Con il dl Agosto il governo s’inventa la formazione per le casalinghe
  • Previsti 3 milioni per le lavoratrici domestiche e assistenzialismo a pioggia. Al ministero di Dario Franceschini vanno 245 milioni in più. Divieto di licenziamento «mobile»: scadrà tra metà novembre e fine anno.
  • Metà delle tasse si potrà versare in quattro rate (la prima a settembre) e l’altro 50% in 24 tranche. Meglio di prima, ma le aziende restano schiacciate dalle gabelle.

Lo speciale contiene due articoli.

Ci mancava solo un fondo da 3 milioni l’anno per la formazione delle casalinghe. La «geniale pensata» è venuta al governo giallorosso: alla lettera, con lo scopo di incrementare «le opportunità culturali e l’inclusione sociale delle donne che svolgono attività prestate nell’ambito domestico».

Detto questo, la giornata di ieri è stata segnata da un ennesimo slittamento per problemi di bollinatura del cosiddetto decreto Agosto. Fino al pomeriggio di ieri, tutti davano per certa un’imminente convocazione del Consiglio dei ministri, che però continuava a tardare, ed è scattata solo verso le 18.30. Mentre questo numero della Verità andava in stampa, era dunque quasi certa un’approvazione in serata, ma con la solita formula «salvo intese», tanto per prendersi altro margine per correzioni e integrazioni, anche approfittando della chiusura delle Camere per due settimane.

E i contenuti? Un pasticcetto compromissorio (destinato a scontentare tutti) sui licenziamenti; una misura propagandistica per la decontribuzione relativa ai lavoratori nel Sud, utile a fare titolo ma – c’è da temere – non a molto altro; e una pioggerellina di provvidenze spalmate sul territorio, un po’ come accadeva nella politica del tempo antico alla vigilia di una tornata elettorale amministrativa. Del resto, si vota a settembre e Giuseppe Conte cerca di lanciare come può la volata alla coalizione giallorossa.

È questa la sensazione che si ricava dalla lettura dell’ultima bozza disponibile del decreto, bozza in cui diversi articoli recano ancora l’annotazione a margine «nodo politico», a testimonianza della laboriosità delle trattative tra i quattro partiti di maggioranza per spartirsi la torta di questi altri 25 miliardi.

Il testo è cresciuto ancora di dimensione rispetto alle versioni precedenti circolate nei giorni scorsi: 109 articoli invece di 91. Il che renderà anche questo provvedimento un «decreto-monstre», ben difficilmente lavorabile da parte del Parlamento, realisticamente chiamato ad approvarlo, come al solito, sotto la frusta della fiducia.

Ma l’impressione è analoga all’uso degli 80 miliardi precedenti: tutto sminuzzato, senza una visione complessiva, e senza nessuna ragionevole chance di produrre un impatto economico percepibile per l’economia reale.

Sui licenziamenti, il governo ha scelto la linea di quello che potremmo chiamare «blocco mobile». Esisteva un blocco fisso, in scadenza il 17 agosto: fino a quella data, impossibilità di qualunque licenziamento. Sindacati, sinistra e grillini volevano portare tutto al 31 dicembre; Confindustria spingeva invece in direzione contraria. Morale: ne è uscita la solita via di mezzo alla Conte. Potrà licenziare chi avrà esaurito le residue 18 settimane di cassa integrazione, mentre non potrà farlo chi ancora ne starà usufruendo. In sostanza, calcolando i tempi seguiti dalle imprese per accedere alla cassa, il termine oscillerà dal 17 novembre al 31 dicembre.

Purtroppo, però, il governo dimentica la dura realtà dell’economia. Non è l’articolo di un decreto a poter impedire il fallimento di un’azienda o, per chi riesca a fermarsi prima, una chiusura tempificata e gestita. L’impressione è che questa (dolorosa) exit strategy sarà quella obbligata per numerosissime imprese, da settembre all’autunno: e nessuna acrobazia legislativa potrà mettere in salvo quei posti di lavoro.

Un altro tema assolutamente non presidiato è quello del rapporto tra imprese e banche, in considerazione dell’appuntamento che, alla ripresa e fino a fine anno, vedrà numerosi imprenditori chiamati a rinegoziare i loro affidamenti bancari in presenza di un fatturato potentemente colpito dalla crisi. Non è difficile immaginare la stretta creditizia che ne deriverà, ma il tema (devastante per la vita reale delle imprese) lascia indifferente il governo, almeno per ora.

Cosa resta? Una sventagliata di risorse a pioggia: 400 milioni per il trasporto pubblico locale, 600 per la progettazione degli enti locali, 500 per le piccole opere, 90 (e rispettivamente 200 e 625 per i due anni successivi) per le scuole di province e città metropolitane, 200 per ponti e viadotti. Ancora, vanno segnalate altre misure indirizzate ad alcuni settori: esenzione Imu nel turismo e nello spettacolo; indennità per i lavoratori stagionali sempre di turismo e spettacolo; indennità per i marittimi.

E ancora un paio di altri interventi simbolici: esonero dai contributi per chi non chieda la cassa integrazione; e altro esonero, fino a 8.000 euro di contributi, per chi assuma a tempo indeterminato. Ma siamo sempre nel campo dei titoli con scarsa chance di incidere in concreto nelle scelte reali degli imprenditori.

L’ultimo tocco assistenziale è la terza tranche del reddito di emergenza per le famiglie più in difficoltà: altri 400 euro dopo i 400+400 stanziati nel decreto Rilancio.

A spartirsi un ricco piatto è il ministro per i Beni e le attività culturali, Dario Franceschini: 245 milioni di euro in più che andranno alla filiera dell’editoria libraria, musei e luoghi culturali statali, spettacolo, cinema e audiovisivo. Tra Cura Italia, dl Rilancio e dl Agosto, il fondo supera un miliardo di euro.


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