Cresce il fronte contro le tasse di Ursula
Ursula von der Leyen (Ansa)
  • La Commissione deve spiegare come intende finanziare il bilancio 2028-2034. Le entrate arriverebbero da rincari delle sigarette, aumento dell’Iva, balzelli green e imposte sulle società. Previste sforbiciate ai fondi di coesione. Ma il blocco del «no» è ampio.
  • I trattori tornano a Bruxelles: domani attesi in 40.000. Ci sarà la Coldiretti, che pensa anche ad altre iniziative.

Lo speciale contiene due articoli.

C’è un detto toscano che s’attaglia ai Paesi europei e all’Italia: l’avete voluta la bicicletta? O pedalate. La bici è Ursula von der Leyen che, incassata la non sfiducia (s’è salvata per la paura del Pse di essere minoranza e per un calcolo di opportunità dell’Ecr), torna all’attacco sui conti dell’Ue e annuncia una valanga di tasse. È vero che, come stabilito dal trattato di Lisbona, il Consiglio europeo (cioè i 27 governi ora semestralmente guidati dalla Danimarca) delibera sulle «risorse proprie» all’unanimità e che poi questa proposta deve passare dal Parlamento, ma è anche vero che proprio l’Eurocamera spinge la baronessa a fare cassa (di Qatargate e Timmermans-gate vietato parlare). Già nel 2020 raccomandò che l’Ue aumentasse le risorse per rimborsare i prestiti del Next Generation Ue – è uno degli argomenti forti che usa la baronessa – e due anni fa ha votato spinto dal Pse una risoluzione che vuole la tassazione diretta sulle società e le imprese.

Ecco che Ursula batte cassa a cominciare dalle sigarette che rincareranno di un euro a pacchetto per finanziare il bilancio poliennale (2028-2o34) dell’Ue, che lievita come l’eurocrazia, sottraendo 15 miliardi agli Stati. Il rincaro di queste accise in percentuale è da capogiro: 139% sulle sigarette, 258% sul tabacco sfuso, addirittura il 1.090% sui sigari. I tabaccai sono sul piede di guerra convinti che aumenterà il contrabbando: tutti i Paesi baltici sono contro, la Svezia è disposta a fare la barricate così come la Grecia e l’Italia e si accodano Irlanda e Olanda, ma per ragioni un po’ più complesse.

Ursula von der Leyen ha però un problema non da poco: si chiama Donald Trump. Gli europei non lo sanno, ma circa il 90% dei dazi riscossi in Europa va in tasca alla Comunità che anzi con questa proposta vuole aumentare ancora la sua quota. Una volta gli Stati nazionali trattenevano circa il 25% dei dazi per spese di riscossione, poi si è passati al 10%; ora Ursula vuole tutto per sé. Con la guerra commerciale che si intravvede con gli Usa scrivere a bilancio una cifra che oscilla sui 40 miliardi all’anno (il 14% del bilancio) dalle importazioni non è azzardo da poco; dunque Washington una parte di ragione sul fatto che l’Ue pone dazi esosi all’ingresso del mercato comunitario ce l’ha. Un aumento che la Von der Leyen non dichiara, ma ha in testa, è quello dell’Iva. Anche questo i cittadini europei non lo sanno: Bruxelles preleva lo 0,5% dell’ammontare Iva riscosso in Europa (circa mille miliardi all’anno) e si mette in tasca altri 35 miliardi. L’idea della baronessa è di aumentare di almeno uno 0,25% questa quota, che non si capisce se verrebbe scaricata sulle aliquote finali o sarebbe solo una minore entrata per gli Stati membri.

E poi ci sono i quattro pezzi forti e una gigantesca manovra politica. Le nuove quattro imposizioni sono la tassa sugli utili delle società che fatturano più di 50 milioni di euro, caldeggiata dal Pse e soprattutto dal Pd e dalla sinistra, che sarebbe applicata progressivamente non si sa in che misura, una tassa sui rifiuti elettronici, un prelievo di altri 80 centesimi al chilo per gli imballaggi di plastica e infine un aumento del prezzo degli Ets (i certificati di smaltimento della Co2) in conseguenza di una nuova stretta sulle emissioni che comprende anche un inasprimento della tariffa sulle importazioni ad alta intensità di carbonio (la cosiddetta Cbam, e per fortuna che il green claims è stato ritirato!). Torna in auge anche la tassa doganale sui pacchi e-commerce che aveva irritato la Cina. In questo ipotetico pacchetto rientra anche la possibilità di tassare le multinazionali che hanno sede fiscale in Europa anche come misura di ritorsione ai dazi Usa. Sull’imposizione alle società e anche alle multinazionali – ecco l’opposizione di Irlanda e Olanda da cosa è principalmente motivata – il fronte del no è amplissimo: Germania in testa, con Italia, Francia, Polonia, Ungheria e altri dieci Paesi contrari.

Ma il punto di crisi maggiore è la manovra politica sul fondo unico per la Pac e i fondi di coesione per trovare almeno 40 miliardi all’anno. La baronessa protesta che il bilancio Ue è per l’80% pre-ordinato (in forza dei trattati la Commissione non può fare deficit) e che le servono i soldi per il riarmo, ma soprattutto per dare subito almeno 10 miliardi all’Ucraina che, se entrasse nell’Ue, peserebbe solo sul bilancio «agricolo» per 100 miliardi in sette anni. In più la baronessa vuole dotare l’Ue di una propria capacità di finanziare la ricerca e la produzione in campo energetico (programmi per la fusione nucleare) delle biotecnologie (i cibi da laboratorio) e militare. Insomma ottenuta la non sfiducia Ursula von der Leyen si sente il capo di uno Stato che non c’è, ma vuole autonomia finanziaria. Ovviamente a spese degli europei che non l’hanno votata. Chissà se qualcuno le spiegherà – a lei impegnata conto «l’autocrate» Donald Trump – che la rivoluzione americana fu fatta per affermare il principio «no taxation without representation» (niente tasse senza rappresentanza).

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