- Domani si discute la mozione di sfiducia al ministro. Sotto accusa la sua politica giudiziaria e correntizia. Matteo Renzi minaccia di votare con la Bonino e il centrodestra, ma potrebbe essere la solita strategia per poi passare all’incasso su altre partite.
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Lo special contiene due articoli
E adesso, pover’uomo? Contro il ministro grillino della Giustizia, Alfonso Bonafede, cresce uno tsunami di polemiche e imbarazzi. E la sua poltrona scricchiola. Italia viva, il partitino di Matteo Renzi, alza la voce e domani, in Senato, minaccia di votare a favore della nuova mozione di sfiducia individuale presentata domenica da +Europa, il gruppo stretto attorno a Emma Bonino, alla cui stesura ha contribuito Enrico Costa, deputato e responsabile giustizia di Forza Italia.
Il nuovo atto d’accusa colpisce Bonafede su temi diversi da quelli contenuti nella mozione presentata dieci giorni fa dal centrodestra. Il documento di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia attacca il ministro della Giustizia soprattutto per lo scandalo delle 400 scarcerazioni di detenuti pericolosi, tra cui vari boss mafiosi, e ha il perno nella querelle che oppone al guardasigilli Nino Di Matteo, il magistrato antimafia che accusa Bonafede di non averlo nominato a capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nel giugno 2018, per le proteste di «importantissimi boss mafiosi detenuti».
La mozione Bonino–Costa, firmata da 52 senatori tra i quali spiccano azzurri di peso come Alberto Barachini, Giacomo Caliendo, Adriano Galliani, Niccolò Ghedini, Licia Ronzulli e Renato Schifani, critica invece Bonafede per un più ampio spettro d’inadempienze. Il ministro non avrebbe solo gestito l’emergenza sanitaria nelle carceri «con sufficienza e negligenza». La mozione gli rimprovera la «mai troppo criticata soppressione della prescrizione», la riforma che ha allargato l’impiego delle intercettazioni e «la ragnatela di norme» che favoriscono «il processo inquisitorio e la gogna mediatica». Sono i tipici temi garantisti che legano i parlamentari liberal-democratici e radicali, e accomunano Forza Italia, Italia Viva e +Europa. «È una risposta alla politica giudiziaria di Bonafede, di cui non condividiamo nulla», dice Costa alla Verità. Aggiunge Benedetto Della Vedova, segretario di +Europa: «È un no alla sua politica confusa, improntata al populismo giudiziario, a un’idea panpenalista e manettara»
Il colpo più duro della mozione, però, arriva sulle nomine ministeriali governate da quello che, giorno dopo giorno, emerge come un indecoroso mercato sotterraneo tra le correnti della magistratura: proprio il tema, cioè, che negli ultimi giorni dà più guai a Bonafede, e che giovedì lo ha privato addirittura del suo capo di gabinetto, Fulvio Baldi, costretto alle dimissioni per le intercettazioni depositate dalla Procura di Perugia nell’inchiesta per corruzione contro l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara. Anche ieri, su La Verità (e nell’assordante silenzio degli altri giornali e giornaloni), Giacomo Amadori ha riferito nuovi contenuti di quelle carte. Dal telefonino sequestrato al pubblico ministero sono uscite nuove trattative segrete, tese a piazzare nei «posti giusti» i candidati delle correnti: trattative che coinvolgono l’ex capo di gabinetto Baldi, e scelte che alla fine vengono avallate da Bonafede.
Anche per queste rivelazioni, la mozione Bonino–Costa accusa il guardasigilli di essere stato «incapace di vigilare sulla trasparenza delle nomine». E questa è forse la scudisciata più dura per il grillino divenuto ministro, perché nel luglio 2019 proprio Bonafede aveva annunciato in pompa magna una riforma del sistema elettorale del Csm «per sottrarlo allo strapotere delle correnti». La riforma, però, è scomparsa all’orizzonte, mentre oggi il guardasigilli è costretto a vedere il suo ministero in balia «di di scontri e polemiche legate all’influenza delle correnti nelle nomine di magistrati».
Domani, al Senato, si vedrà che cosa sarà del ministro. Italia viva si dice tentata di aderire alla mozione Bonino–Costa, ma potrebbe essere la solita «strategia minatoria» che le permette poi di passare all’incasso su altre partite. Una trattativa in extremis, comunque, è in corso anche stavolta, se è vero che ieri sera nell’agenda di Palazzo Chigi era previsto un incontro tra Maria Elena Boschi e il premier, Giuseppe Conte.
Renzi intanto ha annunciato che in Senato sarà lui a parlare per il gruppo e ha lanciato un sondaggio online: «I numeri sono ballerini», ha scritto, «e Iv potrebbe essere decisiva. Voi che idea vi siete fatti?». Sempre ieri un anonimo senatore renziano ricordava all’agenzia Adnkronos, sbuffando, che «noi abbiamo 17 senatori e il Pd 35», e lamentava una serie d’inadempienze da parte della maggioranza: «Non è possibile che noi siamo tenuti fuori da ogni decisione. Non è possibile che ogni nostra proposta sia una scocciatura. Non è possibile che da Palazzo Chigi arrivi l’ordine alla Rai di non parlare di Italia viva». E concludeva: «Se stare in questa maggioranza significa non portare nulla al partito, morire per morire almeno facciamolo tenendo fede ai nostri principi».
In Parlamento gira anche una strana voce, che la faccenda potrebbe finire con un rimpasto. Bonafede potrebbe lasciare la Giustizia, per scambiare la poltrona con un collega: magari Dario Franceschini, ministro pd della Cultura. Ma potrebbe mai accettare un tale schiaffo il capodelegazione governativo dei grillini, l’uomo che fu assistente del professor Giuseppe Conte all’università di Firenze e che lo presentò al capo politico del Movimento 5 stelle, avviandolo alla carriera politica?
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