- L’ipotesi di Gimbe: «Il virus colpì in primavera un’ampia parte degli abitanti del Settentrione, ora meno vulnerabile del Sud».
- Il premier è intenzionato a prorogare il periodo in scadenza il 15 ottobre, nonostante l’epidemia sia sotto controllo. Così avrà mano libera per deliberare senza il Parlamento e istituire eventuali lockdown.
Lo speciale contiene due articoli
Per la prima volta in Italia si affaccia la prospettiva di una possibile (e augurabile) «immunità di gregge», che in questi mesi di pandemia è stata spesso evocata a sproposito, mentre oggi – secondo il Gimbe – è la possibile spiegazione di un fenomeno nuovo che riguarda il Nord Italia. C’è un dato fra i tanti, infatti, che colpisce Nino Cartabellotta, nell’ultimo rapporto sui contagi da coronavirus, che la sua fondazione compila settimana per settimana, e che ieri il ricercatore del Gimbe ha presentato a Firenze nel Forum sistema salute. È un dato che dovrà essere confermato, interpretato e spiegato nel tempo, ma che per ora porta ad una sola conclusione, ed è una «scoperta» che si può definire sorprendente sia per il Nord che per la Lombardia: «Se osserviamo con attenzione i numeri sul rapporto tra i casi positivi e i casi testati, avendo cura di sottrarre i doppi tamponi confermativi – spiega Cartabellotta – ci si trova davanti a un fenomeno molto importante, anche dal punto di vista numerico».
Quale? «Gli ordini di grandezza nel rapporto tra Nord e Sud sembrano ribaltati rispetto alla primavera scorsa. Regioni come la Campania (5.4%) e la Sardegna (4.3%) stanno registrando, dopo l’estate, un fortissimo incremento di contagi reali. Mentre, al contrario, Regioni che sono state in passato fortemente colpite dalla pandemia, come la Lombardia (1,9%) e l’Emilia Romagna (2.2%), hanno registrato, nello stesso periodo, un forte abbattimento percentuale dei casi di positività». Così, quando chiedo al presidente del Gimbe, come si spiega questa inversione così significativa di tendenza, Cartabellotta mi dà una risposta sorprendente: «Se si contano i tamponi fatti in assoluto, come fanno molti, si ha una percentuale falsata. Se invece si valuta questo rapporto sui numeri netti si scopre che l’immunità di gregge è la spiegazione più probabile per questa forbice tra dati. E proprio questa ipotesi spiega anche perché, portati sullo stesso indice, i dati di Campania e Sardegna, una Regione che era Covid free prima dell’estate, e altre Regioni del sud, che erano state toccate meno, hanno oggi un grande incremento. Anche la Sicilia e la Puglia, che in primavera erano stati coinvolte marginalmente, oggi con il 3.5% e il 3,1% sono salite entrambe al di sopra della media nazionale» (che è il 3.1%, ndr). «In quei territori – aggiunge Cartabellotta – il virus era meno diffuso, e quindi adesso ha ancora grandi possibilità di contagio. Nel Nord e in Lombardia, evidentemente, ha già toccato settori amplissimi della popolazione, che oggi sono meno vulnerabili al coronavirus». Morale della favola: «Il “secondo giro” del contagio, chiamiamolo così, colpisce di più chi ha avuto minor esperienza del virus, e in proporzione minore chi ha avuto più contagi».
E qui c’è un altra considerazione che può sorprendere chi ha in mente le coordinate sulla pandemia che ci sono state fornite in questi mesi: «Se questa lettura è vera» aggiunge Cartabellotta «i numeri ci dicono anche che l’indagine epidemiologica dell’Istat della scorsa primavera era, come dico da mesi, largamente sottostimata. E per un motivo evidente: su un panel di 150.000 intervistati potenziali, ben 70.000 interpellati che erano stati inseriti nel campione all’epoca rifiutarono il questionario. Non avevano nemmeno la garanzia del tampone, cosa ridicola se si pensa ai costi di quella indagine, solo due milioni alla Croce rossa per l’attività di call center». Chiedo a Cartabellotta perché consideri così importante la revisione critica di quell’indagine Istat: «Cambia tutto. Non lo dice nessuno ma questo significa che l’impatto reale dell’epidemia al Nord è largamente sottostimato. Anche il dato finale di un milione e 482.000 italiani contagiati è sottostimato. Noi pensavamo che quella indagine fosse la cornice: invece potrebbe essere ancora la punta dell’iceberg». Non è una differenza di poco conto: «Non è un caso che questo sia stato l’unico, tra gli studi epidemiologici nazionali, a non essere pubblicato. Svolto in un momento particolare, certo. Ma anche alla luce di questi numeri – osserva Cartabellotta – andrebbe rifatto». Il monitoraggio della Fondazione si riferisce alla settimana 23-29 settembre e (rispetto al precedente), registra in ogni caso un ulteriore incremento nel trend dei nuovi casi (12.114 vs 10.907). C’è un leggero aumento dei casi testati (394.396 vs 385.324), mentre dal punto di vista epidemiologico crescono i casi attualmente positivi (50.630 vs 45.489) e, sul fronte degli ospedali, i pazienti ricoverati con sintomi (3.048 rispetto a 2.604) e in terapia intensiva (271 rispetto a 239). Aumentano anche i decessi (137 vs 105). E qui c’è – forse -l’ultimo dato interessante. Il grafico di ricoveri ospedalieri e terapie intensive continua a seguire una dinamica di «crescita lineare». Il che significa, osserva Cartabellotta, che se nelle prossime due settimane non subirà impennate dovute alla riapertura delle scuole (serve questo tempo per monitorare gli effetti), che a dicembre presumibilmente avremo 10.000 ricoveri e 1.000 pazienti in terapia intensiva». E questo cosa significa? «che siamo al limite, ma che il sistema sanitario sarebbe in grado di reggere. Ecco perché – conclude Cartabellotta – le prossime di settimane di rilevazione dei contagi saranno decisive».
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