Il disegno di legge di bilancio 2023 è pronto per l’esame parlamentare che inizierà da Montecitorio la prossima settimana. Il dibattito si sta concentrando sui mille dettagli – in 136 articoli ognuno può trovare quello buono per sferrare critiche o inneggiare alla manovra da manuale – ma scarsa attenzione viene dedicata al contesto, in particolare all’eccezionale situazione dei mercati finanziari. Abbiamo letto commenti che spaziavano dal «manca il guizzo» al «manca la visione». Invece la visione c’è ed è sintetizzabile nel «prima non prenderle» di Gianni Brera.
I dati appena pubblicati da Bankitalia sull’andamento della bilancia dei pagamenti offrono una chiara descrizione dell’inequivocabile messaggio lanciato dagli investitori stranieri nell’imminenza delle elezioni: in un contesto di rialzo di tassi e inflazione, non erano disposti a sottoscrivere nuovo debito. E hanno parlato con i fatti. Tra luglio e settembre, soprattutto in quest’ultimo mese, dall’estero hanno massicciamente venduto qualsiasi strumento finanziario targato Italia, sia emesso dallo Stato sia dai privati. L’entità del fenomeno è tale che trova pochissimi precedenti negli ultimi dieci anni. Se a questo aggiungiamo i disinvestimenti netti di titoli pubblici nel bimestre agosto-settembre eseguiti da Bce/Bankitalia (8,3 miliardi) che, da soli, hanno lanciato all’intero mercato un segnale di ritirata, abbiamo un’idea chiara del contesto pesante e ineludibile – almeno nel breve termine – che ha condizionato le prime mosse del governo. Tra tirare le cuoia, sotto il fuoco dei capitali esteri in uscita dall’Italia, e tirare a campare, Giorgia Meloni ha preferito la seconda. E chi invoca il «guizzo» è magari lo stesso che avrebbe gridato allo sfascio dei conti se il governo avesse osato proporre uno deficit più alto del 4,5%, che appare la soglia massima consentita dall’Ue e tollerata dagli investitori internazionali.
Intendiamoci, qui il punto non è avallare o meno la scelta del governo, nel merito della quale si può avanzare la critica per non aver osato almeno sfiorare il 5% di deficit/Pil che non avrebbe comunque violato il sentiero di rientro imposto da Bruxelles. Ci preme evidenziare che bisogna guardare alla luna del «vincolo esterno» che impedisce qualsiasi manovra eccentrica rispetto alle regole europee e alla situazione contingente dei mercati. Non bisogna fermarsi al dito, cioè le scelte di chi è prigioniero di tale vincolo. È al vincolo che bisogna guardare e contro il quale bisogna lottare. Nello specifico, non si possono ignorare le turbolenze finanziarie di un periodo che ha visto gli Usa lanciati in una corsa al rialzo dei tassi di interesse che, anche sulle colonne del Wall Street Journal, ha fatto temere il «Volcker’s moment» (il presidente della Fed che, a colpi di rialzi dei tassi, mandò in recessione mezzo mondo nei primi anni Ottanta, pur di ridurre l’inflazione).
I segnali che il mercato ha lanciato al governo già da luglio sono stati inequivocabili e ora possiamo unire i puntini. Il saldo Target 2 – che segna le passività di Bankitalia verso l’Eurosistema, una sorta di contatore dei flussi finanziari da e verso l’estero – ha toccato a fine settembre l’eccezionale quota di 715 miliardi (+200 miliardi rispetto al settembre 2021), facendo scattare un segnale di allarme. Ma abbiamo dovuto attendere fino a qualche giorno fa per comprenderne le determinanti. Nel trimestre luglio-settembre scorso, gli investitori stranieri non solo hanno venduto titoli pubblici italiani per circa 25 miliardi (13 solo a settembre) ma sono pure usciti da titoli privati, obbligazioni bancarie e perfino depositi. Era già accaduto nel terzo trimestre 2021 di vedere disinvestimenti di titoli pubblici di entità simile, ma i fondi erano rimasti parcheggiati dagli stranieri presso le banche italiane e quindi il saldo dei flussi era rimasto intorno allo zero. Ma per rivedere un fenomeno simile, bisogna tornare ai corrispondenti trimestri del 2015, 2016 e del 2011.
Nel 2015 e 2016 la ritirata coinvolse in parte i titoli pubblici ma soprattutto i titoli e i depositi bancari e fu l’effetto della crisi che colpì il settore bancario, innescata dall’applicazione anticipata del bail in a carico di Banca Etruria e altre tre banche. Nel 2016 l’indice di Borsa delle banche precipitò e, in pochi mesi, altri istituti già in difficoltà crollarono definitivamente. La storia del 2011 è nota e in quel trimestre uscirono 98 miliardi di fondi stranieri, di cui 44 in titoli pubblici.
L’entità del fenomeno che si è registrata nel 2022 è inferiore ma è un segnale chiaro. Nelle stesse settimane, nel Regno Unito il governo di Liz Truss è finito nella bufera non tanto per l’entità dello scostamento di bilancio in programma, quanto per la sciatteria con cui ha affrontato i mercati, proprio nei giorni in cui la Banca centrale inglese si apprestava a vendere titoli pubblici. All’inizio si era pure presentata senza la validazione dell’equivalente del nostro Ufficio parlamentare di bilancio. A dimostrazione del fatto che uno Stato che può indebitarsi nella propria moneta non è esente da problemi, essendo quella sovranità solo condizione necessaria, ma non sufficiente – come hanno sempre detto i critici seri dell’Eurozona – per una piena agibilità della politica economica di uno Stato.
A chi invoca oggi «il guizzo» va ricordato che tra fine 2021 e inizio 2022 il governo Draghi con i mercati in relativa bonaccia, il Btp decennale anche sotto l’1% e la Bce che acquistava a piene mani, ha ridotto le emissioni di titoli e rinunciato ad allungare la durata media del debito, per di più dimezzando la liquidità in cassa.
Non mancheranno occasioni per criticare le scelte del governo Meloni – a partire da come sbloccherà i crediti di imposta del Superbonus e dell’energia – ma criticarlo per non essere uscito in mare con 50 nodi di vento significa ignorare il contesto internazionale. O conoscerlo, avendo il fine peraltro politicamente legittimo di veder naufragare il governo. Basta dirlo.
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