Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 aprile con Carlo Cambi
Gli abusi di autorità avvengono nelle grandi cucine (e non solo) e a compierli sono sia maschi sia femmine. Per cambiare sistema non basta puntare il dito su un solo sesso.
Ansa
- Cessate il fuoco di due settimane con la mediazione pakistana. Washington e Teheran cantano vittoria, ma gli attacchi israeliani in Libano rendono la situazione precaria.
- Il prezzo di gas e petrolio sprofonda dopo le notizie sulla riapertura dello Stretto. Crolla il rendimento dei Btp.
Lo speciale contiene due articoli.
Quasi a ridosso della scadenza dell’ultimatum imposto dalla Casa Bianca è stata raggiunta la tregua in Medio Oriente. Ma mentre tutti i protagonisti del conflitto cantavano vittoria, i raid non si sono fermati.
Ad annunciare il cessate il fuoco, dopo l’intensa attività di mediazione svolta soprattutto dal Pakistan, è stato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «Accetto di sospendere i bombardamenti e gli attacchi contro l’Iran per un periodo di due settimane. Si tratterà di un cessate il fuoco bilaterale». La condizione imposta dal tycoon a Teheran è «l’apertura completa, immediata e sicura dello Stretto di Hormuz». Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi ha accolto la richiesta: «Se gli attacchi nei confronti dell’Iran cessano, le nostre potenti forze armate fermeranno le operazioni difensive. Per un periodo di due settimane, sarà possibile il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz in coordinamento con le forze armate dell’Iran». Poco dopo, anche Israele ha confermato di aver accettato la fine temporanea delle ostilità, escludendo però il Libano.
L’appuntamento tra Washington e Teheran per sedersi al tavolo delle delicate trattative per porre fine alla guerra è già stato deciso. Il vicepresidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, che guiderà la delegazione americana, si incontrerà sabato a Islamabad con la delegazione iraniana.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha tuttavia affermato che «gli Stati Uniti hanno violato tre disposizioni fondamentali del cessate il fuoco ancor prima dell’inizio dei negoziati: l’invasione del Libano, la violazione dello spazio aereo iraniano e la negazione del diritto all’arricchimento dell’uranio. Dopo queste violazioni, un cessate il fuoco o negoziati bilaterali sono irragionevoli».
I raid israeliani nel territorio libanese sono uno degli scogli. Peraltro, dopo che le forze israeliane hanno danneggiato un mezzo militare italiano della missione Unifil, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto convocare l’ambasciatore di Israele in Italia. L’altra spina nel fianco alle trattative sono stati gli attacchi in Iran, dopo la tregua. È stata infatti presa di mira una raffineria di petrolio nell’isola iraniana di Lavan e l’isola di Siri. Ma anche il regime iraniano non ha risparmiato i Paesi del Golfo. Il Financial Times ha rivelato che è stato colpito un oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita. In Kuwait, i droni iraniani hanno attaccato gli impianti petroliferi e le centrali elettriche. E anche gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e il Bahrein hanno segnalato dei raid.
Nel frattempo, Aragchi si è mobilitato, facendo presente al capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, le presunte violazioni del cessate il fuoco. Poco dopo, il Wall street journal ha riferito che Teheran avrebbe partecipato ai negoziati di Islamabad a patto che la tregua coinvolgesse anche il Libano. In caso contrario, il regime avrebbe rivisto la sua decisione sulla riapertura dello Stretto. A confermare, almeno in parte, l’indiscrezione è stato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian: al premier pakistano, Shehbaz Sharif, ha riferito che la sicurezza dello Stretto è collegata alla «completa cessazione degli attacchi», anche nel territorio libanese. A confondere le acque, in serata, è stato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, affermando che Teheran ha rinunciato alla precondizione del cessate il fuoco in Libano. Dalla Casa Bianca è stato poi reso noto che Beirut «non rientra nell’accordo per il cessate il fuoco».
