- Il ministro non risponde sul rientro in aula a settembre: preferisce parlare di affettività
- Già oggi l’urgenza di molti medici in Italia è sostenere la causa di donne divenute «uomini» che «desiderano una gravidanza» Ma quando il patema dei «pronomi corretti» sopravanza l’obiettivo di risolvere problemi ai pazienti, non è più scienza. È ideologia
Lo speciale contiene due articoli
Il ministro Patrizio Bianchi sembra essere convinto di non avere abbastanza gatte da pelare, tanto che è andato a cercarsene un’altra, e pure bella grossa. Il fatto che il ritorno in classe in presenza non sia ancora garantito pare non rappresentare un grosso problema per il responsabile dell’Istruzione. Qualora infatti a settembre la situazione andasse a catafascio, il nostro formidabile Bianchi ha già pronto il capro espiatorio: gli italiani. «Non è che il ritorno in presenza è un problema solo del governo: tutti dobbiamo lavorare per tornare alla normalità», ha detto ieri partecipando a La Repubblica delle idee. «Io me ne sto già occupando, voglio che se ne occupino anche gli altri, voglio che lo facciamo assieme. Io ci sono ma dovete esserci anche voi». Il messaggio è abbastanza chiaro: se non si riuscirà a tornare in aula fisicamente, daremo la colpa ai non vaccinati o ai soliti «irresponsabili» buoni per tutte le stagioni.
Dopo tutto, il povero Bianchi è soltanto un ministro, che pretendete da lui? Sempre ieri ha replicato un po’ spazientito a una mamma che gli chiedeva di risolvere il problema delle classi troppo affollate: «Classi pollaio? Non sono Harry Potter né Albus Silente». Come a dire: mica ho i poteri magici, accontentatevi di quel che sto facendo. Il punto è proprio questo: che sta facendo, di preciso, il signor ministro per garantire il ritorno in presenza? Boh. In compenso, ha avuto la brillante idea di buttare sul tavolo un altro argomento per niente complesso: l’educazione sessuale a scuola. «È ora di andare avanti, se ne parla da quando ero piccolo io», ha dichiarato. «Bisogna educare tutti noi agli affetti, e c’è ovviamente una parte fondamentale di sesso, che è una parte della nostra vita, e quindi sta dentro all’idea che a scuola stiamo formando i nostri ragazzi alla vita».
Vero: Bianchi ha risposto a una domanda, non ha emesso una circolare. Però il solo fatto che certe idee gli frullino in testa suscita una profonda inquietudine. Primo perché, appunto, la scuola italiana ha una marea di problemi che andrebbero risolti (a parte evitare la dad ci sarebbe, tra le altre cose, da assumere un po’ di insegnanti). Ma soprattutto perché di certe questioni sarebbe decisamente meglio se il ministero proprio non si occupasse. Non ci sfugge che i ragazzi abbiano, in questi anni, un rapporto sempre più difficile con la sessualità. Un rapporto che una miriade di elementi concorre a complicare ulteriormente: dalla diffusione smisurata della pornografia in Rete all’aumento del bullismo; dal confronto forzato con culture diverse all’emergere prepotente delle questioni Lgbt.
Farsi carico di tale, ponderoso fardello non è compito della scuola, che, per altro, allo stato attuale nemmeno ne sarebbe in grado. L’educazione all’affettività, come va di moda chiamarla ora, così come quella alla sessualità compete alla famiglia. E se la famiglia non è in grado di fornirla per vari motivi, è compito dello Stato supportarla e aiutarla, non sostituirsi ad essa. L’idea di introdurre l’educazione sessuale a scuola è caldeggiata da molti, specie a sinistra. Ma rifiutarla non è cosa da bigotti. Al contrario, non c’è nulla di più libertario che evitare alle istituzioni di infilarsi nell’intimità degli studenti.
Se è vero che la liberazione sessuale male interpretata e peggio realizzata provoca scompensi nell’età verde, è ancor più vero che le difficoltà non si possono sciogliere con la burocratizzazione del sesso. È un vizio antico quello di affidarsi a improbabili commissioni e stravaganti «linee guida» al fine di risolvere faccende estremamente delicate. Sappiamo bene dove questa tendenza possa condurre. I progetti di educazione affettiva messi in campo nel corso degli anni si sono rivelati spesso una scusa per introdurre nelle scuole concetti balzani simili a quelli presenti nel ddl Zan. E di sicuro, a questo riguardo, non confortano le scelte ideologiche prese da Bianchi in altri ambiti. Basti ricordare che ha affidato il compito di vigilare sui programmi di Storia a gente che ama paragonare Salvini a Hitler e si diverte quando vede la Meloni a testa in giù. Chissà a chi potrebbe affidare una eventuale commissione sull’educazione sessuale.
Il ministro vuole sincerarsi che gli studenti vivano gli affetti nel modo giusto? Bene: li faccia tornare in classe. Il resto, vedrete, verrà da sé.
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