Mister Salute in chat: «L’Oms chiede scusa e ritira il documento»
«Report» rivela i messaggi del capo del dicastero a Silvio Brusaferro del 14 maggio 2020: «Sto leggendo il paper, sarò durissimo»

Il quadro ora è completo: sappiamo che cosa sia davvero accaduto attorno al famoso rapporto Oms sulla gestione italiana della pandemia curato da Francesco Zambon e, come noto, fatto sparire poche ore dopo essere stato diffuso, per non essere più ripubblicato. A fornire l’ultimo tassello è stata, lunedì, la trasmissione Report, mostrando alcuni messaggi che Roberto Speranza si è scambiato, nel maggio del 2020, con Silvio Brusaferro del Cts.

Vediamo i fatti. Tutto ha inizio il 13 maggio 2020. Francesco Zambon pubblica il lavoro che ha curato assieme ad altri colleghi dell’Oms. Poi, nel giro di poche ore, è lo stesso Zambon a ritirarlo: deve apportare alcune correzioni su un box relativo alla Cina (che poi verrà tolto). Il problema è che il ricercatore non sarà più in grado di ripubblicare il rapporto: l’Oms gli ha tolto la possibilità di rimetterlo in Rete. Che cosa è accaduto? Chi ha voluto che la ricerca sparisse?

Ad aprire le danze, il mattino del 14 maggio 2020, è stato Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità, il quale, visto in Rete lo scottante documento, ha subito mandato un messaggio al ministro della Salute. «Scusa se ti rompo di prima mattina, ma è uscita questa pubblicazione Oms», scrive Brusaferro a Speranza, subito precisando: «Noi non abbiamo dato i dati a loro. Spero almeno sia concordata con te e con il ministero. Se non lo fosse, mi sembrerebbe un serio incidente diplomatico». A suscitare preoccupazione, ovviamente, sono i passaggi critici contenuti nel report, in particolare quelli in cui Zambon e soci fanno presente la mancanza di un piano pandemico aggiornato (era fermo al 2006). Brusaferro appare indignato: secondo lui è grave che l’Oms abbia pubblicato un rapporto simile senza concordarlo con il governo italiano, «che è anche uno stakeholder suo finanziatore». Come dire: ma come, l’Italia finanzia l’Oms e questi signori sparlano di noi? In realtà, proprio perché si tratta di un’autorità internazionale che dovrebbe essere indipendente, l’Oms non ha affatto l’obbligo di condividere alcunché con le autorità dello Stato di cui si occupa. Ma torniamo ai fatti del 14 maggio.

Il rapporto di Zambon – come scrive il ricercatore nel suo libro Il pesce piccolo (Feltrinelli) – viene ritirato alle 12.34, non prima di essere stato scaricato migliaia di volte. Qualche minuto dopo, alle 12.47, Speranza scrive a Brusaferro: «Sto guardando il report dell’Oms. Con Kluge sarò durissimo. Danni enormi non mi pare ne faccia. Forse solo sui decessi». Hans Kluge non è uno qualsiasi, ma il direttore Oms Europa, cioè il superiore di Zambon. A quanto risulta, le rimostranze del ministro fanno effetto. Qualche tempo dopo, Speranza scrive di nuovo a Brusaferro: «Mi ha chiamato Kluge. Si è scusato. Ho ribadito che al momento non facevo commenti sui contenuti ma sul metodo. Ha confermato che lo ha ritirato e che si propone di discuterlo con noi. Faranno una indagine interna». Insomma, sembra essere piuttosto chiaro che il governo italiano, visto il rapporto, si sia infuriato e abbia alzato la voce.

A confermarlo sono i messaggi che, nel pomeriggio di quel 14 maggio, si scambiavano alcuni uomini di spicco della sanità italiana. Alle 15.42 Ranieri Guerra – inviato dell’Oms in Italia a supporto del governo – scrive a Brusaferro e gli fa sapere di essere intervenuto sul caso Zambon. «Sono stato brutale con gli scemi del documento di Venezia», spiega. «Ho mandato scuse profuse al ministro e ti ho messo in cc di alcune comunicazioni. Alla fine sono andato su Tedros (direttore generale dell’Oms, ndr) e ho fatto ritirare il documento». Brusaferro ringrazia: «Grazie molte. Io sono inesperto ma mi pare che sia una situazione critica».

Alle 15.57 Guerra manda un nuovo messaggio, sempre riferendosi a Zambon e colleghi: «Hanno fatto una sciocchezza. Gli è stato detto in tutti i modi. Hanno bypassato il percorso autorizzativo solo per uscire con un rapporto e mettere una firma».

La vicenda, tuttavia, non è certo conclusa. Le conversazioni si susseguono frenetiche anche nei giorni successivi. Guerra scrive ancora a Brusaferro e gli comunica di avere fissato un incontro con Goffredo Zaccardi. Chi è costui? Zaccardi, 78 anni, magistrato a riposo, è il potente capo di gabinetto di Speranza. O, meglio, era. Nel maggio scorso, è stato sentito a lungo dalla Procura di Bergamo che sta indagando sulla gestione della pandemia. Poi, verso la fine di settembre, ha rassegnato le dimissioni. Un tempismo interessante, non trovate?

Ma restiamo sulle chat. Ranieri Guerra e Zaccardi si devono vedere alle 19.00 del 18 maggio 2020. Poco prima dell’incontro, alle 17.33, Guerra consulta Brusaferro: «Vuoi che inizi a parlargli dell’ipotesi di revisione del rapporto dei somarelli di Venezia? Poi ci mettiamo d’accordo sul come». Brusaferro conferma, e sembra proprio che il piano sia chiaro: il rapporto di Zambon deve essere rivisto e poi potrà eventualmente essere ripubblicato. Dopo l’incontro tra Guerra e Zaccardi, tuttavia, qualcosa cambia. Alle 20.35, finito il colloquio, Guerra scrive a Brusaferro che la ventilata «ipotesi di revisione del rapporto» non basta. «Cdg (il capo di gabinetto, ndr)», spiega Guerra, «dice di vedere se riusciamo a farlo cadere nel nulla. Se entro lunedì nessuno ne parla vuole farlo morire. Altrimenti lo riprendiamo assieme. Sic».

Come sia andata a finire lo sappiamo: il report di Zambon non è più stato ripubblicato. Secondo il governo – e Speranza in particolare – si è trattato di una scelta dell’Oms. Ora sappiamo che le cose sono andate in maniera diversa. Troppo diversa.

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