Provano a darle un nome accettabile: transizione alimentare. Dicono all’Onu, alla Fao e soprattutto a Bruxelles che è per il bene degli uomini e dell’ambiente che bisogna cambiare modo di mangiare, chiudere le stalle e darsi agli insetti. Se archiviato Frans Timmermans qualcuno sperava in Europa di farla franca si è sbagliato di grosso. Riparte e su solide basi – più economiche che scientifiche – la guerra agli allevamenti. A guidarla sarà con tutta probabilità Tersa Ribera, spagnola, socialista, vice presidente del governo áanchez, che ambisce ai galloni di Commissario all’ambiente nel «gabinetto» di Ursula von der Leyen. Come dire: il Green deal uscito alla porta, e a colpi di voto popolare, rientra dalla finestra.
Una grossa mano la dà la Danimarca, che vuole mettere una tassa sulle flatulenze delle vacche, ma anche sui «rutti» dei maiali. Ora, che la Danimarca sia il primo Paese che vuole diventare vegano per legge è un fatto trascurabile. Il ministro Job Jensen ha già presentato il suo piano secondo cui un’industria alternativa alla carne potrebbe portare ricavi pari a 3,5 miliardi di euro allo Stato (compresi i risparmi per la sanità) e creare 27.000 posti di lavoro. Non la dice tutta il buon Jensen perché fregandosene delle norme europee, ma anzi usando fondi comunitari, la Danimarca ha aperto la prima fabbrica della Remlink che produce latte da fermentazione di cellule nello stabilimento di Kalundborg. La Danimarca è un forte esportatore di formaggi e Remlink sta già fabbricando cacio da laboratorio. La società è israeliana ed è la stessa che ha brevettato il processo per ottenere latte materno dalle cellule mammarie prelevate dalle donne che si sottopongono a mastectomia estetica. Insomma, gli scarti del chirurgo diventano pappa per i bebè.
Partendo da queste solide basi il ministro delle Finanze Jeppe Bruus ha presentato al Parlamento, il Folketing composto da 179 onorevoli, una proposta fiscale concordata con gli allevatori che saranno tassati a 300 corone (40,2 euro) per tonnellata di anidride carbonica equivalente nel 2030, e la tassa aumenterà a 750 corone (100,5 euro) entro il 2035. Gli importi finali dovrebbero essere un po’ più bassi per effetto di alcune detrazioni, ma la sostanza non cambia. La Società danese per la conservazione della natura, la più grande organizzazione ambientalista che ha spinto anche per la legge sulla rinaturalizzazione europea, parla di «un compromesso storico». Saranno tassati anche i maiali che tuttavia emettono poca CO2. In Danimarca ci sono circa un milione e mezzo di vacche che secondo i calcoli del governo producono 6 tonnellate di CO2 equivalente all’anno per ogni capo. Una stima che agli esperti pare campata per aria. Per due motivi: il gas prevalente che emettono le vacche è il metano che però si disperde assai prima della CO2 e le emissioni di anidride carbonica dei bovini vanno compensate con l’assorbimento esercitato dai prati pascolo. Per esempio l’Ispra in Italia certifica che l’agricoltura- allevamenti compresi – determina appena il 7% di tutte le emissioni. Ma chi vuole demonizzare per forza la zootecnia non pubblica tutti i dati. Operazione che non è riuscita in Nuova Zelanda; hanno provato a introdurre una tassa sulla CO2 da allevamenti, ma il governo si è dovuto dimettere. Christopher Luxon, neo primo ministro, ha ritirato la tassa e ha affermato che «escluderà l’agricoltura dal sistema di scambio delle emissioni a favore dell’esplorazione di altri modi.» Ma come si sa la Nuova Zelanda è agli antipodi dell’Europa.
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