Sullo Stretto, Trump ha comunicato: «Gli Stati Uniti aiuteranno a gestire il traffico nello Stretto di Hormuz. Si guadagneranno un sacco di soldi». Ma la visione iraniana resta piuttosto distante, con il regime che ha ribadito la necessità di ottenere «il permesso dalla Marina dei Pasdaran per attraversare lo Stretto». La confusione riguarda anche i 10 punti proposti dall’Iran. Inizialmente Trump ha comunicato che il piano iraniano è una «base praticabile su cui negoziare». Ma la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha smentito, sostenendo che la proposta iraniana è «ridicola, inaccettabile e completamente scartata da Trump». Quello su cui è al lavoro l’amministrazione americana «è un piano di pace modificato che rispecchierebbe una proposta di 15 punti avanzata settimane fa». Anche perché, secondo Axios, i 10 punti iraniani includerebbero anche il diritto di arricchire l’uranio. Questione su cui gli americani sono assolutamente contrari. Il tycoon ha infatti rassicurato che «non ci sarà alcun arricchimento dell’uranio» e anzi «gli Stati Uniti, in collaborazione con l’Iran, dissotterreranno e rimuoveranno tutta la polvere nucleare». E il capo del Pentagono Pete Hegseth ha già minacciato che se Teheran non consegnerà le sue scorte di uranio arricchito, gli Stati Uniti se lo andranno «a prendere». Il presidente degli Stati Uniti ha poi precisato che «c’è solo un gruppo di punti significativi che sono accettabili per gli Stati Uniti e ne discuteremo a porte chiuse».
Di certo, è chiaro che tutti siano voluti apparire come vincitori. Secondo il presidente americano, sono stati «raggiunti e superati tutti gli obiettivi militari». Dello stesso tenore sono state le affermazioni di Hegseth: «L’operazione Epic Fury è stata una vittoria storica e schiacciante sul campo di battaglia». A suo dire, Trump «ha fatto la storia». Dall’altra parte, anche il regime iraniano ha cantato vittoria. Il Supremo consiglio di sicurezza nazionale della Repubblica islamica ha dichiarato: «Ci congratuliamo con il popolo dell’Iran per questa vittoria e ribadiamo che funzionari e cittadini devono rimanere uniti e determinati».
Quello che resta è infatti un diffuso stato di allerta e sfiducia. Il capo dello stato maggiore congiunto degli Stati Uniti, Dan Caine, ha sottolineato che se i negoziati falliranno, le forze americane riprenderanno la guerra. I pasdaran hanno già detto di avere «le mani sul grilletto», sbandierando che «qualsiasi aggressione riceverà una risposta di livello superiore». Tra l’altro, pare che a convincere l’Iran ad accettare la tregua, oltre alla Cina, sia stato l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Diverse fonti hanno svelato ad Axios che «senza il suo via libera, non ci sarebbe stato alcun accordo».
Borse europee in ripresa, Milano fa +3,7%
La tregua temporanea tra Stati Uniti e Iran ha innescato un immediato saliscendi globale sui mercati, con una rapida compressione del premio per il rischio energetico e un riassorbimento della volatilità implicita su molte classi di investimento. Il mercato ha interpretato il cessate il fuoco (orizzonte di due settimane) come un segnale credibile di de-escalation nello snodo critico dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% dei flussi petroliferi globali, riducendo i rischi su inflazione e crescita e mettendo il segno più su molte piazze azionarie globali.
In Europa, il rialzo è stato diffuso e sincronizzato. Il Dax ha chiuso a +5,06%, il Cac 40 a +4,49%, l’Euro Stoxx 50 a +4,097, il Ftse 100 a +2,61% e il Ftse Mib a +3,70%, con volumi in aumento rispetto alla media degli ultimi 30 giorni. A livello settoriale, Stoxx Banks (+5,9% circa), Industrial Goods e Auto hanno guidato i rialzi, mentre quello Energy ha sottoperformato per effetto leva del petrolio.
Negli Stati Uniti, quando in Italia era tardo pomeriggio, l’S&P 500 ieri viaggiava a oltre +2,32%, Nasdaq Composite a +2,77% e Dow Jones +2,61%. Il Vix, l’indice che misura la volatilità dei mercati, ieri è sceso sotto area 15 (-10% circa), mentre gli indici di volatilità su Treasury (Move) hanno tirato il freno, segnalando minore incertezza macro. Hanno messo il turbo i semiconduttori e le società tecnologiche a grande capitalizzazione. In Asia, il Nikkei 225 ha chiuso a +5,39%, lo Shanghai Composite +2,69% e l’Hang Seng a +3,09%, con contributo positivo anche da export e immobiliare.
