- L’aumento Irap e gli aggravi sulle rinnovabili mandano a picco i titoli Edison, Enel, A2A. Allarme Bce: le famiglie pagano troppo.
- Il consigliere di Confindustria Ceramica Filippo Manuzzi: «Il decreto contribuisce ad allineare il costo di elettricità e gas tra noi e la Ue. Attenti all’accordo di libero scambio con l’Asia».
Lo speciale contiene due articoli.
La Borsa non fa comizi, non rilascia interviste, non twitta indignazione. Si limita a vendere. E quando vende in massa, il messaggio arriva senza bisogno di conferenze stampa.
Mentre il governo presenta il decreto Bollette per aiutare le famiglie con cinque miliardi («Intervento coraggioso» l’ha definito Giorgia Meloni), Piazza Affari va in blackout. I titoli dell’energia hanno cominciato a perdere quota come se qualcuno avesse staccato l’interruttore della fiducia. Edison è stata la più colpita, lasciando sul terreno il 6,4%. Enel segue con un meno 4% che pesa più di quanto sembri, considerata la dimensione e il ruolo sistemico del gruppo. A2A ha ceduto oltre il 2%. Terna e Italgas poco più dell’1%. Fuori dal paniere principale, anche Erg ha accusato il colpo, con meno 3,29%. Non è stato un capriccio di giornata. È stata una reazione chirurgica a un segnale politico che comporta più regole, più pressione fiscale, meno margini. Il governo vuole contenere il costo delle bollette per le famiglie, intervenendo sulle componenti tariffarie e reperendo risorse attraverso un aumento del 2% dell’Irap per le società energetiche. In parallelo, alcune misure incidono sui meccanismi che riguardano le rinnovabili e il recupero dei costi, in un equilibrio delicato che dipenderà anche dal via libera europeo, soprattutto sul fronte dell’esclusione del costo della CO2.
Dal punto di vista politico, l’operazione è quasi obbligata: quando milioni di elettori vedono la bolletta salire, la tentazione di intervenire è irresistibile. Dal punto di vista del mercato, però, la lettura è diversa: ogni aumento di prelievo e ogni incertezza regolatoria si traducono in utili più sottili e visibilità ridotta sui flussi di cassa futuri. E qui entrano in scena gli analisti trasformando le scelte politiche in numeri. Secondo Santander, nello scenario più severo, l’utile di A2A potrebbe ridursi fino al 17%. Per Enel la sforbiciata potrebbe arrivare al 6,5%. Percentuali che, tradotte in valore assoluto, significano decine o centinaia di milioni in meno e, soprattutto, minore capacità di finanziare investimenti. Equita Sim adotta toni meno drammatici ma comunque prudenti: impatti sull’utile per azione tra l’1,5% e il 4% per diverse utility, con le società più regolate – come Terna, Snam e Italgas – tra le più esposte alla compressione dei ritorni. Il messaggio è chiaro: non è una tempesta perfetta, ma è un vento contrario che rallenta. A questo si aggiunge un timore che aleggia tra gli investitori internazionali: il precedente. Se l’Italia imbocca la strada di un maggiore prelievo sul settore energetico per finanziare interventi sociali, chi garantisce che altri governi europei non facciano lo stesso? Per un comparto che vive di pianificazione pluriennale e investimenti miliardari nella transizione, l’incertezza regolatoria è una tassa invisibile ma potentissima. Eppure, mentre la Borsa vende e gli analisti ricalcolano, dal Bollettino della Bce arriva una fotografia che rende il decreto meno improvvisato di quanto sembri. Nella pubblicazione l’energia non è una nota a piè di pagina: è il centro della scena. L’Eurotower riconosce che l’economia dell’area euro mostra capacità di tenuta, ma avverte che le prospettive restano incerte, compresse tra tensioni geopolitiche e materie prime instabili.
Dentro questa incertezza c’è un dato politicamente esplosivo: le famiglie dell’area euro pagano circa il doppio per l’elettricità rispetto alle industrie ad alta intensità energetica. Non un dettaglio tecnico, ma una frattura strutturale. In Francia e nei Paesi Bassi il divario è significativo ma contenuto. In Germania, Spagna e soprattutto Italia la forbice si spalanca fino a sfiorare il 100%. La luce costa di più a casa che in fabbrica. Tutte le componenti della bolletta risultano più care: energia, oneri di rete, imposte. I collaboratori di Christine Lagarde spiegano il fenomeno con la sobrietà dei banchieri centrali: i Paesi più dipendenti dai combustibili fossili importati sopportano costi marginali più elevati; a ciò si aggiungono differenze fiscali e regolatorie nazionali. Insomma la geopolitica pesa, ma anche le scelte interne contano eccome.
E allora il paradosso si fa evidente. Il governo interviene per alleggerire il peso sulle famiglie, perché i numeri della Bce raccontano un’anomalia che mina la fiducia. Ma nel farlo mette sotto pressione proprio quelle aziende che dovrebbero investire nella transizione energetica. La politica accende il decreto per spegnere le bollette. La Borsa, per tutta risposta, spegne i titoli.
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