- Il leader del Carroccio non ritira l’offerta al Movimento: ripartire cambiando inquilino a Palazzo Chigi. Anche se i pentastellati sembrano già aver voltato pagina. A costo di sacrificare il taglio dei parlamentari e di sposare la linea di Laura Boldrini sui migranti.
- Silvio Berlusconi dà la linea, ma non mancano i forzisti terrorizzati dal parere dei cittadini.
Lo speciale contiene due articoli
«Qualunque governo nasca, sarà un governo contro la Lega». Una coesione evidente, una coesione posticcia che per ora funziona e che Matteo Salvini vede chiarissima davanti a sé mentre le delegazioni cominciano a salire al Colle. Tutti contro il partito che ha vinto le europee; la suggestione annacqua anche le mosse di distensione di martedì sera (ritiro della mozione di sfiducia, proposta di un governo di scopo brevissimo prima del voto) e rende difficile ogni manovra. Anche l’ultima: la proposta di continuare l’avventura del governo del cambiamento senza Giuseppe Conte premier. L’idea è sul tavolo di Luigi Di Maio, ma nessun leghista intende spingerla con forza perché, come spiega un colonnello verde, «trattare è un pregio, mercanteggiare è un segno di debolezza».
Così si consuma la crisi di Ferragosto, mentre i leghisti raccolgono i cocci e si preparano (con la consueta, granitica unità d’intenti) alla battaglia d’autunno all’opposizione, considerandola surreale per un partito al 37% dei consensi. Il ministro dell’Interno, che rimane in carica per gli affari correnti, nota subito curiose novità nell’aria e le denuncia: «Nelle proposte del Pd c’è lo sberlone ai 5 stelle in cui scompare il taglio dei parlamentari. Noi l’abbiamo votato tre volte e anche ieri abbiamo detto di essere pronti a farlo».
Nei cinque punti di Nicola Zingaretti – europeismo incondizionato, riconoscimento della democrazia rappresentativa, ambientalismo come motore di sviluppo, cambio di gestione dei flussi migratori, svolta redistributiva delle ricette economiche e sociali (frase tremenda che evoca la patrimoniale) – il tema dei 375 parlamentari in meno non c’è più e questo potrebbe essere il primo banco di prova per una micidiale rivincita. Senza l’appoggio della Lega la riforma Fraccaro rischia di non passare. Né Pd, né Fi vedono di buon grado il taglio (i franchi tiratori hanno già la pallottola in canna), che a questo punto tornerebbe in bilico e costituirebbe una tremenda Waterloo grillina, del tutto indigesta per la base. Un inizio da paura per il governo dell’inciucio.
Difficile far finta che la Lega non esista, e la Lega lo sa. Difficile chiudere gli occhi e ripartire dal marzo 2018 anche sul tema caldo dei migranti. Un ritorno all’allegra invasione con le torte di benvenuto sulle banchine dell’accoglienza (sogno di cooperative, associazioni, Laura Boldrini e Vaticano) è lievemente difficile senza perdere immediatamente credibilità presso la maggioranza degli italiani. Nel day after Salvini tocca anche questo tasto con un post su Facebook: «Roba da matti, non hanno perso tempo. Prime prove tecniche di inciucio Pd-M5s sulla pelle degli italiani, riaprendo i porti e chiudendo un occhio sulle Ong? La Difesa ordina: siate più morbidi». L’attacco al ministro Elisabetta Trenta è frontale e non precisate fonti dello stato maggiore sono costrette immediatamente a rassicurare che «nulla cambia per quanto riguarda compiti e struttura dell’operazione Mare sicuro». Ma nella Lega sono convinti che senza la fermezza mostrata nei mesi scorsi dal Viminale è molto difficile che i porti italiani non tornino a essere un colabrodo.
Anche in economia c’è delusione. Il fronte è delicato e interessa tutti gli imprenditori del Nord. Sempre Salvini, incontrando i giornalisti fuori da Montecitorio, approccia l’argomento: «Mentre altri stanno pensando alle poltrone noi abbiamo definito la manovra economica. È pronta una manovra da 50 miliardi. Sarà fatta in deficit, ma certamente con un deficit inferiore a quello della Francia». E a chi gli chiede a bruciapelo se il futuro dell’Italia sarà dentro l’Europa risponde: «Ovviamente sì». Parla da vicepremier, forse crede ancora in un’improbabile ennesima svolta. E come se non ci fosse stato il giorno del giudizio, i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari spiegano il piano degli investimenti: «Siamo già al lavoro per costruire l’Italia del sì fondata su un taglio di tasse per 10 milioni di cittadini, investimenti pubblici, infrastrutture, processi giusti e veloci, certezza della pena e bambini che tornano a nascere. Altri stanno pensando al governo del no? Andiamo a elezioni e facciamo scegliere agli italiani. Chi scappa dalle urne ha la coscienza sporca».
Nei territori c’è perplessità e si attendono ordini. Il sentimento più diffuso è sintetizzato da Luca Zaia, governatore del Veneto, in un’intervista al Corriere della Sera: «Noi saremo come un nido di vespe nei confronti di chi andrà al governo». Quando parla di autonomia si scalda, ritiene di essere stato defraudato di qualcosa come il collega della Lombardia, Attilio Fontana. E sottolinea che «la narrazione di Conte, cioè di un gruppo di ragazzi perbene disturbati dall’iperagitato Salvini, non regge. Lui è il primo a sapere quante difficoltà gli sono state create su Tap, Tav e Olimpiadi Milano- Cortina. Qui ha sfiorato il ridicolo perché se fosse stato per il governo, addio Giochi».
Superata la frustrazione del momento, nella Lega c’è immediata volontà di rialzare la testa, di chiedere con forza le elezioni e di continuare a rappresentare quell’Italia che nonostante tutto «tira il carro con dignità e orgoglio». Sono proprio Zaia e Fontana a fotografare il panorama con lucidità: «Se la soluzione che si prospetta è un inciucio significa che la parte più produttiva del Paese, cioè il Nord, va all’opposizione». Stiamo parlando di una terra che produce più della Baviera, dove il Movimento 5 stelle praticamente non esiste. Averla contro non è una buona notizia per nessuno.
Giorgio Gandola
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