Salta il tetto agli stipendi pubblici
Matteo Renzi (Ansa)
Per la Consulta, il limite a 240.000 euro voluto dal governo Renzi è illegittimo. Torna in vigore il meccanismo di Monti. A goderne saranno soprattutto i magistrati.

Rottamatore, ma a casaccio. La riforma costituzionale di Matteo Renzi è stata bocciata dai cittadini con il referendum del 2016, il Jobs Act è ridotto a uno scheletro spolpato da ben 11 sentenze della Corte Costituzionale e adesso la Consulta ha demolito anche il tetto agli stipendi dei dirigenti pubblici, bollato come incostituzionale. Una serie di alti magistrati, tra i più colpiti da quelle norme, avevano impugnato per se stessi e oggi hanno avuto ragione per tutti, boiardi compresi, perché la Corte ha spiegato che non si può certo fare figli e figliastri.

Con la sentenza 135 del 2025 la Corte ha affermato che il tetto agli stipendi pubblici sbandierato nel 2014 dal governo Renzi, che limitava gli emolumenti a 255mila euro all’anno, è illegittimo. A questo punto torna in vigore il vecchio meccanismo, voluto da Mario Monti nel 2011, dell’aggancio al trattamento economico del primo presidente della Cassazione, ovvero 311.658,23 euro nell’ultimo decreto sul tema. Trattamento che però risale al 2014 e quindi andrà aggiornato con apposito dpcm.

La vicenda è nata dai ricorsi di varie toghe e il punto sollevato dalla Consulta riguarda astrattamente la tutela dell’indipendenza della magistratura. La pronuncia è in linea con i principi ai quali si ispirano molti altri Stati e sul tema si era espressa la Corte di giustizia dell’Unione europea (sentenza del 25 febbraio 2025), censurando la riduzione del trattamento retributivo dei magistrati.

Il tetto originario, fissato a 240.000 euro poi rivalutato di 15.000 euro in base agli aumenti medi intervenuti nel pubblico impiego, aveva superato un primo esame costituzionale nel 2017. Però all’epoca si poteva ancora sostenere che fosse una misura eccezionale e temporanea. Ma dopo 11 anni, la Consulta ha preso atto che quel tetto era strutturale e quindi ha deciso di abbatterlo.

L’idea di un tetto massimo invece si è salvata e non è stata ritenuta di per sé illegittima. Solo che la Consulta ha deciso di agganciarlo allo stipendio del magistrato più pagato, ovvero il primo presidente della Cassazione. Il possibile aumento si applicherà quindi ai vertici delle forze armate e ai capi delle aziende pubbliche (quelle quotate erano già esentate dal limite), oltre che ai dirigenti di prima fascia. In termini assoluti, non si tratta di un numero elevato di figure e quindi il «costo» della sentenza non dovrebbe incidere più di tanto sui conti pubblici. Ovviamente, bisognerà aspettare il dpcm di Palazzo Chigi, sentito il parere delle commissioni parlamentari competenti, ma al momento la sentenza non dovrebbe avere effetti retroattivi perché l’incostituzionalità è sopravvenuta.

Il 25 luglio del 2014, ovviamente via Twitter, l’allora premier Renzi aveva polemizzato con tutti per difendere il suo tetto nuovo di zecca: «Non mi stupiscono i privilegiati che contestano la norma sul tetto di 240 mila di euro, mi stupiscono le opposizioni che si schierano con loro. Ma dove vivono?». Si riferiva al centrodestra, perché in realtà i 5 stelle, anche negli anni seguenti, hanno sempre difeso l’impostazione demagogica del Rottamatore, con l’effetto di esporre i dirigenti migliori al corteggiamento delle aziende private. Tanto «uno vale uno», come filosofeggiava Beppe Grillo.

Anche Mario Draghi la pensava come l’ex sindaco di Firenze. A settembre del 2022, negli ultimi giorni del suo governissimo, in Parlamento il tetto dei 240.000 euro saltò per i soli vertici dell’esercito e per i capi di Polizia, Carabinieri e Finanza. Il Sole 24 Ore titolò «L’ira di Draghi», che pare non sapesse nulla di quell’emendamento al decreto Aiuti bis. Lo votò pure Renzi, spiegando che se no sarebbero saltati «aiuti alle famiglie per 17 miliardi». Ma con la sentenza di ieri si conferma che il Deep State, specie se togato, è più forte dello story telling.

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