più che dal private banking.
Il confronto storico aiuta a misurare il peso dell’operazione. Limitatamente alla componente retail, il nuovo titolo si colloca ben oltre la media delle ultime 15 emissioni del Btp Italia, pari a circa 5,7 miliardi. E supera anche l’ultima emissione di maggio 2025, ferma a 6,5 miliardi. Per trovare qualcosa di più alto bisogna tornare all’emissione di aprile 2014, con circa 10 miliardi. Ma soprattutto al maxi collocamento del maggio 2020, quasi 14 miliardi, nel pieno della pandemia, quando il risparmio cercava sicurezza più che rendimento.
Il nuovo titolo porta con sé anche una serie di innovazioni. Il tasso minimo garantito è stato confermato all’1,6%. Ma non finisce qui: le cedole semestrali si calcolano sommando tasso fisso e inflazione del semestre, rendendo più immediata la lettura del ritorno complessivo. La durata è di cinque anni. Una scelta non casuale, perché la scadenza breve è oggi quella più gradita ai risparmiatori e coerente con il nuovo ciclo dei tassi. C’è poi il premio fedeltà: uno 0,6% finale per chi porta il titolo fino alla scadenza. Un incentivo semplice, quasi comportamentale, che premia la permanenza più della speculazione. La tassazione sarà la solita del 12,5%. Secondo gli esperti i rendimento a scadenza sarà intorno al 3,5%.
Sul mercato bancario europeo, intanto, il fronte resta aperto e tutt’altro che pacificato. Ieri si è conclusa la prima fase dell’Ops lanciata da Unicredit su Commerzbank. La banca milanese ha raccolto il 12,5% del capitale portando la partecipazione complessiva al 44,3%. Ora l’offerta verrà riaperta e ormai la soglia della maggioranza assoluta appare a portata di mano. Da Commerzbank arriva un messaggio che tiene insieme cautela e fermezza: «Restiamo aperti al dialogo», dice il portavoce della banca, ma solo a condizione che Unicredit mostri una reale disponibilità a confrontarsi sulle criticità sollevate. Le condizioni, ribadisce l’istituto tedesco, restano immutate: un premio adeguato per gli azionisti e il pieno rispetto del piano industriale «Momentum 2030». Il punto centrale resta sempre lo stesso: il rapporto di cambio non è considerato sufficientemente premiante e, anzi, viene letto come ancora penalizzante anche tenendo conto del dividendo atteso nel 2026.
Eppure, sotto la superficie della rigidità formale, qualcosa si muove. Il tono non è più quello della chiusura netta, ma di una trattativa che resta sospesa, in attesa di condizioni migliori. Un’apertura cauta, forse obbligata, che segna un cambio di atmosfera rispetto alla recente stagione di contrapposizione più dura.
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In primo piano al centro dell'immagine, circondato dai cosiddetti «volenterosi», Donald Trump (Ansa)
Donald sempre più scomposto con gli alleati che non sposano la sua geopolitica. Tra i bersagli, persino il Papa: «Un debole». Picconate su Merz, Macron e Starmer.
Esiste un curioso paradosso nella politica internazionale: l’insulto di Donald Trump certifica il rango di un leader. Nel suo pantheon delle umiliazioni sono finiti Macron e Starmer, Obama e Merkel, e perfino papa Leone XIV.
Così, paradossalmente, Giorgia Meloni esce rafforzata da quest’ultima bagarre. La storia delle umiliazioni è lunga quasi un decennio. Gli episodi più memorabili riguardano sicuramente Volodymyr Zelensky e Joe Biden. Più volte il leader ucraino è stato accusato di essere un «commediante» per il mancato accordo sui minerali e sulla pace, in primis nello storico incontro dello Studio Ovale. Contro l’ex presidente americano, invece, gli epiteti più ricorrenti sono stati «Sleepy Joe» e «The worst president in history». Ancora più aspramente, il predecessore, Barack Obama, è stato rappresentato con la moglie in un video, poi rimosso, con le sembianze di gorilla.
