- La batosta arriva dopo una stagione che ha già visto un crollo complessivo dell’85% dei pernottamenti, con 2 miliardi bruciati.
- Il neoministro degli Affari regionali, Mariastella Gelmini: «Serve rigore, ma cambiamo la comunicazione».
Se i ristori per la chiusura imposta dal 15 febbraio al 5 marzo sono ancora una chimera, per il settore dello sci le perdite sono purtroppo molto chiare. L’aver rinviato, praticamente senza preavviso, l’apertura degli impianti farà scomparire il fatturato generato dalla mancata presenza di 3,3 milioni di turisti: oltre 400 milioni di euro.
A stimare l’entità del danno dovuto allo stop degli impianti è il Centro studi turistici per Assoturismo Confesercenti, sottolineando come il provvedimento peggiori l’intero bilancio, già disastroso, della stagione invernale 2020-2021, che si avvia verso un crollo complessivo dell’85% dei pernottamenti, per un calo totale di 18 milioni di presenze turistiche e 2 miliardi di euro di fatturato.
Secondo le stime di Assoutenti, lo stop agli impianti avrà un impatto negativo importante sui consumi e dunque su tutta l’economia italiana: la riduzione media sarà infatti di 1.090 euro a cittadino.
«Il settore del turismo invernale interessa 11 milioni di italiani che tra dicembre e marzo si spostano per trascorrere giorni di vacanza sulla neve», spiega il presidente Furio Truzzi. «Consumatori che pernottano in strutture ricettive, utilizzano treni e aerei, acquistano cibi e bevande, prodotti di abbigliamento per la neve e accessori, comprano souvenir e usano strutture e servizi locali pagando le relative tariffe. Un tesoretto che, tra spese dirette, indirette e filiera, vale complessivamente 12 miliardi di euro annui, e che è stato ora azzerato dal Covid».
Il problema dello stop alla riapertura degli impianti voluto dal ministro della Salute Roberto Speranza, inoltre, non riguarda solo i mancati introiti imposti da scelte fatte all’ultimo minuto, ma rischia di mandare in fumo anche tutte le spese che i singoli operatori hanno dovuto sostenere nella speranza (appunto…) di riaprire a partire dal 15 febbraio.
I 75.000 professionisti del settore (400.000 se si considera tutto l’indotto), consci di un’imminente apertura, hanno sostenuto spese importanti per assumere personale, comprare tutti i presidi sanitari per sciare in sicurezza, venduto skipass: tutto per nulla.
Basti pensare che produrre neve artificiale costa dai 3,4 ai 3,8 euro a metro cubo neve e la variazione è dettata dagli agenti atmosferici. In media la produzione è di 2,5 metri di neve per metro cubo d’acqua. Il costo della neve per ettaro è quindi circa 15.000 euro. Per innevare una pista lunga 1 chilometro, larga 40 metri con uno spessore di 40 centimetri che dura tutta la stagione bisogna investire 60.000 euro. Solo in Trentino, solo per avere un’idea delle spese, per innevare i 1.600 ettari di piste la spesa si aggira sui 24 milioni di euro.
Più in generale, l’impegno delle aziende è costante e costoso tanto da impiegare più di 100 milioni di euro per innevare artificialmente le piste, distribuite per 3.200 km e 1.820 impianti di risalita e 30.000 addetti solo tra dipendenti e maestri.
Inoltre, come è logico, non tutti i periodi hanno lo stesso valore. Un terzo del fatturato, di solito, si sviluppa nel periodo tra dicembre e gennaio. Solo le due o tre settimane del periodo natalizio valgono ad esempio il 30% dei ricavi di tutto l’anno. Ora l’unica finestra che hanno a disposizione gli operatori della neve è quella del periodo pasquale che però quest’anno è il 4 aprile, periodo in cui la neve inizia a scarseggiare. Nella migliore delle ipotesi, insomma, secondo le stime, la stagione si dovrebbe chiudere con un fatturato in calo del 75% circa.
Con questi presupposti, non stupisce che fino ad oggi, secondo l’Anef, l’Associazione nazionale degli esercenti funiviari, gli operatori turistici abbiano già detto addio a circa 8,5 miliardi di euro di fatturato.
Oltre il danno, poi, la beffa. La crisi di governo ha di fatto messo in pausa gli indennizzi previsti dal decreto Ristori V e così gli operatori ad oggi non hanno visto un euro che compensi il mancato fatturato di quest’anno.
Le Regioni a fine gennaio avevano proposto la costituzione di un fondo ristori per gli operatori del settore turismo invernale da 4,5 miliardi di euro. Ma, con la recente decisione del ministro Speranza, gli indennizzi potrebbero non essere sufficienti.
«Gli indennizzi per la montagna devono avere la priorità assoluta. Quando si arreca un danno, il danno va indennizzato, già subito nel prossimo decreto» hanno detto ieri i ministri dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, e del Turismo, Massimo Garavaglia. «La montagna, finora dimenticata, merita rispetto e attenzione: che risposte si danno e in che tempi al documento predisposto dalle Regioni? Non è solo questione di cifre: non è detto nemmeno che bastino i 4,5 miliardi richiesti, quando la stagione non era ancora compromessa. Probabilmente ne serviranno di più, a maggior ragione se ci sono altri stop», hanno rilevato i due ministri della Lega.
Certo è che gli operatori sono allo stremo. «Dopo il 3 dicembre, il 7 gennaio, il 18 gennaio e il 15 febbraio, adesso la proroga al 5 marzo. Ormai la stagione è saltata, ci sentiamo presi in giro di fronte a tutto quello che abbiamo speso, in vista della quale abbiamo assunto altro personale. I ristori siano immediati, altrimenti il comparto va in fallimento. Siamo il settore più penalizzato: da 12 mesi senza un euro di incasso, ma con spese e stipendi da pagare. La cassa integrazione è arrivata a dicembre, da luglio lavoravamo per preparare l’inverno», ha sottolineato l’Anef in una nota.
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