Conte non parla più dell’Iva: 
vuol dire  che la aumenterà
All’improvviso l’Iva è sparita. Occhio, non parlo della Zanicchi, che passa con sommo divertimento da un salotto televisivo all’altro, ma dell’imposta sul valore aggiunto. Fino all’altro ieri l’Iva – fiscale – campeggiava su tutte le prime pagine dei giornali. C’è l’aumento dell’Iva, titolavano tutti compunti minacciando sfracelli. Se non si fa un governo che fermi le clausole di salvaguardia, l’Iva si abbatterà sulle nostre teste come il ghiacciaio di Planpinceux, spiegavano nei talk show i grandi esperti.


Ebbene, fatto il governo e scongiurate le elezioni che rischiavano di mandare a casa un certo numero di parlamentari del Pd e dei 5 stelle, l’Iva improvvisamente è scomparsa dai radar. Nessuno ne sa più niente, né si trova traccia nelle discussioni di Camera e Senato. A Palazzo Chigi sono impegnati ad annunciare, salvo poi smentirle, nuove tasse sulle merendine, sugli aerei, sulle bibite e sulle patenti. Per non dire poi dei rincari di luce, gas, ecc. E però sull’Iva, silenzio di tomba anche del pur loquacissimo premier, il quale discetta su tutto, dal moto ondoso alle emergenze climatiche, ma non dell’imposta sul valore aggiunto, ossia di quel numerino che ogni negoziante o impresa aggiunge al prezzo finale quando vende qualche cosa. Vestiti, scarpe, latte, pane, auto, biciclette: ogni volta che si compra, lo Stato si prende una quota di quel che si paga. A volte si tratta del 4 o del 10 per cento (per i generi cosiddetti di prima necessità), altre il 22. Ma al fisco quel numerino non basta, perché per far quadrare i conti l’idrovora statale ha bisogno di drenare altri soldi e così, nel passato, quando c’erano Letta, Renzi, Gentiloni e compagnia «contante», il governo decise di spendere dei soldi che non c’erano garantendo che prima o poi li avrebbe rimborsati. Siccome però a Bruxelles non si fidavano né di Letta, né di Renzi, né di Gentiloni, l’Europa pretese che venissero messe delle clausole di salvaguardia, ossia degli aumenti dell’Iva pronti a scattare qualora le previsioni economiche dei tre compagni di Palazzo Chigi non si fossero avverate. Puntuale come le cambiali in scadenza, dunque, eccoci arrivati alla prova del nove del bilancio pubblico. I conti non quadrano e i 19 miliardi lasciati in eredità sono con l’ultimo governo – il Conte uno – diventati 23 e siccome i soldi per tappare il buco non ci sono, pena dover fare una manovra alla Monti, di quelle che tramortiscono il Paese per un decennio, ecco lanciato il grande allarme. Bisogna fermare l’aumento dell’Iva, perché se scatta addio consumi e addio ripresa.

Il giorno in cui Matteo Salvini aprì la crisi, l’altro Matteo, quello che giura sempre il contrario di ciò che ha intenzione di fare, annunciò con una piroetta da acrobata del circo Togni che avrebbe votato a favore di un governo Pd-5 stelle per evitare l’aumento dell’Iva. Secondo Renzi non si poteva fare altro, perché andare a elezioni a ottobre sarebbe stato da suicidi, in quanto sarebbe scattato il rincaro dell’imposta sul valore aggiunto. Bene. Anzi, male. A ottobre siamo arrivati e nessuno, nemmeno il ministro dell’economia, il dalemiano Roberto Gualtieri, parla più dell’Iva. Ma come, non c’era un ghiacciaio di tasse che stava per pioverci sulla testa? Il Planpinceux dell’Iva non minacciava di travolgere la nostra fragile economia?

A quanto pare no. Anzi, il Conte zio dei 5 Stelle (ormai ha soppiantato Luigi Di Maio nel cuore di Beppe Grillo meritandosi il titolo di Elevato, che è un gradino appena sotto al comico) adesso parla di contrasto all’evasione senza evadere alle semplici domande sull’Iva. Che fine ha fatto? Perché le clausole di salvaguardia non preoccupano più?

Il premier annuncia provvedimenti e misure anche se non sono mai passate non dico dal Consiglio dei ministri, ma nemmeno dal dicastero dell’Economia. Smentisce tasse sul contante, ma anticipa sgravi per chi faccia uso di carte di credito. Pagando con un pezzo di plastica si godrà di futuri benefici fiscali e così pure sarà per chiunque chiederà il rilascio della ricevuta fiscale al professore che fa ripetizione ai figli. Già, perché le paroline magiche si chiamano credito d’imposta. Gli italiani pagano, magari anche l’Iva rincarata prevista dalle clausole di salvaguardia, magari differenziando l’aumento a seconda dei prodotti e poi, quando e se sarà il caso e ci saranno le condizioni, il Fisco rimborserà. In pratica, il Conte zio, che per essere convincente si circonda di capi di Stato e a notte fonda interviene all’Onu sul cambiamento climatico, si prepara a una di quelle manovre da prestigiatore che riescono solo ai grandi maestri del diritto, i quali con un semplice rovescio infinocchiano la giuria. Parlando di sgravi, il premier cerca di nascondere gli aggravi. Per essere chiari, mentre Conte si mangia l’hamburger è meglio nascondere le merendine, le bibite e tutto quel che c’è da tassare.

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