- Ieri si sono formati i gruppi parlamentari che oggi sceglieranno i propri vertici. Poi il Quirinale darà il via a consultazioni e incarico Quindi la fiducia. Infine le «permanenti». Ma a Montecitorio non sono state ridotte da 14 a 10. E nessuno accetterà di essere tagliato.
- Il leader di Iv: « Se Pd e 5 stelle ci tenessero fuori sarebbe un atto di gravità inaudita».
Lo speciale contiene due articoli
Archiviata l’elezione dei nuovi presidenti di Camera e Senato, con la consueta coda di polemiche politiche che la accompagna, il Parlamento entra da oggi nella fase operativa, che permetterà la formazione del nuovo governo. Sia Montecitorio che Palazzo Madama, ieri, sono state impegnate nella costituzione dei vari gruppi parlamentari e nelle adesioni degli eletti. Oggi ogni gruppo elegge – previa assemblea – il proprio vertice, col presidente e i vice. Le riunioni che dovranno assolvere a questo compito sono state convocate per le 15 alla Camera e per le 14 al Senato: un istante dopo sarà possibile per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella convocare ufficialmente le consultazioni per la formazione del nuovo governo.
C’è da ricordare, infatti, che le consultazioni sono uno strumento che coinvolge direttamente i gruppi parlamentari, poiché volte a far comprendere al capo dello Stato se nelle Camere vi sia una maggioranza che possa sostenere (o che non sostenga più) un esecutivo che deve nascere o cadere. Le delegazioni dei gruppi, solitamente, vengono accompagnate dai leader politici, che talvolta possono anche non essere eletti (come accaduto in passato per Giuseppe Conte e Matteo Renzi) ma a livello formale ciò che conta è la presenza dei capigruppo.
Secondo il timing ufficioso che circola da giorni, le consultazioni dovrebbero tenersi il 20 e il 21 ottobre. A questo punto, complice il quadro politico-parlamentare abbastanza netto uscito dalle elezioni, il presidente della Repubblica dovrebbe conferire l’incarico di formare il nuovo governo alla leader di Fdi già nella serata del 21, o al massimo il 22 ottobre. Per quel giorno la premier (non più in pectore ma incaricata) dovrebbe avere in tasca già la lista dei ministri concordata con gli alleati Matteo Salvini e Silvio Berlusconi e sciogliere la riserva in tempo record, comunicandola ufficialmente a Mattarella e al Paese. Qualche ora dopo sarà il momento del giuramento – che potrebbe arrivare già in questo weekend – e della cosiddetta cerimonia della campanella, ovvero del passaggio di consegne tra il premier uscente e quello appena nominato. Poi c’è la prima riunione del Consiglio dei ministri, nella quale si nominano il sottosegretario alla presidenza, il segretario del Consiglio e si assegnano le deleghe senza portafoglio. Arriva a questo punto il primo scoglio politico del neonato governo, col voto di fiducia in entrambe le Camere, che va ottenuta entro dieci giorni dal giuramento. Il nuovo premier farà un discorso programmatico, che darà il via al dibattito parlamentare e infine alle operazioni di voto. Una volta incassata la fiducia, l’esecutivo sarà nel pieno delle sue funzioni.
Tornando in Parlamento, va detto che l’elezione degli uffici di presidenza si sta rivelando, come previsto, fonte di una rissa tra i partiti del centrosinistra.
Dopo le accuse incrociate di «inciucio» con la destra per l’elezione di Ignazio La Russa a presidente del Senato, ieri è scoppiata la bagarre sulle vicepresidenze tra Terzo polo da una parte e Pd-M5s dall’altra, accusati da Renzi e Calenda di aver fatto una conventio ad excludendum nei loro confronti per spartirsi gli otto vicepresidenti tra Camera e Senato. Calenda è arrivato a minacciare la non partecipazione al voto, se nessuno dei suoi sarà preso in considerazione per una vicepresidenza. In ogni caso, gli esclusi potrebbero essere ripescati al momento dell’elezione dei deputati questori o dei segretari d’aula, prima del ricco giro di nomine rappresentato dall’elezione dei presidenti delle commissioni permanenti. E proprio su questo fronte, alla Camera, da giorni i vertici di partito si stanno arrovellando sotto traccia su un dilemma relativo alla riforma del regolamento: come è noto il taglio dei parlamentari ha reso necessaria una serie di modifiche regolamentari che il Senato è riuscito a introdurre sul finire della scorsa legislatura ma che a Montecitorio sono rimaste lettera morta. Tra queste, la più importante è la riduzione del numero delle commissioni permanenti da 14 a 10, già operativa nella Camera alta. Ora, visto che qualsiasi modifica al regolamento potrà essere apportata solo dopo la costituzione degli organi parlamentari, a Montecitorio i deputati dovrebbero prima eleggere i presidenti delle commissioni attualmente previste dal regolamento, per poi bruciarne ben quattro dopo la riforma.
Si tratta del primo pasticcio derivante dallo scellerato ostruzionismo di una parte della sinistra, che ha bloccato un testo di riforma pronto a essere portato in aula l’estate scorsa. Fare e poi disfare quattro presidenti, ha osservato un deputato sui divanetti del Transatlantico, equivarrebbe a un «bagno di sangue», ed è per questo che l’ipotesi più gettonata è che le parti su cui interverrà la modifica saranno quelle relative alla soglia di deputati necessaria per formare un gruppo (che verosimilmente verrà ridotta da 20 a 14) e al numero dei componenti di ogni commissione. In caso contrario, con 230 deputati in meno e gli stessi numeri di prima si andrebbe incontro alla paralisi dei lavori.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >