Roma alza la grande muraglia a difesa del 5G
  • L’ esecutivo nell’ultimo cdm fa ricorso al golden power per imporre a Fastweb limitazioni all’acquisto di software fatti da Huawei.Palazzo Chigi prosegue nella linea della fermezza nei confronti della tecnologia cinese per rischi collegati a difesa e sicurezza.
  • Pronta l’ennesima tassa del 15%. Così boccheggia l’industria automobilistica Ue.

Lo speciale contiene due articoli.

Il governo Draghi conferma la linea guardinga sulla tecnologia cinese. Stando a quanto risulta alla Verità, il Consiglio dei ministri – su input del ministero dello Sviluppo economico – ha fatto ricorso il 30 giugno in occasione dell’ultimo cdm al golden power per imporre delle «prescrizioni» all’acquisizione, da parte di Fastweb, di un aggiornamento software del colosso cinese Huawei. Per quanto l’intesa non contempli l’acquisto di strutture fisiche o materiale hardware, il dicastero guidato da Giancarlo Giorgetti ha ritenuto che tale acquisizione vada a riguardare un settore – quello delle reti 5G – particolarmente delicato in termini di sicurezza nazionale. In questo senso, il ministero – in accordo con il Dis – ha raccomandato dei paletti per «ridurre a livelli accettabili il rischio residuo derivante dall’utilizzo dei componenti oggetto di notifica secondo modalità che possono avere rilevanza per il sistema di difesa e sicurezza nazionale». Si tratta, a ben vedere, di una via non nuova: tra marzo e aprile, delle «prescrizioni» erano infatti già state imposte su forniture di 5G cinese alla stessa Fastweb.

Il trend, insomma, si sta consolidando. E si tratta di un processo che parte da lontano. Un momento di svolta può, per esempio, essere considerato la visita romana di Mike Pompeo lo scorso ottobre. In quell’occasione, l’allora segretario di Stato americano mise in guardia l’esecutivo giallorosso da un’eccessiva vicinanza a Pechino, concentrando inoltre la sua attenzione proprio sulla spinosa questione del 5G. Se il governo Conte bis si mosse quindi in alcune occasioni (soprattutto tra ottobre e dicembre dello scorso anno), è con l’avvento di Mario Draghi a Palazzo Chigi che l’allerta sulla Cina si è particolarmente rafforzata. In tal senso, la scelta di Giorgetti a capo del Mise non è forse stata casuale: il ministro leghista è una figura di comprovata fede atlantista e aveva non a caso mostrato una sensibilità per il tema del 5G cinese già ai tempi del governo gialloblù. Tra l’altro, l’attenzione che Draghi riserva a Pechino si muove in ambiti piuttosto estesi. A fine marzo, l’esecutivo ha usato il golden power per bloccare l’acquisizione dell’azienda italiana di semiconduttori Lpe da parte della società cinese Shenzen investment holdings. Tutto questo, mentre – ad aprile – un’azione di moral suasion, condotta dallo stesso Giorgetti, ha portato all’interruzione delle trattative per l’acquisto di Iveco da parte della cinese Faw Jiefang. Insomma, la linea del governo Draghi è chiara. È può essere letta da tre punti di vista complementari. In primis, è evidente che questa condotta rientri nel più generale quadro di un allineamento italiano agli Stati Uniti: allineamento su cui il premier ha sempre puntato molto in politica estera. Sotto questo aspetto, va quindi ricordato che, nonostante il cambio della guardia alla Casa Bianca, Washington continui a nutrire preoccupazione nei confronti del 5G cinese. In tal senso, Huawei compare nella blacklist delle 59 aziende cinesi stilata, a giugno, dal presidente americano, Joe Biden: aziende che, secondo l’inquilino della Casa Bianca, promuovono «l’uso della tecnologia di sorveglianza cinese per facilitare la repressione o gravi violazioni dei diritti umani» e che, proprio per questo, non potranno essere sostenute da investimenti statunitensi. Il secondo elemento da considerare è che, con questa linea, il governo Draghi punta forse indirettamente a spingere le società italiane, impegnate in settori strategici (o comunque delicati), ad evitare di intrattenere legami troppo stretti con le aziende cinesi. Realtà, queste ultime, che risultano notoriamente subordinate ai diretti interessi del governo di Pechino.

Esiste, infine, un tema di spionaggio. Gli Stati Uniti ritengono infatti da tempo che il Dragone utilizzi la tecnologia 5G per attività di natura spionistica. Un problema, questo, che certo non sfugge al governo Draghi. Un problema reso tanto più urgente dal recente arresto di un politologo tedesco, accusato – insieme a sua moglie – di aver lavorato per l’intelligence cinese. La questione è finita al centro dell’attenzione in Italia, dopo che si è scoperto che la fondazione di cui costui era direttore avesse una sede nei pressi di Bolzano. Il che aveva portato a sospettare che la sua attività fosse stata condotta anche contro il nostro Paese: un’ipotesi tuttavia smentita dal sottosegretario con delega ai servizi segreti, Franco Gabrielli. «La vicenda della coppia di cittadini tedeschi, accusati in Germania di spionaggio a favore dell’intelligence cinese, si riferisce ad un’operazione condotta nel 2018 in collaborazione con l’Aisi», ha detto, definendo l’attività spionistica dei due come «non riguardante in alcun modo il nostro Paese, ma focalizzata sul quadrante indo-pacifico». Oggi sarà comunque ascoltato al Copasir il direttore dell’Aisi, Mario Parente. Nonostante si tratti di un’audizione programmata da tempo, Parente – secondo quanto risulta alla Verità – affronterà anche la questione del politologo tedesco. Segno che le preoccupazioni su eventuali condotte spionistiche cinesi in Italia restano elevate.


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