- Dopo le febbrili trattative della vigilia, l’opposizione tende la mano al governo sullo scostamento di bilancio Il Pd blandisce Silvio Berlusconi, ma gli alleati restano cauti: «Vediamo se l’esecutivo continuerà ad ascoltarci»
- L’unità con Matteo Salvini e Giorgia Meloni è fragile, legge di Bilancio e Mes saranno i banchi di prova Ma le telefonate tra l’ex premier e il ministro dell’Economia inquietano anche Pd e M5s
Lo speciale contiene due articoli
L’unica cosa incontestabile sono i numeri d’Aula, nella loro fredda oggettività: la risoluzione della maggioranza per il via libera allo scostamento di bilancio di 8 miliardi è stata approvata alla Camera con 552 sì, 6 astenuti, nessun contrario, e al Senato con 278 sì, 4 astenuti e 4 contrari. Dunque, non solo è stata raggiunta la necessaria maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ma si è praticamente sfiorata l’unanimità, con i voti favorevoli anche di Fi, Fdi e Lega, che si sono sommati a quelli del quadripartito giallorosso.
Su tutto il resto, però, molte e assai diverse interpretazioni sono possibili, e non tutto ciò che è apparso sulla scena (prima e dopo il voto) corrisponde alle tensioni e ai reali retropensieri dietro le quinte.
Naturalmente, a risultato portato a casa, i violini di governo hanno cominciato a suonare in direzione di Forza Italia. Ecco Dario Franceschini: «Una scelta di responsabilità di Silvio Berlusconi che ha politicamente costretto le altre forze di centrodestra a cambiare linea e ad adeguarsi. Chapeau». A ruota, il capogruppo Pd a Palazzo Madama Andrea Marcucci: «Lo segnalo come un fatto positivo, una sorta di “miracolo”, visto il livello delle interlocuzioni avute finora. Le opposizioni, grazie alla spinta di Berlusconi, votano sì allo scostamento».
Inutilmente autocelebrativa la reazione di Giuseppe Conte: «Il voto che si è appena concluso è anche il segno che le linee di intervento programmate dal governo sono indirizzi che godono di ampio apprezzamento da parte di tutte le forze politiche, in quanto ritenute, evidentemente, rispondenti ai bisogni più urgenti della comunità nazionale». Training autogeno pure da parte di Luigi Di Maio: «Il voto sullo scostamento di bilancio è un grande segnale di unità e di lealtà istituzionale nei confronti del paese. Più volte questo governo ha ribadito la necessità di una collaborazione, chiesta anche dal presidente Mattarella, per dare una risposta concreta agli italiani».
In realtà, la maggioranza resta con tutte le sue contraddizioni assolutamente aperte e visibili, a partire dal rapporto tesissimo tra il Pd e Conte: tensioni che potrebbero manifestarsi in modo decisivo nelle prossime due settimane, con la mina del Mes.
Anche l’opposizione, tuttavia, non sta così bene come le dichiarazioni ufficiali vorrebbero far credere. È la scansione cronologica della giornata a farlo intuire. In mattinata, in qualche misura dando la sensazione di superare l’impegno a procedere insieme con Lega e Fdi siglato il pomeriggio precedente, era stato il leader di Fi, in collegamento con i suoi parlamentari, a fare la prima mossa, annunciando un sì senza subordinate «perché il governo ha accolto tutte le proposte del centrodestra». E, con immediata uscita dell’indiscrezione sulle agenzie, l’ex premier aveva fatto sapere di aspettarsi analoga scelta da parte di tutto il centrodestra.
A seguire, più caute, fonti di Lega e Fdi: «Siamo pronti a votare sì, come correttamente spiegato da Berlusconi sulla base di un documento informale del governo che accoglieva le nostre proposte, ma attendiamo che l’esecutivo presenti il testo definitivo». Poi, in effetti, il voto d’Aula ha registrato il semaforo verde di tutte e tre le forze di centrodestra.
A seguire, in una conferenza stampa congiunta, ancora dichiarazioni all’insegna dell’unità. Ecco Matteo Salvini: «Si riavvicinano distanze che, per ideologia, il governo aveva allargato in questi giorni. Oggi ci hanno ascoltato perché hanno capito che da soli non vanno da nessuna parte». Ecco Antonio Tajani: «Di fronte alle promesse fatte dal governo abbiamo deciso di sostenere questo scostamento, che non ha nulla a che vedere con il sostegno al governo. Lo abbiamo fatto nell’interesse degli italiani. Ora speriamo che il governo mantenga gli impegni presi. Il presidente Berlusconi ha lavorato per tutelare una parte di Paese che fino a oggi non era stata tutelata». Anche Giorgia Meloni si è detta concorde: «Con un lavoro molto lungo di proposte, attenzione e disponibilità che ci ha visto protagonisti abbiamo costretto la maggioranza a rivedere le sue posizioni. Con questo voto dimostriamo che l’assenza di dialogo era responsabilità del governo e non dell’opposizione. Mentre la maggioranza per mesi ha pensato di chiudersi in sé stessa e ha notevoli problemi interni, noi siamo uniti e compatti».
Nel corso della conferenza, una nota di saggio scetticismo è venuta da Salvini, interpellato sulla legge di bilancio e sulle prospettive dopo questo voto: «Se ci ascoltano è un conto. Vedremo se questo di oggi è un singolo episodio dettato dal terrore di non farcela con i numeri o se è un convincimento al dialogo».
Tuttavia, a microfoni spenti, le reazioni di dirigenti autorevoli di Forza Italia da una parte, e di Lega e Fratelli d’Italia dall’altra, suonano piuttosto diverse. In casa azzurra, è assai differente lo stato d’animo tra chi vorrebbe comunque convergere verso il governo e allargare il solco con i sovranisti, e chi (specie al Senato) ha invece tirato un sospiro di sollievo per una dinamica parlamentare che, almeno ieri, non ha fatto esplodere il centrodestra. E dalle parti di Lega e Fratelli d’Italia c’è chi sottolinea la reazione paziente di Salvini e Meloni, ben al di là della risposta di merito del governo.
Dopo la prima uscita del Cav, se i leader di Lega e Fdi avessero reagito in modo rigido, avrebbero immediatamente «regalato» Forza Italia alla maggioranza, certificando la disarticolazione del centrodestra. Con la scelta di convergere tutti insieme, questo piano della sinistra è saltato, almeno per ora. Ma le incognite restano, e la vicenda Mes, già all’orizzonte, rischia di rimescolare le carte e mettere a dura prova un’unità non solo di facciata dell’opposizione.
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