- Dopo la bocciatura di giovedì, scuse pubbliche agli elettori per le assenze. Giancarlo Giorgetti: «Bene fuori e dentro l’Aula».
- I dem escono tre volte e poi votano contro il provvedimento per tagliare il cuneo fiscale.
Lo speciale contiene due articoli.
Tutto è bene quel che finisce bene, si potrebbe dire, ma le cose non stanno esattamente così. Perché se da una parte è vero che il day after della frittata di maggioranza sul Def si è concluso stavolta senza sorprese in Aula, è anche vero dall’altra che si è trattato di una giornata sul filo della crisi di nervi sul fronte dell’opposizione e non senza un certo accumulo di tossine in casa centrodestra. Partiamo dalla cosa più importante: la nuova relazione sullo scostamento di bilancio collegato al Def è stata approvata in entrambi i rami del Parlamento a maggioranza assoluta (221 sì alla Camera e 112 al Senato), a differenza di quanto accaduto giovedì pomeriggio a Montecitorio, quando un «eccesso di sicurezza» (come lo ha definito il premier Giorgia Meloni) aveva fatto fermare l’asticella a sei voti da quota 201, necessaria per l’approvazione. Mettendo così a rischio lo stanziamento delle risorse per il dl sul taglio del cuneo fiscale previsto per il 1° maggio e aveva costretto il governo agli straordinari, dovendo convocare in fretta e furia una riunione d’emergenza per sanare l’errore.
Cosa che è avvenuta ieri, tra la prevedibilissima bagarre messa in campo dai partiti di centrosinistra e una serie di interventi di maggioranza che, pur non attribuendo all’incidente valenza politica, non hanno inteso minimizzare la gravità di quanto accaduto. Si è andati in scena prima sul «luogo del delitto» e cioè alla Camera, dove è parso chiaro immediatamente ai più che si sarebbe trattato di una seduta tormentata. Il culmine della tensione lo si è toccato quando ha preso la parola il capogruppo di Fdi Tommaso Foti, uno dei parlamentari nell’occhio del ciclone per quanto accaduto: non a caso Foti ha iniziato il proprio intervento chiedendo scusa «agli italiani e alla presidenza del Consiglio», per poi allargare il ragionamento facendo delle considerazioni sul regolamento e sui meccanismi immutati del quorum anche a valle del taglio dei parlamentari: «Non possiamo dimenticare», ha detto Foti, «che alcuni quorum funzionali per rendere efficaci le votazioni sono stati stabiliti quando questa Camera era di 630 componenti e sono rimasti immutati nonostante la Camera sia stata ridotta a 400 componenti e questo è un problema riferito soprattutto agli incarichi di governo. È una ruota che gira», ha aggiunto, «il problema si presenterà anche ad altri, non mi riferisco a un dato oggettivo di funzionamento rispetto ad altre questioni». Quando poi Foti si è rivolto all’opposizione per sottolineare che di assenze ce n’erano state in tutti i gruppi, si è scatenato il putiferio, con grida, insulti e un qualche tentativo di «invasione» della parte destra dell’emiciclo dai banchi prospicienti: «Se un ponte esiste», ha detto Foti nella sua chiamata in correità, «esiste per la maggioranza e per le opposizioni».
La questione del quorum, però, viene abbordata da Londra anche dal presidente del Consiglio: «Dobbiamo fare i conti», ha osservato Giorgia Meloni, «con il fatto che il taglio dei parlamentari incide, perché il doppio incarico rende più facile che in Aula manchino i numeri. Credo soprattutto», ha aggiunto, «che bisogna parlare con i capigruppo e trovare un modo per garantire che si riesca a fare il doppio lavoro, lavorando di più se necessario, ma non prevedo ipotesi di sostituzioni di sottosegretari o di doppi incarichi. È stata una svista», ha concluso, «ho fatto tanti anni in Parlamento, può succedere ma non deve succedere più».
Una svista che non ha coinvolto solo il partito di maggioranza relativa, che è stato quello che nel centrodestra ha fatto registrare meno assenze rispetto a Lega e Fi. Difatti scuse analoghe a quelle di Foti sono giunte dal senatore Massimo Garavaglia e dal capogruppo leghista alla Camera Riccardo Molinari, il quale si è assunto in Aula la «propria quota di responsabilità» respingendo le illazioni su presunti segnali politici, mentre in casa Fi sembra essersi concentrato il grosso delle scorie, visto che è filtrata una certa tensione nella riunione del gruppo convocata per analizzare l’accaduto.
A uscirne bene è stato certamente il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che giovedì aveva annunciato misure a sostegno di famiglie e lavoratori in arrivo dal governo, prima che queste ultime venissero messe a rischio dalla mancata approvazione della relazione sullo scostamento. «Andiamo avanti come previsto con il decreto il 1° maggio», ha detto Giorgetti, aggiungendo di credere che «dagli errori si impara» e di sperare che «in futuro non si ripetano situazioni simili». Il ministro, che ha dovuto fare un nuovo passaggio formale nelle commissioni Bilancio per illustrare la nuova relazione, ha tenuto comprensibilmente a sottolineare i dati incoraggianti sulla nostra economia: «In Aula è andata bene», ha osservato, «ma fuori dall’Aula, dove si lavora e si produce, è andata ancora meglio: se vedete le previsioni del Def sulla crescita dell’Italia del 2023, che hanno criticato tutti quanti, l’Istat dice che il Pil è +1,8 per cento». Ieri infatti l’istituto ha diffuso nuovi dati secondo i quali il Pil nel primo trimestre 2023 è salito dello 0,5% sul trimestre precedente e dell’1,8% su base annua.
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