- Tra orari allungati e costi maggiorati molti lavoratori vogliono tornare in ufficio. Per la gioia di bar e negozi.
- Il docente Leonardo Becchetti: «Perdere ore in automobile per raggiungere la sede aziendale è un modo primitivo per organizzare la produttività».
- Il giuslavorista Giuliano Cazzola: «Finora ci siamo affidati all’arte di arrangiarsi E per molti la pandemia è stato un periodo di ferie aggiuntive»
Lo speciale contiene tre articoli.
C’è grande attesa per quello che dirà il neo ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, sul dibattuto tema dello smart working. Materia incandescente, non regolamentata e al centro di numerose polemiche. C’è chi considera l’ufficio una struttura moribonda, chi enfatizza i vantaggi del lavoro agile perché regalerebbe più tempo libero, chi invece lo ritiene un modo per estendere l’orario oltre i limiti contrattuali e chi lo considera un escamotage, soprattutto nella pubblica amministrazione, per imboscarsi. Nello Stato i controlli della produttività sono ancora all’anno zero.
Passato quasi un anno, il popolo dello smart working è diviso tra chi vorrebbe mantenere la flessibilità ma a condizioni diverse e chi invece preferisce l’ufficio. Secondo un’indagine condotta da Rete del lavoro agile, il 95% degli intervistati vorrebbe continuare l’organizzazione agile del lavoro, quindi alternando giorni a casa e altri in ufficio, purché si intervenga su alcune problematiche emerse durante questo anno di sperimentazione, quali il diritto alla disconnessione, la strumentazione e i maggiori oneri economici.
Le bollette sono la cartina tornasole di quanto costa lavorare da casa per il maggior uso delle utenze e di internet. A questo si aggiunge che in tante realtà sono saltati i buoni pasto e gli straordinari sono stati aboliti anche se, mancando il diritto al disconnessione, l’orario di lavoro talvolta si è prolungato. Spesso con i buoni pasto una famiglia faceva la mega spesa settimanale e con gli straordinari arrotondava di molto la busta paga.
In sostanza si è arrivati al paradosso che per lavorare bisogna pagare. A gennaio 2020, prima delle restrizioni imposte dal Covid, secondo una rilevazione del Dipartimento della funzione pubblica, era in smart working solo l’1% dei lavoratori. Nel giro di poche settimane, le amministrazioni centrali si sono svuotate con l’87% dei dipendenti a casa. Il telelavoro ha riguardato l’86% delle amministrazioni monitorate, fino al 94%-100% per gli enti sopra i 10 dipendenti. Nel settore pubblico il lavoro da remoto è stato prolungato dal 31 gennaio al 30 aprile 2021. Quindi anche con il nuovo ministro, per altri due mesi non dovrebbe cambiare nulla. I sindacati, la Cisl in primis, reclama una regolamentazione per evitare le distorsioni dell’orario e dei costi in più che i lavoratori devono sostenere.
È vero che si risparmia sulle spese degli spostamenti, ma facendo un bilancio tra vantaggi e svantaggi lo smart working comincia a pesare sul bilancio familiare. I buoni pasto, ad esempio, valgono circa 160 euro al mese ma sono legati all’orario rigido dell’ufficio e alla pausa pranzo, non al lavoro agile da casa. Altro nodo è quello degli straordinari che lavorando da casa sono difficili da calcolare con il risultato che si passano più ore davanti al pc di quelle regolamentari. Mentre nel privato c’è un forfait, nel pubblico contano le ore effettive. Poi c’è l’indennità di turno che porta nel portafoglio dello statale circa 200 euro.
Le utenze sono un capitolo amaro. Per lavorare da casa serve una connessione internet illimitata. Questo tipo di abbonamento ha un costo fisso mensile che non dovrebbe andare a carico del bilancio del dipendente. Ci sono poi energia elettrica e riscaldamento. Una giornata lavorativa di 8 ore (ma spesso il capo ufficio chiede una disponibilità maggiore) comporta un aumento dei consumi di luce e gas. Se poi si aggiunge anche la didattica a distanza dei figli, il conto sale.
L’osservatorio di Sostariffe.it ha calcolato che lo smart working ha portato un aumento delle spese tra i 145 e i 268 euro l’anno. Un single spende, in media, tra luce e gas (719 euro) e internet (397) circa 1.116 euro l’anno. Nel 2020 ha dovuto tirar fuori 145 euro in più. Un coppia di norma viaggia attorno ai 1.484 euro l’anno ma lavorando da casa, ora deve mettere in conto 194 euro in più. Per una famiglia, il maggior onere sale a 268 euro su complessivi 2.058 euro consueti tra utenze e connessione web.
Sulla rete proliferano i consigli per risparmiare e anche le associazioni dei consumatori hanno stilato una sorta di vademecum per far quadrare i bilanci, che va dal posizionare la scrivania vicino alla finestra per risparmiare l’elettricità, all’uso di lampade al led o alla programmazione della chiusura dello schermo del pc dopo alcuni minuti o mettendoli in modalità di risparmio energetico.
C’è poi la questione della strumentazione. La legge specifica che l’azienda deve fornire al personale in telelavoro, cioè che lavora da casa come se fosse in ufficio con lo stesso orario, la postazione ergonomica. Ma questa tutela non è prevista per chi è in smart working perché l’attività può essere svolta in qualsiasi luogo. Il problema è che non è stato chiarito se coloro che hanno operato da remoto, a causa dell’emergenza, sono in telelavoro o in smart working.
I sindacati stanno studiando l’ipotesi di proporre un rimborso forfettario delle spese che tenga conto anche dei buoni pasto non usufruiti e degli straordinari persi. Il Covid ha cambiato l’organizzazione del lavoro, accelerando un processo già in atto. Quindi difficilmente si tornerà indietro. Questo impone però che anche gli esercizi commerciali che ruotano attorno agli uffici riorganizzino l’attività.
Lo smart working li ha penalizzati. Bar, ristoranti e tavole calde che prima prosperavano grazie agli uffici, ora sono sul lastrico. In condizioni normali il 67% dei lavoratori fa colazione al bar, il 75% pranza in ristoranti o tavole calde e un 80% acquista quotidianamente dolciumi o approfitta della pausa pasto per fare acquisti nei negozi di abbigliamento. Tutto questo movimento è azzerato da un anno. Da un sondaggio della Confesercenti, è emerso che un’attività su tre registra un calo del fatturato di oltre la metà e il 21% teme la chiusura. L’87% sta valutando di ridurre definitivamente i dipendenti. Gli uffici dovrebbero tornare a riempirsi per maggio, ma è una data scritta sulla carta che deve fare i conti con l’andamento della pandemia. E comunque non sarà più come prima.
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