Sul mercato obbligazionario si è osservato un movimento piuttosto chiaro verso un allentamento delle pressioni sui rendimenti, soprattutto negli Stati Uniti. Il Treasury decennale è sceso al -1,24%, mentre il tratto a cinque anni si è posizionato intorno al 3,95% e il biennale al 3,7 (-1,3%). Non da meno è stato il rendimento del Btp a 10 anni che ieri è sceso dal 4 al 3,7% circa, con un crollo simile a quando Mario Draghi pronunciò il suo famoso «whatever it takes» (in quel caso il calo giornaliero fu da 6,35% a 6,1%).
Si tratta di una dinamica coerente con un ridimensionamento delle aspettative inflazionistiche, in particolare di quelle legate all’energia. In questa direzione si muovono anche i Tips, con il breakeven a 10 anni in discesa verso area 2,25%, segnale che il mercato sta rivedendo al ribasso le pressioni sui prezzi nel medio periodo.
In area euro, il quadro appare più stabile e meno direzionale. Il Bund decennale si attesta al 2,95% (+0,28 pb), mentre i rendimenti degli altri principali titoli sovrani restano su livelli contenuti: l’Oat francese intorno al 3,18% e il Bonos spagnolo al 3,34%. Il Btp decennale si è mantenuto al 3,717%, con uno spread rispetto al Bund di circa 77 punti base. Anche il differenziale Bonos-Bund resta a 44 punti base, indicando una sostanziale stabilità del rischio sovrano lungo tutta la struttura delle scadenze.
Anche sul fronte della politica monetaria il quadro resta impostato su toni comunque restrittivi. I contratti Euribor futures e gli OIS continuano infatti a prezzare un tasso sui depositi della Bce intorno in salita entro la fine dell’anno, segnalando che il mercato non si attende un allentamento imminente. Negli Stati Uniti, i Fed Funds futures indicano un percorso simile: il livello dei tassi resta elevato e gli eventuali tagli vengono visti come graduali e non immediati.
Il movimento più marcato della giornata si è comunque registrato ieri sulle materie prime, in particolare sull’energia. Il Wti è sceso a 94,64 dollari, con un calo del 16,21%, mentre il Brent si è portato a 95,73 dollari (-13,62%).
Anche il gas naturale ha seguito la stessa direzione, scendendo a 3,22 (-3,91%). Sul fronte dei metalli, il rame ha guadagnato il 3,92% a 5,7615, riflettendo un miglioramento delle aspettative cicliche, mentre l’alluminio ha registrato un rialzo più contenuto e il ferro si è mantenuto sostanzialmente stabile.
L’oro, in aumento a 4.786,37 (+2,17%), continua invece a beneficiare di una domanda di copertura ancora presente nei portafogli.
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Ansa
- La Cassazione accoglie il ricorso della Procura di Milano, secondo cui il delitto della fidanzata incinta fu commesso dal barman con premeditazione: ci sarà un procedimento bis per l’attribuzione dell’aggravante. La famiglia della vittima: «Ha gelo interiore».
- Ammazzò l’amante con il pancione. Condanna ridotta con la Cartabia. Kosovaro rinuncia al secondo grado e si accorda con l’accusa: dall’ergastolo a 26 anni.
Lo speciale contiene due articoli.
Processo di appello bis per il trentatreenne Alessandro Impagnatiello: la Cassazione ha accolto il ricorso della Procura generale circa l’aggravante della premeditazione nell’omicidio di Giulia Tramontano, compagna dell’imputato, da lui uccisa con 37 coltellate il 27 maggio 2023, mentre era al settimo mese di gravidanza, a Senago, nel Milanese, nell’abitazione della coppia. «Quello di Giulia Tramontano fu un agguato organizzato e premeditato», sostiene la Procura generale, che aveva richiesto un ulteriore processo di appello proprio per il riconoscimento dell’aggravante.
