Occhio, arrivano anche qui i blocchi dei Tir
  • Caro prezzi devastante, benzina alle stelle, venti di guerra e follie della burocrazia pandemica sono un mix micidiale: iniziano disordini e proteste dei trasportatori. Disagi in diverse zone: bisogna rispondere subito.
  • Stop al Nord stream, Margrethe Vestager nega impatti, ma l’esperto spiega che saremo uno dei Paesi più colpiti.

Lo speciale contiene due articoli.

I camionisti canadesi sono la risposta analogica all’aggressività digitale del governo guidato da Justin Trudeau. Da settimane manifestano in modo pacifico. Sono stati sgomberati là dove bloccavano i flussi di merci e accusati di terrorismo quando si limitavano a sostare lungo le strade o nel centro di Ottawa. Per fermarli Trudeau si è spinto fino a minacciare il blocco dei conti correnti e dei sistemi di pagamento. Senza che alcun giudice sia chiamato a indicare un reato sottostante. Al momento i camionisti canadesi non demordono, si scaldano con le stufette a cherosene e si finanziano al di fuori delle piattaforme di crowfunding. E restano l’anello di congiunzione tra l’economia pre pandemia e quella post pandemia tutta delivery e Internet. Per questo fanno tanto paura quando si oppongono al green pass.

Per lo stesso motivo dovremmo guardare con molto attenzione ai blocchi e alle manifestazioni dei camionisti italiani, che da ieri hanno iniziato a paralizzare tre regioni e a mettere in difficoltà arterie autostradali da Nord a Sud. A spingerli una serie di motivazioni. Alcune recenti e altre purtroppo radicate nella storia del settore. Il dissenso punta a denunciare le mancate applicazioni delle norme che dovrebbero contrastare il caro benzina. Ma anche le norme sui tempi di carico scarico e di pagamento delle fatture. L’imposizione del green pass ha allungato i tempi della logistica e i costi sono finiti tutti sulle spalle dei camionisti, i quali si stanno caricando anche dell’aumento dei prezzi del comparto automotive. Una motrice costa il 15% in più rispetto al 2019 e non c’è politica sindacale e governativa che sia riuscita a prevedere tali picchi e al tempo stesso a gestire la cronica mancanza di autisti.

Per tutti questi motivi, decine di autotrasportatori calabresi hanno organizzato un sit in nei pressi degli svincoli dell’A2 di Gioia Tauro e di Rosarno, con l’intenzione di raggiungere assieme la città di Palmi. Prosegue da ormai due giorni sul tracciato casertano dell’A1 un’altra protesta, nel tratto che dal casello conduce alla Salerno-Reggio e fino alla barriera di Napoli Nord a Caserta. Stesse scene sulla statale 613 Lecce-Brindisi. Nel Tarantino, diversi autotrasportatori hanno montato un presidio sulle statali 106 e 100, ricevendo la solidarietà di alcuni sindaci locali. Nel Barese, invece, i camionisti contro il caro gasolio sono al terzo giorno di protesta sulla statale 96 e nella zona industriale di Altamura. I blocchi ieri si sono registrati anche al porto di Ravenna, a Palermo e a Caltanissetta.

«Sulla questione del caro-carburante occorrono interventi urgenti e risolutivi da parte del governo nazionale», ha detto il presidente della Regione Basilicata Vito Bardi, sottolineando pure le ricadute sul settore dell’agroalimentare, tema sollevato anche da Coldiretti. E mentre il Codacons si dice pronto a denunciare gli autotrasportatori per le ripercussioni della protesta sui consumatori, dalla Regione Sicilia arriva l’appello a Palazzo Chigi dell’assessore ai Trasporti Marco Falcone, che ha convocato un tavolo con le rappresentanze degli autotrasportatori dell’isola, in sciopero da due giorni: «Ribadiamo», ha detto l’assessore, «l’urgenza di un intervento risolutivo del governo Draghi». Inutile, dire che il Codacons non ha minimamente compreso la situazione. Chi manifesta va incontro a due tipi di rogne. Una penale nel caso in cui blocchi attività sensibili e l’altra amministrativa perché ostacolare il traffico autostradale implica multe salate. Ne consegue che il camionista sa bene cosa rischia e lo fa perché non ritiene esserci alternativa. D’altronde il caro benzina e il green pass sono esattamente la sintesi dei problemi futuri del Paese.

Anche se Mario Draghi ha annunciato che da aprile sparirà lo stato di emergenza e che saremo progressivamente liberi di respirare senza mascherine, si è limitato a dire che nei luoghi aperti non sarà richiesto di esibire il lasciapassare verde. Ma nessun accenno alla possibilità di abolirlo. Ricordiamo infatti che mentre si promettono riaperture, il governo prosegue con l’applicare vincoli digitali allo spostamento dei cittadini, imponendo la tracciabilità nei gangli vitali: banche, poste, snodi logistici e ospedali. I camionisti che protestano sanno bene che l’infrastruttura costruita per il green pass è destinata a rimanere per sempre, così come sanno che la politica si sta limitando a risolvere i problemi di facciata dell’inflazione e del caro delle materie prime. Tutti i governi europei sperano che le fiammate dei prezzi siano temporanee, chi invece guida i Tir ogni giorno non si fa ingannare dalle chiacchiere. La saggezza del lavoratore della logistica afferra il cambio di passo del mondo. Quelli che i giornalisti chiamano colli di bottiglia della supply chain per il camionista sono ore buttate via, perdite di tempo, minore fatturato e azzeramento dei margini.

L’ultimo decreto bollette è una presa in giro per chi macina chilometri da Nord a Sud spendendo molto più dell’anno scorso e assistendo progressivamente alla vittoria dei concorrenti stranieri che, avvantaggiati dal fisco o da politiche energetiche più oculate, riescono a deviare dall’Italia flussi di commercio imponenti. Immaginiamo anche che i camionisti siano pronti a feroci critiche e a essere additati come untori come è successo con i portuali o come i colpevoli delle prossime crisi di approvvigionamento. Invece dovrebbero essere convocati al ministero dei Trasporti e presi quali consulenti.


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