• Dopo il faccia a faccia con Jean Claude Juncker, il premier Giuseppe Conte spiega perché il deficit può abbassarsi: «Eravamo stati troppo prudenti, abbiamo risorse per garantire platea e tempistiche di quota 100 e reddito di cittadinanza». La trattativa per evitare l’infrazione continua.
  • La commissione Bilancio del Senato convocata fino a domenica: obiettivo è portare la manovra in Aula il 18 Intanto la casa automobilistica chiede il ritiro della norma sulle auto verdi: «I nostri investimenti a rischio».

  • Lo speciale contiene due articoli.

È arrivata a una svolta quella che, con feroce ma efficace sarcasmo, si potrebbe chiamare la «trattativa Stato-Europa».

Possibile mediazione intorno al 2% di deficit, e segnali di ottimismo fatti filtrare dalla Commissione: «Buoni progressi nel vertice, valuteremo la proposta ricevuta dall’Italia, il lavoro proseguirà nei prossimi giorni».

Ottimista anche Giuseppe Conte il quale, al termine dell’incontro con Jean Claude Juncker, Pierre Moscovici, Valdis Dombrovskis, ha fornito il numero magico: «Abbiamo illustrato la nostra proposta, rispettiamo gli impegni presi su reddito di cittadinanza e quota 100. Le relazioni tecniche ci hanno consentito un margine di negoziazione, eravamo stati troppo prudenti: dal 2,4 siamo arrivati al 2,04, abbiamo aggiunto qualcosa per esempio per quanto riguarda il piano di dismissioni e abbiamo realizzato questa nuova proposta, giudicata significativa e molto importante». Per poi aggiungere: «Siamo un governo che rispetta gli impegni presi ma anche un governo ragionevole. Io sono ottimista, lavoro per evitare la procedura di infrazione».

Per tutta la giornata, si erano susseguiti colpi sopra e sotto la cintura per indurre il governo a chiudere la partita – in una specie di gioco dell’oca – in prossimità di quell’1,9 che era stato il frutto del primissimo negoziato, molti mesi fa, tra Giovanni Tria e la Commissione Ue.

Da allora tutto è cambiato: a partire dal maxi sforamento che si prepara a Parigi, dopo gli annunci di Emmanuel Macron, ormai allegramente lanciato verso il 3,5%, e con le provocatorie interviste di Pierre Moscovici per spiegare che la Francia può farlo e l’Italia no. Uno sfacciato doppio standard, specie se si considera che la Francia non ha rispettato il 3% in 9 degli ultimi 10 anni.

Fino a ieri mattina, sembrava che Lega e M5s non volessero scendere sotto la soglia, ormai già metabolizzata, del 2,2 (di fatto accettando un taglio di 4 miliardi dello stanziamento per quota 100 e reddito di cittadinanza, che nella versione della manovra licenziata dalla Camera era pari a 16 miliardi).

Poi un pressing di varia origine ha portato vicini al compromesso finale. Per un verso, la Commissione ha fatto trapelare richieste irricevibili, e cioè una richiesta di arretramento fino all’1,8. Per altro verso, Tria ha insistito sul fatto che un ulteriore 0,2 (per passare dal 2,2 al 2 secco) potesse essere ricavato in modo indolore (alcune dismissioni, altre limature sulla spesa).

E, infine, è arrivata un’indiscrezione dal Quirinale. Proprio mentre stava iniziando il faccia a faccia tra governo e Commissione, filtrava sulle agenzie una sintesi (è da presumere, autorizzatissima dal Colle) sull’esito dell’ultimo incontro dell’Esecutivo al Quirinale, e l’«auspicio di Sergio Mattarella di un accordo con l’Ue» contro il rischio della procedura di infrazione. Povero Conte, verrebbe da dire: un po’ come un pugile che sale sul ring mentre dal suo angolo si getta la spugna. In quelle stesse ore, le voci di una discesa del deficit al 2 producevano un calo dello spread a 272, e questo alimentava ulteriormente il pressing verso il governo.

Da un punto di vista strettamente economico, la disputa – come questo giornale ha scritto molte volte – è abbastanza surreale. È noto che l’intervento su quota 100 si può fare con 5 miliardi (anziché i 7 inizialmente previsti) e che l’intervento grillino sul reddito di cittadinanza sarà differito nel tempo (non si inizierà prima di marzo o aprile), e quindi anche il M5s potrà farsi bastare 7 miliardi (anziché 9).

Politicamente, ne esce male la Commissione: i riti, le regole, i parametri europei appaiono a tutti per quel che sono, una patente presa in giro, per nascondere il carattere tutto politico, arbitrario e discrezionale, delle decisioni.

Rischia di non uscirne benissimo neanche il governo, però: e occorrerà spiegare tre mesi di braccio di ferro per poi eventualmente accettare questa soluzione.

La sensazione è che l’esecutivo faccia alcune scommesse politiche. Matteo Salvini è forte di un consenso che sembra inattaccabile, e peraltro potrà realizzare l’intervento che aveva promesso su quota 100: la sua posizione è largamente la più lineare e solida. Luigi Di Maio ha l’onere di fare altrettanto rispetto sulla sua parte di programma, e sarà assai meno facile per lui. Ed entrambi devono far tesoro davanti all’opinione pubblica del discredito di cui Bruxelles si è ricoperta. Vedremo se ci riusciranno.

Sul piano strettamente domestico, invece, già ieri sera è partito un balletto prevedibile, con opposizioni e osservatori pro-Ue che hanno accusato il governo di un atteggiamento cedevole. Ma sono gli stessi che, fino al giorno prima, pregustavano la procedura d’infrazione contro l’Italia.

La vera partita (per Italia e Ue) sarà invece quella di una recessione che è alle porte in tutta l’eurozona, di una crescita che si annuncia anemica nel 2019, e di misure espansive che Bruxelles o rifiuta, o consente solo ad alcuni.

Daniele Capezzone


Da non perdere

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra
Governo

Renzi teme l’accordo Vannacci-centrodestra

Mentre il partito del generale continua a crescere (e lui, dopo la Lega, vuole superare anche Forza Italia), tra le opposizioni si fa strada l’incubo della grande alleanza tra le fila degli avversari. Ma toccherà a Giorgia Meloni sciogliere tutti i nodi dell’intesa.