Era il 2017 e Kim Jong-un, il presidente nordcoreano, è stato forse il primo a inaugurare la lunga tradizione del pantheon dell’insulto vedendosi etichettato prima «uomo razzo», impegnato in una «missione suicida», e poi «cucciolo malato». Un anno dopo è stata la volta del primo ministro canadese Justin Trudeau, liquidato come «molto disonesto e debole». La sua «colpa»? Aver criticato il presidente americano per non aver firmato un accordo commerciale con gli altri Paesi del G7. Nel luglio 2019 Trump fa doppietta con un unico colpo, definendo Theresa May «sciocca» e l’ambasciatore britannico a Washington «strambo» e «pomposo idiota». Entrambi sarebbero stati «colpevoli» di aver gestito la Brexit «disastrosamente», cioè ignorando i consigli del tycoon.
Nel 2020, l’ultimo canto del primo mandato presidenziale è rivolto ad Angela Merkel: «Stupida, debole e nelle tasche dei russi».
Così, balzando al 2025, il pantheon dell’insulto certifica di nuovo il valore del presidente francese Emmanuel Macron. Già nel 2018 Trump lo attaccò ricordando «un indice di gradimento molto basso in Francia, pari al 26%, e un tasso di disoccupazione di quasi il 10%». Lo scorso anno si scende sul personale: «Sua moglie lo tratta malissimo, si sta ancora rimettendo da un pugno in faccia». Inoltre, «Emmanuel si sbaglia sempre», in primis quando ha ritenuto che Trump avrebbe lasciato il vertice del G7 per tornare a Washington e lavorare alla pace tra Israele e Iran.
Nel gennaio 2026, il tycoon non vede di buon occhio gli accordi commerciali tra Pechino e il Canada, così lancia l’accusa al primo ministro Mark Carney di voler trasformare il Paese in un «porto di scarico» per le merci cinesi dirette negli Stati Uniti. Poi, ancora, nell’ultimo anno le critiche al Regno Unito per il mancato sostegno iniziale all’operazione contro l’Iran con la chiosa contro il primo ministro Keir Starmer: «non è Winston Churchill». Sullo stesso tema sono piovute le critiche anche al primo ministro spagnolo Pedro Sanchez e al cancelliere tedesco Friedrich Merz che «non sa di cosa parla!». Contro il Papa, «colpevole» per aver criticato la guerra contro l’Iran e le politiche migratorie, reclama un po’ di gratitudine perché, «come tutti sanno, la sua elezione è stata una sorpresa: è stato scelto dalla Chiesa solo perché americano. Se non fossi stato alla Casa Bianca, lui non sarebbe Papa». Da qui la netta preferenza per il fratello Louis perché «è totalmente Maga. Lui ha capito tutto, e Leo no!». Fino agli scorsi giorni è stata la volta perfino del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. In un’intervista, infatti, Trump ha ammesso di averlo insultato al telefono definendolo «fottutamente pazzo» per la gestione delle operazioni limitari in Libano.
In questa storia del pantheon delle umiliazioni, il solo a sfigurare è Giuseppe Conte, l’unico affettuosamente definito con un nomignolo («Giuseppi»), nel 2019. Così, il paradosso sembra proprio veritiero: l’insulto certifica il rango di un leader.
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L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Il presidente mollato anche dai suoi primi sostenitori per le campagne belliche e le stoccate ai leader europei. E la nuova rottura con Roma mette in difficoltà Vance e Rubio, che aspirano a succedergli alla Casa Bianca.
Sono ripercussioni significative quelle che il nuovo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni potrebbe avere sul mondo conservatore americano. Ieri, l’ex deputata repubblicana, Marjorie Taylor Greene, ha rilanciato su X il video con cui l’inquilina di Palazzo Chigi replicava all’intervista che il presidente americano aveva rilasciato a La7. «Credo che Giorgia Meloni sia fantastica! Trump mente. Costantemente», ha scritto la Taylor Greene a corredo del suo post.
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
- Con La7 tycoon all’assalto: «Mi fa pena». Il premier lo sbugiarda: «Tutte invenzioni» Lui: «Non la voglio più tra i fan». Solidarietà dal Colle, Tajani annulla il viaggio in Usa.
- Pd, M5s &C. esprimono sdegno, ma ne approfittano per criticare la leader. Schlein: «Parole inaccettabili, però la destra ha sbagliato». Vicinanza di Macron e Sánchez.
Lo speciale contiene due articoli.
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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