Ma allora si può: Spagna esentata dal 5% in armi
Il premier spagnolo Pedro Sánchez (Getty Images)
  • Sánchez ha problemi con la sua maggioranza e non vuole spendere una fetta così grossa del Pil come chiesto dall’Alleanza. Rutte lo accontenta sostituendo «obiettivi militari» alla cifra precisa. La verifica? Nel 2029, quando chissà chi ci sarà al governo. Madrid però ha aperto la strada: anche l’Italia può sottrarsi all’obbligo.
  • Il ministro tedesco Boris Pistorius: serve per prepararci. Alleati critici: così ci lasceranno prima.

Lo speciale contiene due articoli.

C’è un americano che si è stufato di spendere e spandere per fare da protettore del mondo intero e chiede agli altri Paesi del Globo di aumentare i loro budget per la difesa. Un olandese che lo rassicura dicendogli che nonostante le difficoltà è stato raggiunto un impegno comune per incrementare le spese militari di ogni singolo Stato che aderisce all’Alleanza atlantica fino al 5% del Pil. E uno spagnolo che rassicura tutti: anche io sono pronto a centrare gli stessi obiettivi, ma investirò la metà degli altri.

Non è una barzelletta, ma il copione di un film che andrà in onda a partire da oggi con la due giorni di vertice Nato all’Aia. L’americano è ovviamente Donald Trump che da mesi, anche prima dell’ingresso alla Casa Bianca, ha fatto della Nato militarizzata per ridurre il carico finanziario su Washington una battaglia di principio. L’olandese è il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, che preso atto del pressing dell’uomo più potente al mondo si è messo ventre a terra alla ricerca del consenso dei 32 membri del « club» su una formula che prevede un target del 3,5% per la spesa militare diretta, compresa quella per personale e armamenti, e dell’1,5% del Prodotto interno lordo per tutto quel che concerne infrastrutture e produzione. Mentre lo spagnolo è Pedro Sánchez, il premier alle prese con gravissimi problemi interni (dal blackout provocato dalle rinnovabili fino ai casi di corruzione che hanno sconvolto il suo partito, i Socialisti) che deve fare i conti con l’opposizione di buona parte del Paese al riarmo.

Insomma, con una crisi di governo a un passo, il bel Sánchez non poteva ammainare del tutto la bandiera pacifista, mentre Rutte aveva l’impellenza di arrivare al vertice con un accordo che riguardasse tutti. Si è cercato un compromesso, ne è venuto fuori un pateracchio. Che le parole dello stesso segretario della Nato sintetizzano al meglio: «Il fatto è che la Spagna pensa di poter raggiungere gli obiettivi con una percentuale del 2,1%. La Nato è assolutamente convinta che la Spagna dovrà spendere il 3,5% […] Ogni Paese riferirà regolarmente su ciò che sta facendo in termini di spesa e raggiungimento degli obiettivi, poi vedremo. Nel 2029 ci sarà una verifica, una revisione». In soldoni: la Nato chiede 100, Madrid risponde 60 e una verifica sugli obiettivi raggiunti verrà fatta tra quattro anni, quando probabilmente nessuno degli attuali leader siederà sulla stessa poltrona. Andiamo bene.

Poi entrambi hanno provato a gettare acqua al loro mulino. Rutte che seccato ha negato trattamenti di favore: «La Nato non fa accordi sottobanco». E Sánchez che ha pubblicato su X la rassicurante lettera del segretario olandese. «Con la presente>», ha spiegato il leader socialista, «posso confermare che l’accordo al prossimo vertice Nato darà alla Spagna la flessibilità necessaria per determinare il proprio percorso sovrano per presentare i propri piani annuali […] inoltre, la traiettoria e l’equilibrio della spesa nell’ambito di questo piano saranno rivisti nel 2029».

Fumogeni che dureranno qualche ora. Perché oggi si passerà ai fatti. E i fatti avranno il compito di farci capire innanzitutto quale sarà la posizione del vero dominus della partita: Donald Trump. Perché l’ideatore della dottrina di una Nato più militarizzata dovrebbe accettare l’eccezione spagnola? E poi ci sono gli alleati. Portare la spesa militare al 5% rappresenta una svolta epocale per tutti i Paesi coinvolti nell’extra-sforzo bellico e a parte Francia e Germania, probabilmente nessuno Stato membro l’ha presa a cuor leggero. In primis l’Italia. Ecco, a Giorgetti & C. sta bene che la Spagna di Sánchez ottenga un trattamento di favore?
Una prima risposta l’ha data il premier slovacco, Robert Fico, che ha annunciato di voler seguire l’esempio iberico: «In un periodo di risanamento delle finanze pubbliche e di avvicinamento al tenore di vita medio dell’Ue», ha messo nero su bianco usando X, «la Slovacchia ha altre priorità nei prossimi anni rispetto agli armamenti». Come dargli torto. Mentre secondo fonti della Moncloa (il governo spagnolo) di questa «ambiguità costruttiva» e «flessibilità» potranno beneficiare anche altri Paesi, come l’Italia. «La Spagna firmerà la dichiarazione finale del vertice Nato, dove è sancito il target del 5% del Pil in spese per la difesa», viene spiegato, «ma ha ottenuto che nella dichiarazione finale fosse inserita una flessibilità per determinare il percorso sovrano per raggiungere gli obiettivi di capacità». E la Meloni? «Su Safe (lo strumento europeo per sostenere gli investimenti in difesa ndr) ci sono dei ragionamenti che si stanno ancora facendo, non escludo che l’Italia possa farne utilizzo. Sicuramente», ha spiegato il premier alla Camera in vista del Consiglio europeo, «non si attiverà la clausola di salvaguardia per le spese per la difesa».

In attesa di scoprire come finirà, il vertice è pronto a riservare altre sorprese. Perché non è di certo questa l’unica questione sul tavolo. Si è per esempio aperto un caso asiatico. I leader di Giappone, Sud Corea e Australia che non saranno presenti all’Aia. Motivo? Secondo i media locali il primo ministro giapponese Shigeru Ishiba avrebbe rinunciato al viaggio perché è improbabile che si tenga l’incontro tra la Nato e i Paesi dell’Indo-Pacifico, ovvero Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Così come non si è mai chiusa la partita russa. Da una parte c’è attesa per capire come si uscirà dall’equivoco tra Rutte che conferma il percorso per l’ingresso di Kiev nell’Alleanza, e Trump secondo il quale non c’è alcuna possibilità che l’Ucraina ne faccia parte. Dall’altra Putin che ha definito le dichiarazioni dei rappresentanti della Nato sui piani della Russia di invadere i Paesi europei «una spudorata menzogna». Mentre il segretario ribadiva che «Mosca rappresenta la minaccia più significativa e diretta per questa alleanza». Difficile intravedere segnali di pace.

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