Claudia Segre
Educazione Finanziaria di Claudia Segre
Giovanna Boggio Robutti
Educazione Finanziaria con Giovanna Boggio Robutti
Il peruviano accusato del delitto di una diciannovenne a Milano era sbarcato nel 2017 e aveva una sfilza di condanne, fra cui stupro e rapina. Per due volte è stato impossibile espellerlo, finché ha ucciso. Liberati dalle toghe altri come lui dai centri in Albania.
Non doveva più essere in Italia da anni, invece continuava a delinquere, a violentare e infine probabilmente a uccidere. Emilio Gabriel Valdez Velazco, indagato per l’omicidio volontario di Aurora Livoli trovata morta lunedì 29 dicembre in un cortile di via Paruta a Milano, aveva subito ben due provvedimenti di espulsione.
Questa la sua storia. Atterrato nel 2017 a Linate, nel 2019 diventa irregolare. Il prefetto di Milano emette nei suoi confronti il primo provvedimento di espulsione il 4 agosto e dopo due giorni il questore ordina l’accompagnamento coattivo alla frontiera. La storia poteva concludersi qui ma evidentemente il cinquantasettenne peruviano rientra in Italia perché nell’ottobre dello stesso anno commette la prima di una serie di violenze sessuali. Per quel crimine fu arrestato e condannato a nove anni, mai del tutto scontati.
Valdez Velazco che in questi nove anni intorno alla capitale lombarda ha cambiato diversi indirizzi e anche diversi nomi, (per un periodo si è fatto riconoscere come Emilio Gavriel Baldez, di un anno più giovane) ha anche altri precedenti: rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. Una risorsa imperdibile per il nostro tessuto sociale insomma. La rapina più recente risale al 30 dicembre 2025, le altre due violenze sessuali a luglio del 2024 e del 2025, il reato di immigrazione clandestina lo commette il 25 marzo 2024. Ma perché l’uomo continuava a girare impunito su suolo italiano?
Il peruviano come se nulla fosse, il 16 giugno del 2023 richiede via posta il rilascio del permesso di soggiorno in quanto fratello di una cittadina italiana. Il permesso gli viene negato dal questore di Milano per motivi di pericolosità sociale, con molta calma, sei mesi dopo: l’11 gennaio 2024. Dopo altri due mesi e mezzo (nel frattempo aveva commesso un altro stupro), viene arrestato perché era rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione della precedente espulsione. Pertanto, nei suoi confronti viene adottato un nuovo provvedimento di espulsione per motivi di pericolosità sociale. Cacciato di nuovo dal questore, però, questa volta non lascia il Paese per via dell’ennesimo cavillo burocratico.
Non si riesce a farlo imbarcare immediatamente perché il suo passaporto risulta banalmente scaduto. Le autorità, per evitare di lasciarlo a piede libero, ritengono di chiedere l’assegnazione di un posto al Cpr affinché fosse possibile ottenere il lasciapassare da parte dell’autorità consolare. Qui avviene un altro cortocircuito del nostro folle sistema giudiziario. Il posto, assegnato dalla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere presso il locale Centro di Milano-Corelli, è stato rifiutato per inidoneità alla vita in comunità. Ma non per la sua pericolosità, come ci si potrebbe aspettare, ma per un comune certificato medico. Velazco in quella circostanza dichiarò di avere una patologia urinaria. Ne segue un ordine a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, ma eccoci qui: l’uomo oggi risiede ancora in Italia. Vive a sbafo, in un appartamento a Cologno Monzese, mantenuto da una sua connazionale che fa la colf. Libero di girare per Milano e commettere crimini. Velazco agli inquirenti ha confermato di essere l’uomo nelle immagini della tentata rapina in metro a una studentessa, avvenuta appena un’ora prima delle immagini che lo ritraggono con Aurora la sera della sua morte. «Ero sotto l’effetto di stupefacenti», ha dichiarato di fronte al suo avvocato. Sul caso della diciannovenne ha chiesto invece di poter essere sentito giovedì. Per ora ci sono le immagini delle videocamere che lo ritraggono dietro di lei la notte che è stata strangolata a mani nude (come ricostruito dagli esperti). Ha scontato solo in parte una pena detentiva presso l’istituto penitenziario di Pavia per una violenza sessuale commessa nel 2019. Di certo c’è che Aurora Livoli è morta.
