Il barile è salito del 25%, contro il 10% dell’indice di settore. Negli Stati Uniti ritornano le trivellazioni, l’Asia guida la ripresa dei consumi e l’Opec+ ha confermato i tagli alla produzione. Rendimenti fino al 35%

Dopo il tonfo di 12 mesi fa, il petrolio è tornato a salire con il Brent intorno ai 70 dollari al barile. Il merito è della ripresa dell’economia e della domanda di energia soprattutto in Asia e Cina, dove i consumi hanno ripreso a viaggiare elevati. L’Opec+ ha lasciato invariato il taglio delle quote di produzione anche per il mese di aprile a eccezione di Russia e Kazakistan, che potranno aumentare la produzione rispettivamente di 130.000 e 20.000 barili al giorno, a causa dei trend stagionali di consumo. La scelta è stata fatta perché questo scenario evita un eccesso di offerta, elemento che è stato apprezzato dal mercato.

«Paradossalmente la vittoria dei Democratici anche in Georgia a inizio anno ha spinto la politica statunitense verso strategie redistributive e ambientali che potranno far aumentare la domanda di materie prime tra cui anche il petrolio prima di andare a danneggiarla», spiega Salvatore Gaziano, direttore investimenti di Soldiexpert scf, «Inoltre, la pandemia ha spinto i governi di tutto il mondo ad ampliare la versatilità nelle loro catene di approvvigionamento delle materie prime, per essere pronti a qualsiasi shock dell’offerta. Del resto, l’andamento delle materie prime in generale e del petrolio in particolare è legato all’andamento degli scambi e del commercio e più va avanti la campagna vaccinazione con successo, meglio è anche per il settore oil».

A ciò si aggiunga che le scorte petrolifere globali sembrano sempre più ridotte e la diffusione dei vaccini potrebbe aiutare la domanda di petrolio a recuperare fino a 100 milioni di barili al giorno nella seconda metà del 2021.

Secondo i dati, ora il prezzo del petrolio si è stabilizzato così tanto che persino l’industria petrolifera statunitense estremamente malconcia è sull’orlo di un ritorno: il numero di nuovi impianti di trivellazione negli Stati Uniti è stato di poco meno di 400, la metà rispetto a febbraio 2020, ma il doppio rispetto a sei mesi fa. Gli investimenti in questi anni sono stati tagliati massicciamente sul lato esplorazione e infrastrutture e questo spiega perché ora società come Tenaris (conduttori petrolifere) vengono riscoperte.

Su lato degli investimenti finanziari, alcuni esperti sottolineano che le azioni petrolifere non tengono ancora il passo con questo sviluppo: mentre il prezzo del petrolio è aumentato di quasi il 25% dall’inizio dell’anno, l’indice S&P global oil è aumentato solo del 10% circa.

Per chi vuole investire nell’oro nero e nel gas le offerte non mancano. Per chi ama prendersi qualche rischio e comprare direttamente titoli azionari ci sono opportunità nel caso di Eni, Total, Bp, Royal dutch shell e Repsol, tutti prodotti che hanno sofferto, ma che stanno ripartendo.

Meglio, però, puntare su fondi comuni come l’Aberdeen standard world resources (in crescita del 24% in tre anni) o il Bgf natural resources growth (+18,88% in 26 mesi) o il Jpm global natural resources (+19% in tre anni).

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