La mannaia grillina sui pensionati d’oro o è farsa elettorale o nasconde una tassa
Ansa
  • Per trovare il miliardo promesso, il ministro Luigi Di Maio dovrebbe tagliare da 2.800 euro in su o creare una doppia imposta sugli assegni.
  • I diritti acquisiti dei politici valgono più di quelli dei comuni cittadini. Sabino Cassese, presidente della Consulta che ha approvato il bonus Poletti, difende i vitalizi.

Lo speciale contiene due articoli e l’elenco dei vitalizi tagliati

Al taglio dei vitalizi i rappresentanti grillini del governo e della compagine parlamentare hanno brindato. Palesemente eccitati per aver mantenuto la promessa elettorale. Molti italiani hanno gioito, non gli ex deputati che si preparano a fare ricorso contro il taglio del vitalizio. L’eccitazione dei grillini sta però creando un pericoloso parallelismo tra vitalizi (beneficio ingiustificato) e pensione d’oro (abuso legato al modello retributivo). In realtà se è vero per i primi, il concetto non lo è altrettanto per gli assegni d’oro in gran parte legati ai contributi effettivi. I circa 500 italiani che prendono più di 20.000 euro al mese hanno tendenzialmente versato enormi contributi e in generale si può affermare lo stesso anche per quei 33.000 che dichiarano più di 90.000 euro lordi all’anno, cioè 4.000 netti al mese.

Se l’ipotesi sbandierata ieri avesse come soglia di taglio quella dei 90.000 euro lordi annui, si otterrebbero minori esborsi statali tra gli 800 milioni e il miliardo di euro, che si riducono come risparmio effettivo a 450-500 milioni circa considerando il minore introito fiscale (visto l’abbassamento degli assegni).

Se il ministro Luigi Di Maio volesse applicare la versione più hard otterrebbe un risparmio effettivo di un miliardo, ma al tempo stesso dovrebbe applicare il medesimo modello del contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro voluto da Mario Monti e nell’estate del 2011 immaginato da Silvio Berlusconi. Lo schema dovrebbe però coinvolgere l’intero imponibile (in contraddizione con le dichiarazioni iniziali del ministro) con prelievi a cominciare dai 2.800 euro lordi (sei volte la minima) fino a un 15% per l’apice del reddito. Se il prelievo dovesse cominciare «solo» dagli 8.500 euro lordi non si arriverebbe in alcun modo al miliardo agognato e promesso dai 5 stelle. C’è un detto americano perfetto per questa situazione. Si può tradurre più o meno così: «Se un politico promette di tagliare ai ricchi o di tassarli con un imposte progressive, ti renderai conto di essere uno di quei ricchi prima di quanto tu possa immaginare». È perfetto perché rischia di essere clonato e applicato sulle pensioni d’oro. Se Di Maio insisterà in questa direzione si troverà ben presto di fronte al duro muro della realtà. A quel punto dovrà ammettere di aver estratto numeri a caso dal cilindro della propaganda oppure, se veramente vorrà sforbiciare un miliardo all’anno, dovrà far passare un concetto pericoloso. Ovvero che la definizione di pensione d’oro la crea l’opinione pubblica e non il diritto. Il contribuente che nella sua vita ha versato qualche centinaio di migliaia di euro ha il diritto di vedersi tornare indietro i soldi: fino a prova contraria il modello che lo Stato ci obbliga a rimpinguare ogni mese si chiama contributivo. Se l’idea è cambiare modello, meglio dirlo subito e lasciare gli italiani liberi di versare tutto a un’assicurazione privata.

Da qui il rischio di vedere nascere un ircocervo il cui schizzo già circola tra le fila di alcuni politici della maggioranza. In poche parole l’idea sarebbe quella di non tagliare gli assegni alla fonte, ma di tassarli due volte in modo progressivo e proporzionato alle componenti contributive e retributive.

Su Lavoce.info è già apparsa un’articolata proposta, che mira a introdurre un prelievo aggiuntivo sulle pensioni troppo sperequate rispetto ai contributi: è stata criticata perché violerebbe il principio dell’universalità e introdurrebbe una doppia tassazione. «Per superare le critiche, una soluzione potrebbe essere quella di istituire un’imposta specifica, destinata espressamente ai redditi pensionistici (che verrebbero contestualmente sottratti dal cumulo dei redditi tassati dall’imposta personale Ire) e disegnata con il fine di incidere di più sulle pensioni caratterizzate da una maggiore quota di privilegio» si legge sul sito degli economisti bocconiani. La «pension tax» avrebbe come base imponibile il reddito lordo da pensione e si calcolerebbe dividendolo in due parti. La prima sarebbe costituita dalla pensione ottenuta capitalizzando i contributi versati a un certo tasso convenzionale, che potrebbe essere lo stesso utilizzato nell’attuale regime istituito dalla riforma Dini o uno diverso e più favorevole al pensionato. A questa prima componente si applicherebbe la medesima struttura dell’Ire. «Alla parte eccedente, che grosso modo equivale alle dimensioni del “regalo” di cui i super pensionati godono, si applicherebbe invece una struttura di aliquota più elevata e più marcatamente progressiva», spiega sempre il think tank. Lo schema consentirebbe di colpire chi non ha versato contributi effettivi. La doppia tassa può anche però essere utilizzata per portare a casa gettito. Basta alzare l’asticella per aspirare più denaro.

Se il governo dovesse tassare due volte i pensionati ricchi finirebbe con il farsi la guerra da solo. Sta promettendo la flat tax, una aliquota unica e non progressiva, per tutti i lavoratori e poi finirebbe con il trattare i pensionati in modo opposto. Una confusione rischiosa dimora sotto il cielo delle pensioni. E quando regna il caos dei numeri c’è sempre da temere qualcosa.

Claudio Antonelli


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