Viveva con i genitori adottivi a Monte San Biagio, in Provincia di Latina. Aveva solo 19 anni, una vita intera davanti, esaurita miseramente in un cortile di Milano.
Quello di Velazco non è il primo caso di irregolari criminali in Italia con decreto di espulsione. Lo denunciava già mesi fa Sara Kelany, deputato e responsabile nazionale del dipartimento Immigrazione di Fratelli d’Italia. «Da quando il governo ha deciso di aprire il Cpr di Gjader anche ai migranti già destinatari in Italia di un provvedimento di espulsione sono giunte alcune sentenze, dal sapore ancora una volta ideologico, che fino ad oggi hanno avuto l’effetto di rimettere a piede libero ben 14 soggetti pericolosi trattenuti nel centro in Albania in attesa di rimpatrio», denunciava già nel maggio 2025. «È bastato che questi signori presentassero una domanda d’asilo perché si trasformassero in rifugiati da tutelare, ignorando sia il fatto che la loro richiesta fosse stata dichiarata manifestamente infondata sia il loro curriculum criminale».
Kelany parla di «soggetti con condanne penali per reati gravissimi: furti, rapine, tentati omicidi, violenze sessuali, pedopornografia». Fatti gravissimi che costringono a domandarsi fino a che punto sono disposte rischiare le toghe politicizzate che da mesi su questi temi fanno la guerra al governo. Sperando che la risposta non sia altre rapine, altre violenze, altri femminicidi.
Abbiamo lasciato la nostra eroina, Jean Batten, ormai famosissima. Vediamo il resto della sua fantastica vita.
La rinascita di Sanremo è (finalmente) partita. La bella addormentata della Riviera ligure di Ponente, dopo anni seduta sugli allori di Festival e Casinò, unici motivi e occasioni per cui si svegliava, esce dal lungo letargo e si prepara a conquistare il reame del turismo italiano e straniero.
A darle la sveglia e farle tornare la voglia di incantare e attirare a sé, l’inaugurazione del 5 stelle di stile e design Europa Palace (www.europapalacesanremo.com). Aperto a gennaio 2025, il nuovo indirizzo ha dato il via a un percorso che mira a riportare Sanremo agli antichi splendori, «a dare una spolverata a quell’allure démodée che da troppo tempo avvolgeva la Città dei fiori», spiega Cora Lagorio, proprietaria insieme alla famiglia della struttura e artefice di una sfida, costata 30 milioni di euro e cinque anni di lavori.
L’indirizzo non ha fatto a tempo ad aprire i battenti per fare sold out. «Complici il Festival della canzone e una decina di cantanti in concorso alla kermesse ospitati, è stato un inizio straordinario, tanto impegnativo quanto appagante, ma il bello deve venire». Perché nell’ambiziosa visione di Cora and family l’obiettivo è rilanciare Sanremo a prescindere da Ariston e Casinò, «è valorizzare una destinazione dalle infinite potenzialità, quattro stagioni su quattro». A dimostrarlo, l’apertura tutto l’anno di Europa Palace e una proposta pensata per globetrotter moderni e sanremesi doc.
In posizione più che centrale - si trova tra Casinò e lungomare, all’imbocco dello struscio pedonale di via Matteotti - l’albergo conta 70 camere, di cui cinque suite, due ristoranti - Rêve Bistrot, con sapori liguri rivisitati con estro e accompagnati da musica live, e ristorante The RUFtop, con vista panoramica e cucina gourmet (entrambi aperti al pubblico) - 400 metri quadrati di Anemoi Spa & Wellness (anche questa aperta al pubblico) e palestra firmata Technogym. Il tutto arredato con stile, grazie al sapiente progetto architettonico e di interior design, rispettivamente opera di Studio Calvi Ceschia Viganò e Studio Q-Bic. A completare la proposta, accoglienza pet friendly e convenzione con il Lido Imperatrice.
