Dai gestori delle piste ai ristoratori: i ribelli aprono alla faccia del governo
  • Piana di Vigezzo e Bardonecchia guidano la protesta dei disobbedienti. Mentre la Regione Piemonte è pronta a costituirsi parte legale. Già partite tre class action. Intanto i locali liguri non si arrendono alla zona arancio.
  • Gli elvetici replicano duramente a chi li ha definiti «diffusori» della variante inglese: «È speculazione». Oltre le Alpi, gli impianti funzionano e non c’è emergenza sanitaria.

Lo speciale contiene due articoli.

La pista è nera, ma di rabbia. Mario Draghi è costretto a uno slalom tra i paletti strettissimi della protesta che monta, del Cts che vuole divieti assoluti e del suo ministro, Roberto Speranza, che è ancora convinto di essere al servizio del bisConte. Lo riporta alla realtà Massimo Garavaglia (Lega), neoministro del Turismo, che dice: «La stagione del turismo invernale è finita qui, ora indennizzi immediati all’industria del turismo». Del resto tutti gli operatori sono concordi: riaprire il 5 marzo non ha senso. Farebbe solo allargare il buco nei bilanci fiaccati dal retromarcia del governo. In tutte le Regioni (come hanno sottolineato Luca Zaia per il Veneto, Attilio Fontana per la Lombardia e Massimiliano Fedriga per il Friuli Venezia Giulia) l’annunciata e poi mancata ripartenza per il 15 febbraio aveva indotto gli albergatori ad assunzioni, i ristoratori ad acquisti, gli impianti di risalita a sistemare le piste. Lavoro, merci, contratti buttati via e altri 3,5 milioni di presenza turistiche svanite. Il danno è enorme.

Le Regioni fanno il tifo per i maestri di sci, i gestori degli impianti di risalita, gli albergatori e i ristoratori che minacciano di travolgere lo Stato con una valanga di cause legali e per i disobbedienti civili che tengono aperti gli impianti nonostante i divieti a tempo scaduto. È una forma di protesta indotta dall’istinto di sopravvivenza. A conti fatti lo stop allo sci significa 12 miliardi di fatturato turistico perso, 150.000 posti di lavoro evaporati, altri 10 miliardi persi lungo la filiera agricola, altri 4 miliardi li hanno persi le industrie italiane (sono 1.200 per 90.000 posti di lavoro) che producono abbigliamento, accessori, attrezzi per gli sport invernali: a loro manca il 70% del fatturato. In montagna hanno preso esempio dai ristoratori che anche il giorno di San Valentino – soprattutto in Liguria, ma non solo – sono tornati a forzare il blocco delle chiusure. Il ministro della Salute dice che è colpa della variante inglese del Covid (guai a chiamarlo virus cinese) che galoppa. Ma così travolge del tutto quel che resta del turismo. La stima è che i danni della decisione del ministro per un giorno solo siano superiori ai 700 milioni di lire.

Al diktat di Roberto Speranza ieri mattina si sono opposte due località del Piemonte. Impianti aperti a Piana di Vigezzo con Luca Mantovani, uno dei gestori delle sciovie, che dice: «Qui abbiamo un fatturato sui 400.000 euro, quest’anno non siamo arrivati a 27.000 e di ristori neppure l’ombra. Abbiamo aperto per protesta, ma domani si chiude se no le multe ci ammazzano». La rivolta di Piana di Vigezzo è motivata dal fatto che sono a un valico dal canton Ticino, dove si scia da sempre. Impianti aperti anche a Pian Munè nel Saluzzese, dove i gestori della Dodonix contestano: «I modi, i tempi, la mancanza di rispetto e l’indifferenza, abbiamo accettato un lungo stop, ora lo Stato dovrebbe farsi carico di noi». A Bardonecchia tutto il paese ha organizzato un flash mob di protesta, a conferma che il Piemonte è l’epicentro della rivolta bianca c’è anche il fatto che il presidente della Regione, Alberto Cirio (Lega), sta studiando un ricorso contro il ministro della Salute e ha già detto che la Regione si costituirà nelle cause di risarcimento danni. Probabilmente lo seguiranno tutte le altre interessate dallo stop alle piste.

Il punto dolente è quello dei ristori, peraltro mai arrivati. I gestori ora vogliono i risarcimenti danni. E già si preparano almeno tre class action: quella degli impianti a fune, quella degli albergatori e quella dei maestri di sci. Che si ritrovano nel loro collega di Livigno che ieri mattina ha fatto lezione a un gruppo di sciatori, che hanno usato le auto al posto degli skilift per risalire.

La protesta dei disobbedienti dilaga dalle Alpi agli Appennini e tutti si sono ritrovati nelle parole di Stefano Bonaccini (presidente dem dell’Emilia Romagna e della conferenza delle Regioni) che ha sparato a zero sul governo dicendo: «Mai più». L’associazione dei maestri di sci, 15.000 famiglie, denuncia che da un anno questi professionisti sono abbandonati e senza un euro. L’associazione degli impianti a fune sostiene che sono andati in fumo 4 miliardi, il turismo montano stima una perdita secca di 12 miliardi e almeno 140.000 posti di lavoro diretti. Per la Coldiretti si sono persi 10 miliardi lungo la filiera alimentare. Contro il governo si leva un coro alpino d’invettive: protestano l’Unione dei Comuni montani con Marco Bussone, Confindustria alberghi con Maria Carmela Colaiacovo, la Confcommercio con Carlo Sangalli, Marco Michielli di Federalberghi, che è «inferocito»; sono gli stati generali dell’indignazione turistica.

Dai monti al mare è sempre la stessa protesta. In Liguria i ristoranti sono rimasti aperti nonostante la zona arancione. Affollati per San Valentino con tante presenze di francesi e Ivano Ricchebono, chef stellato di Genova con il suo The Cook, che rivendica: «In cucina ho cercato di superarmi, ho aperto per me, ma anche per la felicità dei miei clienti». I liguri non hanno accettato che per loro la zona arancione è scattata il 14, mentre in Trentino è partita dal 15, salvando San valentino. Molto peggio è andata a Firenze a Momo (Mohamed El Hawi) il leader del movimento dei ristoratori «Io apro». Gli hanno sequestrato il ristorante «Tito» con tanto di sigilli della prefettura perché il giorno di San Valentino era aperto. «Sto valutando con il mio legale», ha detto Momo, «cosa fare, ma di certo non mi fermo». E con lui migliaia di ristoratori che stanchi di questi divieti a singhiozzo hanno deciso: «Io apro».


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