Secondo la ricostruzione della pg Elisabetta Ceniccola, gli elementi emersi delineano un quadro niente affatto compatibile con un impeto repentino. Troppi i dettagli ben pianificati: la rimozione del tappeto di casa, la scelta dell’arma, il tempo trascorso tra l’ideazione e l’esecuzione dell’omicidio sono indice di una volontà manifesta e organizzata. «Tra il progetto e l’azione c’è stato molto tempo per riflettere, l’imputato era arrivato alla conclusione di quella che sarebbe stata la propria azione omicidiaria», rimarca il magistrato. Nel giudizio di secondo grado, l’ex bartender dell’Armani Bamboo Bar di Milano era stato condannato all’ergastolo, ma la premeditazione non era stata inclusa tra le aggravanti. Quest’ultima era stata valutata in primo grado assieme a numerosi elementi, come il rapporto affettivo tra assassino e vittima, e la crudeltà dell’azione. Il dubbio sulla premeditazione era legato ai tentativi di Impagnatiello di interrompere la gravidanza della vittima somministrandole di nascosto veleno per topi, come testimoniano le ricerche effettuate online dall’imputato fin dal 2022. Per la Corte d’Appello, in una prima istanza, Impagnatiello avrebbe voluto provocare un aborto, ma uccidere la donna non era tra i suoi scopi primari. Ora si fa strada l’aggravante di una strategia delittuosa studiata a lungo. I giudici di secondo grado hanno anche respinto la richiesta dell’avvocato Giulia Gerardini, rappresentante della difesa, di accedere alla giustizia riparativa, sottolineando come l’imputato non abbia ancora «sviluppato una reale consapevolezza critica delle ragioni e degli impulsi alla base del gesto, né intrapreso un autentico percorso di responsabilizzazione e rielaborazione personale».
Per Nicodemo Gentile, avvocato dei Tramontano è «una decisione da accogliere con favore perché l’imputato è un uomo privo di empatia, caratterizzato da un evidente gelo interiore. Ha ucciso per spirito punitivo: una eliminazione lucidamente pianificata della compagna e del bambino che portava in grembo». La vicenda è tragica e ha monopolizzato le attenzioni della cronaca fin dal ritrovamento del cadavere di Giulia (che aveva 29 anni). Nata in provincia di Napoli, si era trasferita a Milano nel 2018 per svolgere il mestiere di mediatrice immobiliare e andare a vivere con Impagnatiello, già padre di un bambino di 6 anni avuto da una precedente relazione. Il 28 maggio 2023, il giorno successivo al delitto, il barman denunciò ai carabinieri la scomparsa di Giulia. Dichiarò di averla vista alla mattina sul letto, in pigiama, mentre lui usciva di casa per andare a lavorare, ma il suo racconto risultò subito contraddittorio. Venne escluso un allontanamento volontario, si mobilitò la trasmissione tv Chi l’ha visto?. Fino a scoprire che Giulia aveva da qualche tempo parlato con una collega del fidanzato, una donna Italo-inglese che le aveva raccontato di esserne da tempo l’amante e di aver abortito perché rimasta incinta di lui. Nell’auto di Impagnatiello vennero ritrovate tracce biologiche della Tramontano che spinsero gli inquirenti a indagarlo per omicidio.
Accusa ammessa dallo stesso indagato tra il 31 maggio e il primo giugno dello stesso anno. L’uomo fornì indicazioni per il ritrovamento del cadavere: Giulia risultò essere stata uccisa con 37 coltellate, nessuna delle quali però inferta su un punto vitale. La donna sarebbe dunque morta per dissanguamento. L’assassino improvvisò due tentativi di bruciare il suo corpo: prima nella vasca da bagno di casa, poi all’aperto, in un campo, con della benzina. Nella cronologia web di lui, emerse pure che aveva effettuato ricerche su come sbarazzarsi dei cadaveri e sulla quantità di veleno per topi necessaria a uccidere una persona. Proprio nel sangue della vittima furono riscontrate tracce di topicida, e alcune amiche di Giulia raccontarono di come, da molti mesi, lei lamentasse forti dolori allo stomaco. Il proposito a poco a poco è diventato chiaro: tentare di porre fine alla gravidanza della fidanzata perché d’intralcio alla sua carriera e alla sua relazione con l’amante, fino al punto di ammazzare la fidanzata stessa.
Ammazzò l’amante con il pancione. Condanna ridotta con la Cartabia
Quando il 9 luglio scorso la Corte d’assise di Treviso aveva condannato all’ergastolo il kosovaro Bujar Fandaj per l’omicidio della ventisettenne Vanessa Ballan i genitori della giovane, dopo essere scoppiati in un pianto liberatorio avevano commentato: «È fatta giustizia, ma non è una vittoria».
Ma adesso, in virtù di una norma introdotta dalla riforma Cartabia - che prevede una riduzione della pena qualora l’imputato già condannato in primo grado rinunci al ricorso per il successivo grado di giudizio - la pena pronunciata nel luglio dello scorso anno nei confronti di Fandaj è stata convertita in una detenzione di 26 anni e 10 mesi, grazie al raggiungimento di un’intesa tra le parti in occasione dell’apertura del processo d’appello.
