Senza ristori gli alluvionati del 2019 e Bonaccini oggi parla di ritardi
Stefano Bonaccini (Ansa)
  • Il governatore si lagna con Giorgia Meloni per i mancati rimborsi, ma le indennità liquidate per il dramma di quattro anni fa sono solo il 43% del richiesto. Ed è mancata la manutenzione: i fiumi straripati sono gli stessi di allora.
  • Il presidente socialista della commissione per i diritti, in visita all’isola per gli sbarchi, snobba il sindaco e inizia la conferenza stampa senza gli eurodeputati del centrodestra.

Lo speciale contiene due articoli.

Gli interventi per adeguare il territorio a eventi meteorologici estremi risultano scarsi. I lavori per mitigare il dissesto idrogeologico, ridotti. E le pratiche di sostegno a chi è stato in passato colpito dalle calamità, da sempre lunghe e farraginose. Il governatore dem della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, da qualche giorno, si lagna col governo per i tempi d’intervento, ma sembra non aver fatto i conti con il suo passato. L’analisi dell’attività della Regione per gli interventi post alluvione del 2019 dovrebbe imbarazzare non poco la giunta emiliana. La Regione ha approvato le pratiche per gli aiuti a metà 2020. Il termine ultimo per presentare le istanze di collaudo era fissato al 31 gennaio 2022. Da quella data sarebbero dovuti partire i pagamenti, per i quali, di solito, spiegano i tecnici, ci vogliono circa quattro o cinque mesi. Una delle pratiche esaminate dalla Verità, che riguarda un’azienda colpita, è rimasta in piedi per circa tre anni. Grazie a un’istruttoria rompicapo: si parte da una perizia, almeno tre preventivi, un quadro di raffronto sulla congruità e un computo metrico estimativo. Alla richiesta di collaudo bisogna allegare, poi, le fatture quietanzate e la copia dei bonifici. Ai richiedenti-danneggiati, insomma, viene fatto pelo e contro pelo. Poi, però, i rossi bofonchiano quando il viceministro alle Infrastrutture Galeazzo Bignami afferma che dalla Regione Emilia Romagna sono stati chiesti «2,3 miliardi subito, sulla fiducia (perché non è stato presentato alcun elenco degli interventi da eseguire, ndr)» e quando il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci sostiene che il governo è stato preso per «un bancomat». Ma basta tornare agli aiuti per gli alluvionati del 2019 per scoprire anche qualcos’altro. Una premessa è d’obbligo: non è detto che tutte le richieste debbano essere accolte così come vengono presentate. Ma alla pagina 17 della determina della Regione che contiene il riepilogo dei pagamenti, e che elenca le 22 aziende ammesse (nei territori delle province di Reggio Emilia, Piacenza, Bologna, Forlì-cesena e Modena), si apprende che le indennità liquidate sono pari al 43 per cento del contributo richiesto. Un bel taglio praticato da Bonaccini, che a un mese dall’alluvione pianta grane, lamentando la mancata nomina del commissario per l’emergenza. Ieri il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini ha ribadito: «Il commissario arriverà, l’importante è che siano arrivati i soldi. Il commissario senza soldi non serve. Attualmente c’è e si chiama Bonaccini». Ma il governatore dem continua anche a ripetere che ci sono presunti ritardi nell’arrivo dei fondi. Basta tornare al 2019, però, per scoprire che, dopo l’alluvione di febbraio, i primi fondi arrivarono a giugno 2020, 130 milioni di euro, ovvero 14 mesi dopo la richiesta dello stato d’emergenza. Tutto contento, all’epoca, Bonaccini disse: «Noi riusciremo a risarcire tutte le famiglie e le imprese che hanno avuto danni. E riusciremo anche ad avere risorse per proseguire in quella grande azione di intervento ordinario e straordinario sul nodo idraulico di Modena, Secchia e Panaro». Il Comune di Nonantola, particolarmente colpito, però, nel 2021 uscì allo scoperto: «Amministrazione e cittadini hanno completato la fase di ricognizione in tempi strettissimi per accelerare l’iter. Abbiamo avuto rassicurazioni e letto annunci, che sono però caduti in un silenzio non più accettabile». Insomma, il turbo Bonaccini lo pretende solo ora. Anche perché i fiumi straripati nel 2019 sono gli stessi che hanno investito con acqua e fango i centri urbani anche un mese fa. Le ricerche della Verità trovano conferma anche negli interventi per l’alluvione del 2014, che causò la rottura degli argini del Secchia e del San Matteo: «Per gli aiuti si è arrivati a coprire più o meno la metà dei richiedenti e per sbrigare le pratiche ci sono voluti circa tre anni», spiega l’ex consigliere comunale di Bastiglia Antonio Spica, autore anche di esposti in Procura sui flop degli interventi post alluvione ma anche post terremoto. Secondo Spica «i fondi arrivati furono irrisori rispetto ai danni subiti da una zona che contribuiva per il 2 per cento al pil nazionale. Vero è che all’epoca il presidente era Vasco Errani, ma l’assessore con delega al territorio era Paola Gazzolo, oggi nello staff di Bonaccini, quindi una sorta di continuità politica c’è». E i dati sembrano dimostrarlo. Nel frattempo la Regione cosa ha fatto? La piattaforma Rendis di Ispra ricostruisce che in Emilia Romagna sono stati messi in cantiere 529 interventi per la mitigazione del dissesto idrogeologico tra il 1999 e il 2022, ma solo 368 risultano conclusi. Inoltre, da quando Bonaccini fa il governatore sono stati stanziati 190 milioni di euro per costruire 23 nuove opere idrauliche. Il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei, però, ha scoperto che ne funzionano soltanto 12. E c’è ancora da chiarire una restituzione di fondi, per 55 milioni di euro, certificati dalla Corte dei conti come inutilizzati, che erano destinati alla manutenzione e alla messa in sicurezza dei corsi d’acqua.

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