È cominciato ieri mattina l’esame del testo della nuova legge elettorale, lo Stabilicum o Melonellum, come preferisce qualcuno, in Senato secondo la versione licenziata dalla Camera in prima lettura lo scorso 16 luglio.
Il testo è quello senza l’emendamento di maggioranza sulle preferenze (bocciato per un solo voto e passato grazie ai franchi tiratori), approvato dalla commissione di Palazzo Madama e che quindi andrà rivotato in Aula. L’Assemblea ha subito respinto le quattro questioni pregiudiziali presentate dalle opposizioni, Pd, M5s, Avs e Iv, con 100 voti contrari, 66 favorevoli e nessun astenuto. Malgrado la volontà dell’opposizione di intervenire in massa per rallentare i lavori, il Senato chiuderà l’esame del provvedimento martedì 15 settembre. Con parere positivo il testo tornerà alla Camera il 28 settembre.
«È un’ennesima forzatura, non è ancora concluso l’esame al Senato e prima del 15 mi pare che non ci sia certezza che venga licenziata e quindi è una contrazione dei tempi inaccettabile». La capogruppo Pd alla Camera, Chiara Braga, ha commentato così la decisione della conferenza dei capigruppo di Montecitorio di indicare la data del 28 settembre per l’avvio della discussione del ddl di riforma della legge elettorale. «Ancora una volta con l’obiettivo di comprimere e mortificare il confronto parlamentare. Una scelta che serve a contingentare i tempi dell’esame a ottobre», ha concluso Braga.
Nel frattempo ieri, dopo più di due ore di vertice sulla legge elettorale tra gli sherpa del centrodestra nella sede di Fratelli d’Italia, i partiti di governo hanno deciso: tramonta definitivamente l’ipotesi ballottaggio proposta nell’emendamento presentato dal senatore di Fdi Marcello Pera, mentre resta la decisione di inserire le preferenze con capilista bloccati, proposta saltata alla Camera con un intervento che ha fatto infuriare la leader di Fdi e presidente del Consiglio. E rimarrà al 42% la soglia oltre la quale si ottiene il premio di maggioranza e non al 41% come proposto sempre dalla senatrice Paola Ambrogio (Fdi).
Rimarrebbe irrisolto il nodo della norma cosiddetta «anti cespugli», che esclude dal computo dei voti ai fini del premio i piccoli partiti sotto soglia. Finora, la regola prevedeva che venisse ripescato solo il «miglior perdente», cioè il partito che al di sotto del 3% contribuisce a eleggere deputati e al successo di una coalizione. Fratelli d’Italia punterebbe ad abbassare questa soglia all’1%, aumentando quindi al massimo la rappresentatività e l’impostazione proporzionale della legge. Forza Italia non vorrebbe eliminare del tutto il principio, nonostante i rilievi di costituzionalità arrivati anche dal Colle. Niente da fare, inoltre, per la proposta contenuta in un emendamento dei meloniani che restringeva i tempi entro i quali era necessario dimettersi dal ruolo di sindaco in caso di candidatura alla Politiche.
Il premier, Giorgia Meloni, è deciso a far approvare la legge nei tempi previsti, altrimenti, secondo i retroscena circolati, avrebbe minacciato Forza Italia e Lega di andare a elezioni a gennaio. Benché il ritorno alle urne venga deciso dal Colle, Meloni è praticamente certa che nessun partito sia pronto per soluzioni «ponte» prima del voto politico. Ma il monito del premier serve anche a scoraggiare eventuali franchi tiratori. Questo problema non si dovrebbe presentare in Senato essendo previsto il voto palese mentre potrebbe accadere alla Camera dove il voto definitivo sarà a scrutinio segreto.
In serata, una dichiarazione di Forza Italia ha lasciato intendere che nella maggioranza le frizioni non mancano. «Fi voterà l’emendamento sulle preferenze presentato dalla maggioranza. Confidiamo nella lealtà degli alleati rispetto agli accordi, certi che nessuno intenda aprire un problema politico all’interno della coalizione». Un avvertimento rispetto alla voce che secondo cui Fdi potrebbe votare un emendamento sulle preferenze insieme a Pd e M5s.
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