La legge Natura soffoca i raccolti. Aumentano i prezzi di frutta e verdura
Frans Timmermans (Ansa)

Con la norma approvata, l’agricoltura perderà un terzo della produzione. Decolleranno import e costo di olive, uva e luppolo.

Almeno per gli economisti del think tank liberale Bruno Leoni, Ursula von der Leyen è nuda. Se sia uno spettacolo commendevole non è in questione, di certo si è però capito che l’Europa non sta facendo una politica ambientale, bensì una politica industriale. Con la scusa del green privilegia alcune tecnologie a scapito di altre, alcuni prodotti, alcune economie. L’Europa si avvia a perdere un terzo della sua produzione agricola, a un aumento medio dei prezzi alimentari di 40 punti e a raddoppiare le importazioni. E c’è anche una questione di abiti – come nella favola di Hans Christian Andersen: I vestiti nuovi dell’imperatore – che Ursula vuol far indossare ai cittadini anche se fuori moda mentre lei e soprattutto Christine Lagarde – la presidente della Bce – continueranno con i completini Chanel. L’ultima follia riguarda l’industria dell’abbigliamento. Approvata – si è visto come e ora si scopre anche perché – la legge sul cosiddetto ripristino della natura che spazza via l’agricoltura italiana facendo subire un’inflazione alimentare senza più argini ai cittadini (con grande soddisfazione di madame Lagarde che dall’Eurotower può continuare a girare il torchio dei tassi tra gli applausi dei soli tedeschi) ora si passa ai vestiti. Vietato distruggere quelli invenduti, non si possono smaltire le calzature se avanzano. A Bruxelles non sono mai stati nei mercati rionali dove si vendono gli stock degli abiti griffati. Questo regolamento impone alle aziende una sorta di dumping interno: se produci un po’ di più devi accettare di svendere. Oppure produci a la carte con prezzi che diventano insostenibili. Vale per moltissimi prodotti ricompresi nella direttiva eco-design: dai piccoli elettrodomestici, all’arredamento, all’illuminotecnica (tutti settori in cui l’Italia è leader). Notano gli economisti del Bruno Leoni: «Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha messo in guardia contro la crisi di rigetto che potrebbe derivare dall’eccessiva radicalizzazione delle politiche ambientali. Ha ragione». E aggiungono: «La politica ambientale europea ha sempre meno a che fare con l’ambiente e sempre più a che vedere con precise scelte di carattere industriale». Se Frans Timmermans – vicepresidente della Commissione e gran sacerdote della religione verde – non capisce perché l’Italia è contro questo Green deal basta che consideri che continuare a cambiare gli obbiettivi rende impossibile alle imprese investire in più sapendo che l’Europa è già l’economia più verde del pianeta.

«Nel giro di pochi anni – scrive il Bruno Leoni – l’obiettivo di riduzione delle emissioni al 2030 è passato dal 40 al 55%. Ma le imprese avranno le informazioni di cui necessitano, se tutto va bene, a metà del 2024: cioè avranno appena un lustro per mettere in atto investimenti colossali. Ci sarà voluto più tempo a scrivere i piani (che sono stati avviati nel 2018) di quanto ne resterà per attuarli». Chi invece deve subito alzare bandiera bianca è l’agricoltura. Secondo uno studio condotto a tambur battente dopo il sì dell’Eurocamera al cosiddetto «ripristino della natura» da Divulga, uno dei centri di ricerca di maggior caratura per l’economia agraria, su dati sia dell’Università di Wageningen sia dell’Usda (è il dipartimento americano di agricoltura) l’Europa perderà almeno il 30% della propria produzione e subirà un aumento dei prezzi dei prodotti agroalimentari come olive, uva e luppolo tra il +26% e il +42%. Secondo questi dati «le importazioni nette dell’Ue di mais, colza e agrumi, aumenteranno del 209%, del 98% e del 92%. Molto marcate le ripercussioni per riso (+31% di importazioni e -82% di export), frumento (+18% di importazioni e -82% di export), semi oleosi (+7% di importazioni e -85% di export) e latte (+19% di importazioni e -157% di export)». È appena il caso di ricordare che l’Italia è leader nella produzione di riso e che la filiera dei formaggi e delle carni sono la seconda voce del nostro export agroalimentare. Spiega Felice Adinolfi, direttore del Centro Studi Divulga: «Senza una reciprocità degli impegni ambientali l’Europa si condanna ad avviare un circolo vizioso alimentato dalla crescita della domanda internazionale, col paradosso che i consumatori europei potrebbero pagare di più e vedere aumentare la loro impronta ecologica essendo più esposti ai rischi di residui chimici negli alimenti». La ragione è semplice: Cina, Brasile e Usa da soli coprono circa il 27% delle emissioni agricole globali, cresciute del 15% tra il 1990 e il 2019. Negli stessi anni le emissioni agricole dell’Ue hanno un saldo negativo (-18,5%); le emissioni dell’agricoltura brasiliana sono cresciute del 47%, quelle dell’agricoltura cinese e statunitense rispettivamente del +9,7% e del +6,2%. Per paradosso noi sacrifichiamo i nostri agricoltori, facciamo pagare di più il cibo ai nostri consumatori per consentire agli altri di inquinare quanto vogliono. Se Frans Timmermans voleva una risposta perché l’Italia è contraria al green deal forse l’ha trovata.

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