L’omicidio, che aveva colpito per la sua particolare efferatezza, è avvenuto il 19 dicembre 2023 nell’abitazione della donna a Riese Pio X. Vanessa, che era in attesa del secondo figlio, venne sorpresa dal suo assassino che si era introdotto in casa e accoltellata a morte. All’uomo era stato contestato il reato di omicidio volontario con l’aggravante della premeditazione, della precedente relazione affettiva e del fatto che la vittima era incinta.
A inchiodare Fandaj, imbianchino edile residente ad Altivole, a pochi chilometri di distanza da Riese Pio X, erano stati anche i frame di un video di una telecamera di sicurezza di un’abitazione vicina a quella di Vanessa. Nelle immagini si vedeva un uomo, con gli abiti che indossava Fandaj quando è stato fermato, e con una corporatura compatibile, mentre si aggirava nella zona nella tarda mattinata del giorno dell’omicidio, gettando nel giardino un borsone nero, lo stesso sequestrato con attrezzi e strumenti di lavoro. All’interno c’era anche un martello con scritto il nome dell’azienda dove lavorava l’omicida, abbandonato sul luogo del delitto e usato per entrare nella casa rompendo il vetro di una portafinestra. In mano agli inquirenti c’era poi anche un coltello, con il manico di legno e con una lama di 20 centimetri, recuperato nel lavello della cucina, dove era stato in parte lavato.
La donna fu trovata priva di vita dal compagno al suo rientro a casa, con varie ferite di arma da taglio. I sospetti si erano concentrarti subito su Fandaj con il quale, in precedenza, Ballan aveva intrattenuto una relazione sentimentale clandestina, interrotta però nell’estate del 2023 per decisione della stessa.
Una scelta che l’uomo che poi diventerà il suo assassino non avrebbe accettato e per la quale si sarebbe vendicato inviando all’utenza telefonica del convivente della donna immagini esplicite del rapporto clandestino intercorso con la sua compagna.
Per questo Fandaj fu anche denunciato per stalking e revenge porn, iniziativa che riuscì a porre fine per qualche tempo agli atti persecutori, fino a quando l’uomo avrebbe scelto di «punirla» nel modo più cruento.
E proprio per questo, nei giorni successivi al delitto, dopo le ammissioni del procuratore di Treviso a proposito della sottovalutazione della situazione di pericolo per Vanessa (che aveva presentato una denuncia contro Fandaj, accompagnata dal marito e padre del loro bimbo di 4 anni), il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva chiesto agli uffici del dicastero di via Arenula di acquisire una relazione dettagliata.
Al momento del delitto la Ballan, cassiera in un supermercato del posto e già madre di un bambino, aveva da poco iniziato un periodo di assenza per la seconda maternità. Entrato nell’abitazione della coppia forzando una porta finestra, Bujar aggredì la giovane colpendola con un coltello per otto volte prima di andarsene per cercare di organizzare un tentativo di allontanamento dall’Italia. L’uomo fu tuttavia fermato dai carabinieri poche ore dopo in casa sua e ammise le proprie responsabilità pur cercando, in seguito, di negare la premeditazione del gesto.
Durante la prima udienza del processo, iniziato a febbraio del 2025, l’imputato si era detto disponibile a seguire un percorso di giustizia riparativa che, con il consenso dei familiari della vittima, gli avrebbe consentito di accorciare la pena futura di circa un terzo. L’opzione era però stata respinta dai legali dei familiari di Vanessa.
Il pm però, nonostante l’efferatezza del delitto, non aveva chiesto l’ergastolo per Fandaj, ma una pena di 28 anni. I giudici tuttavia avevano deciso per il massimo della pena.
Adesso l’accordo tra la Procura generale di Venezia e il condannato ribalta tutto, e Fandaj sconterà una pena ancora più bassa di quella chiesta dall’accusa durante il processo di primo grado. Con non pochi vantaggi per il kosovaro.
Grazie i benefici previsti dall’ordinamento penitenziario per la buona condotta, Fandaj potrebbe già avere accesso alle misure alternative e alla libertà vigilata dopo aver scontato circa 10 anni di carcere.
I familiari e i legali di Vanessa, che non hanno avuto modo di incidere sull’accordo raggiunto fra accusa e difesa, non hanno commentato la decisione.
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