forza italia legge elettorale
Antonio Tajani (Ansa)

Un solo voto di scarto ha affondato l’emendamento alla legge elettorale sulle preferenze voluto da Fratelli d’Italia e sostenuto, formalmente, anche da Lega e Forza Italia. Un solo voto, ma abbastanza per trasformare una mediazione di maggioranza in un caso politico nazionale, il più drammatico della legislatura, capace di mettere a nudo le fragilità della coalizione di governo.

Sul fronte della maggioranza prevalgono il sospetto e la diffidenza e ognuno dà la colpa all’altro. Tutti negano di avere al proprio interno dei «traditori»: ciò significa che il dissenso è probabilmente stato o trasversale oppure troppo imbarazzante per essere scaricato su un solo gruppo. Nessuno vuole intestarsi la sconfitta, ma nessuno riesce davvero a convincere di averla subita da innocente. Il day after della débâcle della maggioranza è all’insegna della caccia ai franchi tiratori, i cosiddetti «badogliani», nei capannelli dei deputati di centrodestra a Montecitorio. Alcuni sospetti ricadono su Forza Italia, soprattutto tra i deputati azzurri considerati più vicini a Marina Berlusconi. Un voto contrario per una questione di merito e forse per mandare un segnale al leader Antonio Tajani? Non ci sono nomi certi. Ci sono però indizi politici, veleni e trame sotterranee, assenze, dichiarazioni, crepe note da giorni e, soprattutto, tre grandi blocchi di interesse che aiutano a capire da dove possa essere arrivata questa rivolta silenziosa.

I franchi tiratori che hanno bocciato l’emendamento non hanno come ovvio un volto pubblico, ma una geografia nitida. È possibile ricostruire i profili dei parlamentari che avevano più motivi per osteggiare l’emendamento: chi teme le preferenze perché riducono il potere delle segreterie; chi teme, invece, un sistema ibrido che non garantisce abbastanza i territori; chi legge la riforma come uno strumento di riequilibrio interno a vantaggio di Giorgia Meloni e di Fdi.

Dentro Forza Italia c’è un numero di parlamentari eletti con listino bloccato in Sicilia, senza aver battuto più di tanto il territorio, vedi Stefania Craxi (eletta a Gela), recentemente nominata capogruppo di Forza Italia al Senato (al posto di Maurizio Gasparri), oppure la deputata di Fi, Marta Fascina (eletta a Marsala). «Non voglio commentare, è inutile», taglia corto l’ultima compagna di Silvio Berlusconi. «Noi per la prima volta eravamo presenti al 98% in aula», nota un suo collega di partito. «Gli amici di Fdi guardassero al loro interno», commenta un altro parlamentare di Fi che vuole rimanere anonimo. «Molti di noi hanno ricevuto messaggi di deputati del loro gruppo che assicuravano di non voler votare l’emendamento sulle preferenze».

Le mani tra i capelli di Tajani dicono tutto. Parla con il vicesegretario del partito, Stefano Benigni, che si è occupato di legge elettorale. Il deputato amico di Fascina strabuzza gli occhi: «Paz-ze-sco». Il capogruppo alla Camera, Enrico Costa, rivendica che Forza Italia era stata «presentissima e solidissima». Eppure, i sospetti più pesanti si addensano sulla fronda guidata proprio da Tajani. Matilde Siracusano, sottosegretario di Forza Italia con delega ai Rapporti con il Parlamento, si fa dare la «strisciata» degli assenti non giustificati perché non in missione: quattro sono di Forza Italia. Raffaele Nevi, braccio destro di Tajani, dice che «sono mancati i voti dei vannacciani». Ma non bastano quelli a spiegare il problema. Francesco Rubano, altro fedelissimo di Tajani, è turbato: «In molti ci siamo ripresi col telefonino, tirava una brutta aria nel partito». L’opposizione interna all’emendamento sarebbe stata tutt’altro che improvvisata. In molti danno per scontata una «fronda» interna, composta in gran parte da deputate, che era emersa già durante una tesa riunione pre-voto con Tajani in via della Scrofa all’ora di pranzo, durante la quale diverse parlamentari azzurre, a partire da Catia Polidori, avevano espresso la propria contrarietà all’accordo sulle preferenze. D’altronde avevano sottoscritto anche un appello, firmato anche dalla deputata di Forza Italia, Isabella De Monte (passata negli anni da Pd, Azione, Italia Viva e, infine, Forza Italia), la quale sostiene che il voto di preferenza tenda, nella pratica, a penalizzare la rappresentanza femminile. Anche Deborah Bergamini, vicesegretaria di Forza Italia, si dice d’accordo con la necessità di proteggere la presenza delle donne in Parlamento. Da rilevare che in Forza Italia c’erano solo due assenti al voto, su 53 componenti: la stessa Bergamini e il calabrese Francesco Cannizzaro detto «Ciccio».

L’emendamento è stato bocciato da un voto; la maggioranza, però, è stata ferita da molto più di un voto. È stata colpita nel punto più delicato: la fiducia reciproca tra alleati quando si decide chi, domani, potrà tornare in Aula. Il rischio concreto è che questo stop parlamentare possa trasformarsi in una crisi politica.

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