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Giorgia Meloni (Ansa)

Giorgia Meloni va alla roulette russa, anzi La Russa: il giorno dopo la sconfitta alla Camera sull’emendamento per introdurre le preferenze nella nuova legge elettorale, l’aria che si respira ai piani alti del centrodestra è quella di non mollare, rilanciare e tentare il tutto per tutto.

L’ipotesi più accreditata è dunque quella di seguire il suggerimento del presidente del Senato, Ignazio La Russa: ripresentare l’emendamento sulle preferenze (magari con qualche correttivo per tranquillizzare i franchi tiratori che alla Camera hanno affossato il provvedimento, temendo di non essere rieletti, scavalcati dai signorotti dei consensi), farlo approvare più facilmente poiché a Palazzo Madama il voto sarebbe palese, poi tornare alla Camera per la terza lettura e mettere il voto di fiducia.

«La Meloni», dice alla Verità un autorevolissimo senatore della maggioranza, «ci farà ripresentare l’emendamento, magari un po’ cambiato, al Senato, dove c’è il voto palese, e poi metterà la fiducia in terza lettura alla Camera. Tutto questo casino si sarebbe potuto evitare presentando la legge prima al Senato, dove appunto su questa materia non c’è il voto segreto, e poi approvarla con la fiducia alla Camera». Giusto, ma allora perché non è stato fatto? «Glielo avevamo detto! Non ci hanno ascoltato. Pensavano che alla Camera ci fosse una maggioranza più ampia», sospira il nostro interlocutore, «e poi sappiamo come sono fatti, quelli che decidono: quelli bravi siamo noi, sappiamo tutto noi. Ed ecco come è finita…».

Il lodo La Russa, ovvero alzare ancora la posta senza affrontare con il dialogo e l’ascolto i motivi del corposo malcontento in maggioranza, comporta però dei rischi. Uno è quello del bis della Camera: «È vero che a Palazzo Madama il voto è palese», riflette con noi un deputato di lungo corso del centrodestra, «ma è vero pure che la maggioranza è più risicata (120 senatori su 200, ndr). Basta qualche assenza e qualche senatore che ormai ha la certezza di non essere ricandidato e si gioca il tutto per tutto, e il piano può andare a rotoli». Inoltre: «Mah», sottolinea alla Verità un altro big della maggioranza, «la vedo dura che una Camera si ponga in contrasto con l’altra. Non lo fece neanche il centrosinistra, quando nel 2014 la Camera bocciò l’emendamento all’Italicum che introduceva le preferenze». È noto che la Meloni sia appassionata di burraco, non sappiamo se sia anche una giocatrice di poker: più alta è la posta, più alto il rischio. «Si è rafforzata con gli alleati e in qualsiasi momento può decidere di staccare la spina», gongola un esponente di peso di Fratelli d’Italia, ma il rischio in questo caso sarebbe assai superiore alla potenziale vincita: staccare la spina al governo significa infatti mettere il pallino nelle mani di Sergio Mattarella.

Torniamo all’emendamento sulle preferenze e al «lodo La Russa», e cerchiamo di capire cosa ne pensano le opposizioni: «La Russa ha fatto un po’ il baldanzoso», ci sottolinea un senatore di rango del Pd, «ma da quello che ascolto dai colleghi del centrodestra potrebbero tentare questa strada. Certo, avranno il problema dei tempi: se ne parlerà a settembre, si dovrà incardinare la legge elettorale in Commissione, ci troveremo a discutere ancora di preferenze e listini quando saremo in piena sessione di bilancio, ci sarà l’autonomia e il centrodestra dovrà spiegare agli italiani perché continuano a dare la priorità a un provvedimento che interessa solo a loro. Diciamo che ci forniranno un ottimo argomento per irrobustire quella che è già la nostra posizione. Non solo: guardando anche a quello che è accaduto ieri alla Camera, con l’emendamento sulle preferenze presentato dai deputati di Roberto Vannacci, votato solo da Fratelli d’Italia, è evidente che ormai sono totalmente ossessionati dal generale e fanno il suo gioco, che è quello di sfaldare l’attuale maggioranza». «Non so cosa decideranno di fare», dice alla Verità un altro esponente di primissimo piano del Pd, «fatto sta che questa storia ha cancellato il nostro autogol di Napoli, e più va avanti più ci rafforza».

Insomma: lo scivolone dell’altro ieri, come era inevitabile, avrà ripercussioni che non si esauriranno in pochi giorni. D’altra parte, però, inserire almeno un minimo di preferenze nella nuova legge elettorale non è solo un modo per dare ai cittadini la sensazione di poter scegliere, seppure in minima parte, i propri parlamentari: si tratta anche di evitare che la Corte costituzionale bocci l’intero provvedimento. La Consulta, infatti, già in passato si è espressa contro i meccanismi che prevedevano solo listini bloccati. Non manca, nel centrodestra, chi pensa che a questo punto sarebbe meglio lasciar perdere la nuova legge e andare al voto con quella attuale: Fratelli d’Italia sarebbe (salvo catastrofi) il primo partito e Giorgia Meloni riceverebbe con ogni probabilità l’incarico di formare il governo dal presidente della Repubblica. Anche in questo caso, però, si dovrebbero fare i conti con Vannacci. La crescita nei sondaggi del generale è in questo momento il fattore che più influenza la politica italiana, in particolare ovviamente quella del centrodestra. A proposito: al Senato Vannacci non ha ancora nessun esponente, ma a quanto ci risulta almeno un paio sarebbero sul punto di aderire a Fn. Ma questa è un’altra storia. Anzi, è sempre la stessa.

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