Fico si fa da parte e il Movimento insiste sul Conte bis. Rispunta la Lega
  • I pentastellati: in campo c’è solo il premier uscente, che però Nicola Zingaretti non accetta. Prende quota il ritorno con il Carroccio.
  • Le nuove consultazioni saranno domani e mercoledì, però Sergio Mattarella esige chiarezza sul patto giallorosso già oggi I 5 stelle titubanti pure sul voto online: temono una ribellione della base.

Lo speciale contiene due articoli

Ieri, in beata solitudine, La Verità aveva anticipato che il presidente della Camera, Roberto Fico, aveva già deciso, per senso di responsabilità, di tirarsi fuori dalla corsa a Palazzo Chigi. Il suo passo di lato è stato «ufficializzato» ieri da una nota attribuita a fonti vicine alla terza carica dello Stato: «Roberto Fico», hanno fatto sapere le fonti, «ricopre l’incarico di presidente della Camera dei deputati e intende responsabilmente dare continuità al suo ruolo». Parole da leggere in controluce: l’intenzione di Fico è questa, ma se il suo nome fosse l’unico in grado di compattare Pd e M5s, il presidente della Camera potrebbe mettersi a disposizione del Paese.

Intanto, prosegue il braccio di ferro tra M5s e Pd, o meglio tra Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti, sul nome di Giuseppe Conte. L’ex avvocato del popolo resta l’unica proposta in campo per il M5s, come ha ribadito ieri mattina, nel corso di una telefonata, il capo politico grillino al segretario dem: «Tutto il M5s», ha detto Di Maio a Zingaretti, «è leale a Conte ed è l’unico nome come premier». Beppe Grillo, sul suo blog domenicale, ha rincarato la dose: «Saluto con grande piacere il professor Giuseppe Conte», ha scritto Grillo, «lo abbiamo visto attraversare una foresta di dubbi e preoccupazioni maldestre, faziose e manierate, che ha saputo superare grazie a dei requisiti fondamentali per la carica che è destinato a ricoprire: la tenuta psicologica e l’eleganza nei modi. Così scrivevo a proposito del nostro presidente del Consiglio, a maggio del 2018», ha sottolineato il fondatore del M5s, «e questo è il mio pensiero a distanza di un anno». L’umore della stragrande maggioranza dei big del M5s può essere sintetizzato dal tweet del sottosegretario agli Interni, Carlo Sibilia: «La più grande ingiustizia di questa crisi provocata da Salvini? Quella che la politica italiana perda Giuseppe Conte. Sarebbe la vittoria dei furbetti», ha scritto Sibilia, «a scapito degli onesti. Salvini sulla poltrona al Senato e Conte a casa. Evento che dobbiamo scongiurare tutti insieme».

Dal vortice di indiscrezioni che circolano in queste ore, alcune genuine e moltissime altre diffuse ad arte, quello che sembra ormai acclarato è che fermo sul «no» a Conte è ormai rimasto soltanto Zingaretti, spalleggiato dal presidente del Pd, Paolo Gentiloni. «Zingaretti», hanno fatto sapere ieri fonti vicine a Matteo Renzi, «accetti la sfida del M5s, via libera a Conte per formare un esecutivo di svolta sui contenuti e sulla compagine ministeriale. Il segretario si ricordi che è ancora possibile un governo con Salvini reinsediato al Viminale». In effetti, nel corso del weekend si sono registrati movimenti sotterranei – ma significativi – sull’asse Carroccio-M5s. L’offerta della Lega ai grillini è sempre sul piatto: riproviamoci. Fra le varie correnti in cui è diviso il Movimento – con numerosi seggi che scricchiolano nella prospettiva delle elezioni – ci sono anche quelle che prestano orecchio ai leghisti.

Sul fronte renziano sono convinti che, se Mattarella conferisse un incarico esplorativo a Conte, il premier dimissionario potrebbe smussare la diffidenza della segreteria del Pd. La paura degli uomini del Rottamatore è che Zingaretti preferisca il voto immediato, per dare ai suoi fedelissimi la possibilità di essere eletti in Parlamento. Paolo Gentiloni, da parte sua, spingerebbe sul «no» a Conte per portare il M5s ad accettare, in cambio del via libera, la sua nomina a Commissario europeo. Entrambi poi temono che Conte, che già gode di una buona popolarità, potrebbe diventare in breve tempo il nuovo leader del centrosinistra.

Comunque sia, ieri Gentiloni e Renzi hanno ritwittato quanto scritto da Dario Franceschini, esponente di punta dei «trattativisti» dem e pupillo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Al Mundial 82», ha scritto Franceschini, «il silenzio stampa portò fortuna. È tutto molto delicato e difficile e per questo faccio una proposta a tutti i compagni di squadra del Pd: fino alla fine della crisi parla solo Zingaretti per tutti, come allora fecero gli azzurri con Zoff».

In serata, Zingaretti ha invitato M5s e sinistra a confrontarsi al più presto sui temi: «Abbiamo un mandato, sancito dalla direzione, di dare vita a un governo di svolta e discontinuità per il futuro del Paese. Siamo al lavoro per un patto di governo, non per costruire ultimatum e contrapposizioni. Siamo convinti che una discontinuità sui contenuti», ha aggiunto, «passi anche da un cambio di persone, sono convinto che si troverà una soluzione, ma attraverso un confronto reciproco. L’Italia non capirebbe un rimpastone del governo che è caduto».

«La soluzione», ha replicato a strettissimo giro il M5s attraverso una nota, «è Conte, il taglio dei parlamentari e la convergenza sugli altri 9 punti posti dal vicepremier Luigi Di Maio. Non si può aspettare altro tempo su delle cose semplicemente di buon senso. È assurdo. L’Italia non può aspettare il Pd. Il Paese ha bisogno di correre, non possiamo restare fermi per i dubbi o le strategie di qualcuno». Se Conte si rendesse conto di essere l’unico ostacolo alla formazione del governo, potrebbe nelle prossime ore fare a sua volta un passo di lato per senso di responsabilità.

Carlo Tarallo

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