Sul meno 0,3% nel secondo trimestre pesano i fattori esogeni: recessione tedesca, stretta Bce e rincari causa guerra. Eppure con Giorgia Meloni la Borsa è esplosa, lo spread è sceso e le banche sono più solide. Giù l’inflazione.

Più che chiedersi come mai nel secondo trimestre del 2023 il nostro Pil si è ridotto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente (resta + 0,6% in termini tendenziali e + 0,8% la previsione di fine anno), bisognerebbe domandarsi come ha fatto l’Italia in questi mesi a continuare a crescere e a mantenere intatti i fondamentali per proseguire la sua corsa.

Tanti i fattori esogeni che ne hanno zavorrato la ripresa e che prima o poi, su questo nessuno nutriva dubbi, avrebbero portato i nodi al pettine dei risultati economici. Il concetto viene sintetizzato nel modo migliore dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: «L’arretramento del Pil», spiega il leghista, «è lievemente superiore alle più recenti stime interne, ma appare principalmente dovuto alla caduta del valore aggiunto dell’industria, mentre i servizi hanno continuato a crescere. Sui risultati hanno influito, in particolare, la flessione del ciclo internazionale dell’industria, il rialzo dei tassi di interesse e l’impatto della fase prolungata di rialzo dei prezzi sul potere d’acquisto delle famiglie. In Italia, come nel resto d’Europa, la fiammata inflazionistica è stata una delle conseguenze negative del conflitto in corso, che continua a rappresentare il principale fattore d’incertezza». Mettiamo in fila. Quando parla di industria il riferimento di Giorgetti va anche, se non soprattutto, alla recessione tedesca (con il crollo dei consumi imputabile in primis al circolo vizioso nato dall’aumento del costo dell’energia prodotto dalla guerra in Ucraina) che incide e non poco sull’export dell’Italia (automotive, per esempio) e anche sul nostro turismo. Poi c’è il rialzo dei tassi di interesse. E la politica monetaria di Christine Lagarde che ha portato in un anno i tassi dallo zero a quota 4,25%. Sulle crescenti difficoltà di imprese e famiglie a indebitarsi per comprare macchinari o casa sono stati spesi fiumi di inchiostro e non vale la pena dilungarsi. Può servire invece riportare un dato recentissimo, elaborato da Nomisma, secondo il quale «tra le famiglie numerose una su cinque dichiara di non avere i requisiti per l’accesso al credito (il 21,1% del totale)». Percentuale che fa riflettere visto che è lo stesso governo a mettere l’emergenza famiglia al centro di tutte le sue politiche economiche. Quindi arriviamo al fattore guerra. Perché a prescindere dal come la si pensi, è innegabile che il conflitto in Ucraina ha scatenato una corsa al rialzo dei prezzi prima dell’energia e poi anche dell’alimentare che le reiterate stretta della Bce non sono riuscite a fermare.

Tutto finito? Neanche per idea. Giorgetti continua e spiega: «In ogni modo, tale dato allo stato non influisce sulla previsione annua formulata nel Def, questo obiettivo di crescita è ancora pienamente alla portata e si continuerà a perseguirlo con le politiche economiche di responsabilità prudente apprezzate e riconosciute come valide in ambito internazionale». Come? «Il Governo», conclude il numero uno del Mef, «continuerà ad operare per assicurare l’attuazione degli investimenti pubblici e del Pnrr a sostegno della crescita e per favorire l’ulteriore discesa dell’inflazione».

E anche questa seconda parte del discorso del ministro è corroborata da fatti e numeri. Quelli della Borsa Italia (indice Ftse Mib) che da fine settembre a oggi è cresciuta quasi del 40% passando da quota 21 mila a superare i 29 mila punti. Oppure il dato dello spread. Lo spauracchio agitato soprattutto a sinistra come metro della fiducia dei mercati rispetto all’esecutivo. Beh, se fosse vera anche metà della tesi esposta a più riprese dalle opposizioni, il passaggio da poco sotto quota 250 a un passo dalla soglia dei 150 punti del differenziale tra Btp italiani e Bund tedeschi dovrebbe rappresentare un successo di portata planetaria.

Ora è vero che finanze e mercati non sono infallibili e che non possono essere l’unica cartina di tornasole per giudicare l’operato di un governo. Ci mancherebbe. Ma è altrettanto fuor di dubbio che investitori e grandi fondi non «puntano» miliardi su un Paese pensandolo alla deriva. Così come è certo che attacchi all’Italia della Meloni non ce ne sono stati. Insomma, stringi stringi anche questi numeri sono un attestato di fiducia verso il governo. Così come dà tanta fiducia lo stato di salute delle banche italiane che hanno superato in modo più che positivo gli stress test Eba-Bce. La prova di resistenza degli istituti di credito di fronte agli scenari avversi.

Risultati? Il Monte dei Paschi di Siena, grande malato pubblico (il Tesoro ne detiene ancora il 64%), ha guadagnato l’1,20%, Unicredit il 2,52% e Intesa lo 0,75%. Morale: incurante del del dato sul Pil, Piazza Affari termina positiva (+0,49%) l’ultima seduta di luglio, mese nel quale il guadagno sfiora il 5% e porta il bilancio da inizio anno a +25%.

L’altro dato di giornata è quello del calo dell’inflazione che scende al 6% dal 6,4% di giugno, tornando allo stesso livello di aprile 2022. Merito della Bce? Tutto da dimostrare. Perché se si tratta di calo dovuto esclusivamente a un rallentamento della domanda non c’è poi così tanto da festeggiare.

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