- Il segretario del Pd credeva di poter regolare i conti con Matteo Renzi ma ha vinto la linea governista. E c’è chi pensa di fargli le scarpe.
- La maggioranza stempera i toni, mentre il premier sale al Colle per cercare la via d’uscita sulla prescrizione
- Sulle concessioni le posizioni sono ancora lontane. Ed entro il 29 si andrà in Aula.
Lo speciale contiene tre articoli
Ci aveva sperato, seppure solo per qualche minuto, Nicola Zingaretti. Il segretario del Pd, nelle ore torride della tensione tra Matteo Renzi e Giuseppi Conte, aveva immaginato il suo trionfo. Il governo che crolla sotto i colpi dell’ego smisurato di Renzi e della tigna del M5s; il capo dello Stato Sergio Mattarella costretto a sciogliere le Camere; lui, Zingaretti, che questo governo lo ha dovuto digerire senza averlo mai voluto, che dice: «Ve l’avevo detto, di Renzi non ci si può fidare e il M5s è una maionese impazzita».
Invece, niente da fare. Come prevedibile, su suggerimento di Mattarella, Conte ha tenuto il ciuffo dritto di fronte all’all in di Renzi, è andato a vedere il punto e ha scoperto il bluff dell’ex Rottamatore. E così, Zingaretti ha dovuto rimettere nel cassetto il sogno di andare alle elezioni e di liberarsi della pattuglia parlamentare non selezionata da lui, ma dallo stesso Renzi. Avrebbe vinto il centrodestra? «Prima o poi», confida alla Verità un big del Pd vicino al segretario, «le elezioni arriveranno , e con il centrodestra ormai tutto collocato su posizioni estremiste non è scontata la vittoria di Matteo Salvini. Forza Italia nel Paese non esiste più, e Salvini e Giorgia Meloni da soli non raggiungerebbero mai, anche con l’attuale legge elettorale, la maggioranza assoluta in Parlamento».
Niente da fare, dicevamo: Renzi, alzando la posta sulla prescrizione senza avere nemmeno una coppia vestita in mano, si è di nuovo autorottamato, come accadde nel 2016 con il referendum. Non ha fatto i conti con la realtà, Matteuccio, ovvero con la poltronite che ha contagiato anche i suoi. Italia viva ha tre esponenti al governo: due ministri (Teresa Bellanova all’Agricoltura e Elena Bonetti alle Pari Opportunità e alla Famiglia) e un sottosegretario (Ivan Scalfarotto agli Esteri); per non parlare dei 47 parlamentari che, se si tornasse ora al voto, resterebbero a casa. Il bene del Paese, la responsabilità, l’importanza di tranquillizzare i mercati, li costringono all’immenso sacrificio, alla pena quotidiana di restare incollati alle poltrone, non certo il fatto che un treno ministeriale passa una volta sola nella vita. «La sfiducia al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede? Non è all’ordine del giorno», maramaldeggia sul Corriere della Sera la Bellanova, «l’unica priorità è far ripartire il Paese e dare risposte alle emergenze che si chiamano crescita e lavoro». Immaginiamo i salti di gioia di Renzi, sconfessato dalla Bellanova (tu quoque ) perfino sulla ipotetica sfiducia a Bonafede.
E così, Zingaretti, non a caso silenzioso come non mai, deve rassegnarsi, e con lui tutti i suoi fedelissimi, quelli che preferirebbero andare di corsa alle elezioni, rischiando anche di perdere, pur di essere approdare in Parlamento, perché in fondo, si autoassolve un alto dirigente dem vicino al segretario, «finché Salvini non torna al governo da premier, non si misura con i problemi veri, con la finanziaria soprattutto, sarà sempre più popolare». Niente elezioni, che comunque almeno fino al prossimo settembre sarebbero impossibili, a causa del referendum sul taglio dei parlamentari, in programma il 29 marzo, che con tutte le procedure connesse chiude tutte le finestre elettorali precedenti l’autunno. Meno male che sono in arrivo tante, ma tante nomine in importanti società pubbliche, così chi dovrà aspettare ancora per entrare in Parlamento potrà comunque mettere le sue competenze al servizio degli italiani (a proposito, il bluff scoperto di Renzi ha indebolito assai anche il suo potere contrattuale su questo fronte, per la gioia di tutto il Pd, del M5s e di Leu).
Gioiscono invece i governisti, capitanati da quel Dario Franceschini che ha sguinzagliato un attempato big del Pd, Dc come lui, a caccia di renziani scettici, e desiderosi di tornare a casa. Franceschini, patrono delle poltrone, ambasciator portante pena di Sergio Mattarella, è una specie di cyborg programmato per rimanere al governo quando ci sta e per tornarci il prima possibile quando ne è fuori. Parla con tutti: con il M5s (con Vincenzo Spadafora, ministro dello Sport e poltronista radicale all’interno del M5s, si scambia decine di messaggini al giorno), con Leu, con Forza Italia, con Giancarlo Giorgetti, al quale ha fatto i complimenti per l’intervista responsabile e europeista, e con il quale sarebbe lieto di condividere responsabilità di governissimo, superando le divisioni e le incomprensioni per il supremo interesse generale del paese. La password di tutti i social di Franceschini è «responsabilità»: nei giorni caldi dei penultimatum renziani non ha mai perso la calma e, ora che Matteo è tornato a cuccia, ripete a tutti: «Che vi avevo detto?». Contento della figuraccia di Renzi pure Francesco Boccia (guarda caso, ministro). E Andrea Orlando? Anche lui vuole che il governo duri, pur non facendone parte. Qualcuno sostiene che, come ogni vice che si rispetti, stia lavorando per prendere il posto di Nicola Zingaretti, e che quindi lasci rosolare il suo leader a fuoco lento. Le solite maldicenze.
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