Cartelle e affitti, la manovra è un flagello
Roberto Gualtieri (Ansa)
  • L’elemosina dei ristori spazzata via dalla follia della legge di Bilancio che il Parlamento subirà passivamente in queste ore: da gennaio partono milioni di richieste di tasse arretrate. E prosegue pure il blocco degli sfratti.
  • Prorogato il blocco degli sfratti fino a giugno senza stoppare l’Imu. Nel 60% dei casi l’affitto rende solo 26.000 euro lordi l’anno. Confedilizia: «Rabbia ed esasperazione».

Lo speciale contiene due articoli.

Non bastavano i danni legati a un iter surreale della legge di bilancio. La cosa è senza precedenti: solo oggi, infatti, la Camera licenzierà la manovra in prima lettura. Morale: il Senato avrà appena quattro giorni per guardare (ma non per toccare) il «pacco» infiocchettato proveniente da Montecitorio, e per approvarlo a scatola chiusa, pena il rischio dell’esercizio provvisorio. Così la seconda lettura parlamentare sarà praticamente cancellata: e pure la prima è stata funestata per un verso dal ritardo (ben un mese) con cui la legge di bilancio è arrivata in Parlamento, e per altro dai pasticci del governo, smentito e redarguito dalla Ragioneria generale. La quale è a sua volta incorporata nel Mef: con la situazione tragicomica di un Mef che con una mano ha dato parere favorevole a una serie di emendamenti e con l’altra è stato bacchettato per questo dalla sua stessa Ragioneria.

Ma, non pago, il governo si prepara a un altro attacco ai contribuenti. A meno di colpi di scena, nel Milleproproghe, cioè nel provvedimento che tutti ritenevano naturalmente adatto a questo tipo di intervento, non si è fatto nulla per fermare l’incredibile minaccia che pende sulla testa degli italiani. In mancanza di un provvedimento che arresti il plotone d’esecuzione fiscale (che era stato stoppato per l’ultima volta a metà ottobre), dal 1° gennaio ci sono infatti circa 31 milioni di atti dell’Agenzia delle entrate pronti a partire: circa 12 milioni di cartelle ferme di quest’anno, più 8-9 milioni di atti della riscossione, più altri 10 milioni di atti, tra avvisi e accertamenti. Solo dei marziani possono ritenere che, dopo un simile anno e nella situazione di lockdown strisciante in cui ci troviamo, gli italiani abbiano la liquidità per far fronte a questa botta. Che sarebbe per molte famiglie e imprese il colpo di grazia.

La cosa ha tre volte il sapore della beffa. Una prima volta, per il confronto con il blocco degli sfratti (di cui parliamo in questa stessa pagina): quando a sopportare i costi di un atto di «bontà» deve essere un privato, lo Stato non ha esitazione a deciderlo. Se invece si tratta di qualcosa che può avere effetto sull’erario, la macchina pubblica non si ferma affatto. Una seconda volta perché a subire l’arrivo delle cartelle potrebbero essere, in larga misura, le stesse categorie destinatarie di minime misure di «ristoro»: dunque, lo Stato con una mano dà qualcosa e con l’altra si riprende molto di più. Una terza volta, perché qui non stiamo parlando di evasione, ma di somme regolarmente dichiarate, e che però le persone (singoli, partite Iva, imprese) non hanno avuto la liquidità necessaria per pagare.

Ma attenzione, non finisce qui. La diagnosi del commercialista Giuliano Mandolesi è devastante. Intanto, chi ha usufruito di una sospensione dall’8 marzo scorso al 31 dicembre (rateizzazioni in corso sospese, cartelle sospese, eccetera) dovrà versare tutto entro il mese successivo alla scadenza del periodo di sospensione, dunque entro il 31 gennaio prossimo. Sottolinea Mandolesi: «Perché non far slittare in avanti tutto il piano di sospensione? Perché pretendere in un solo giorno tutte le rate sospese? Quel giorno rischia di trasformarsi in un autentico bagno di sangue». In effetti, almeno, un’operazione graduale nel tempo sarebbe stata minimamente più sopportabile. Stesso discorso per le rottamazioni. E poi scatta tutto il resto, ad esempio le eventuali rate Iva il cui pagamento sia stato saltato da un’impresa in questo terribile 2020: «L’operazione è molto più veloce che in passato», spiega il commercialista, «nel senso che il primo avviso può arrivare presto, e prevede già la richiesta di un 10% in più».

Per questo si imporrebbe un nuovo stop a questa raffica di scadenze, e ragionevolezza vorrebbe che si usasse il tempo della nuova sospensione per immaginare una soluzione strutturale. «Ad esempio», ragiona Mandolesi, «si potrebbe decidere l’eliminazione delle sanzioni e una nuova operazione di vero fisco amico, non per finta, per consentire un nuovo piano di rateizzazioni in partenza dal 1° gennaio 2022». Dando almeno un po’ di respiro per organizzarsi e poter materialmente pagare qualcosa. Il rischio è invece un accavallarsi di comportamenti paradossali da parte del fisco verso le imprese: ti faccio stare chiuso (o ti impongo una chiusura strisciante), pretendo entro il 31 gennaio somme che non hai, e in più magari ti faccio anche arrivare altre cartelle. Serve altro per scatenare la giusta indignazione degli italiani? La sensazione è che più di qualcuno, a Roma, o non abbia capito, o faccia finta di non aver compreso la drammaticità della situazione.

Intanto, il centro studi di Unimpresa ha lanciato un ulteriore allarme: dal 1° gennaio cambieranno le regole per i conti correnti a causa dell’entrata in vigore delle nuove norme dell’Eba, l’autorità bancaria europea, che impongono agli istituti di credito, dopo tre mesi di mancati pagamenti da soli 100 euro, di segnalare il cliente alla centrale rischi e di classificare tutta la sua esposizione come «credito malato». Inoltre, gli addebiti automatici dei conti scoperti non saranno più consentiti: se i clienti non avranno sufficienti disponibilità liquide si rischia un improvviso stop ai pagamenti di utenze, stipendi, contributi e rate di finanziamenti.


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