Insomma, un gran lavoro per un gran risultato. Il primo di una serie in arrivo. A quanto pare, l’addormentata Sanremo ha tutte le intenzioni e le carte per tornare la più bella del reame ligure di Ponente. L’ex stazione al momento è un cantiere, proiettato a diventare hub tra cultura e intrattenimento. Il trascurato Porto Vecchio è già al centro di un progetto di riqualificazione che, se tutto va come deve andare, rinascerà a nuova vita, sotto forma di marina d’appeal, oasi verde e parcheggio da 600 posti auto. Nel cuore del quartiere Pigna, dedalo medievale di caruggi, portici e scalinate, l’ex convento dei Gesuiti del XVII secolo e gli immobili adiacenti alla chiesa di Santo Stefano diventeranno a fine 2026 un moderno ostello da 150 posti letto, con 70 camere indipendenti, servizi autonomi, spazi condivisi (palestra, terrazze, cucine e bar). Dietro il progetto, Walter Lagorio, anima dell’intervento, imprenditore a capo di Unogas Energia (e padre di Cora), che ne presenta la vocazione. «Sanremo avrà una struttura ricettiva accogliente e a buon prezzo, ideale per giovani, gruppi e famiglie». Mentre l’ex convento delle suore Cappuccine potrebbe convertirsi nell’arco di pochi anni in complesso di case vacanze. Nel frattempo, lo storico Hotel Astoria, chiuso da 20 anni, è passato in mano al Gruppo Marzocco che, seguendo l’esempio dell’Europa Palace, punta alle 5 stelle.
Se due indizi fanno una prova, a Sanremo ce ne sono ben di più per guardare la meta ligure non solo a febbraio, attaccati alla televisione durante il Festival della canzone, ma anche e soprattutto dal vivo, per weekend e vacanze che finalmente possono contare su indirizzi belli e buoni, che uniscono stile contemporaneo a tradizione ligure. Perché in tutto questo fermento, non cambiano a Sanremo la dolcezza del clima, mite tutto l’anno, la bellezza dei giardini di Villa Ormond e l’interesse di Villa Nobel (villanobel.it), ultima dimora dello scienziato Alfred Nobel che istituì i prestigiosi Premi, e oggi casa-museo. Non cambiano neanche la bontà dei Baci di Sanremo (simil baci di dama a base di cacao, nocciole e burro) e la vicinanza a borghi davvero tra i più belli d’Italia e di Francia, da Dolceacqua a Mentone.
A chi dubita che l’Italia possa esprimere vitalismo demografico e lavorativo, dobbiamo ricordare che nella sua storia più recente il nostro Paese ha conosciuto due stagioni di grande e diffuso dinamismo. Tra il 1947 e il 1964, il «miracolo italiano» coniugò boom demografico, straordinari livelli di sviluppo industriale e occupazionale, assenza (o quasi) di debito pubblico, grande forza della nostra moneta. L’anello di congiunzione tra le due demografie fu la famiglia, solida protagonista della grande dimensione della natalità e del nuovo, diffuso, capitalismo popolare. Ancora nel 1963, alla vigilia della cosiddetta «congiuntura» che interruppe l’età dell’oro, si registrarono circa 400.000 matrimoni ed oltre un milione di nascite. Gli investimenti superarono il 25% del Pil. La propensione al risparmio delle famiglie sfiorò il 21%. Le compravendite immobiliari raggiunsero un valore di quasi il 4% del Pil. Si formò il grande ceto medio.
Sono indicatori utili a comprendere la fiducia verso il futuro, la solida cultura della speranza. Essi suggeriscono, retrospettivamente, come il lungo periodo del miracolo non abbia avuto solamente natura quantitativa e materiale. La crescita economica, intensissima e spettacolare, non fu che la manifestazione di una più generale forza civile che ebbe al centro, appunto, proprio i valori della tradizione, allora largamente condivisi. Nuova vita e vitalità economica si alimentarono reciprocamente. Fu peraltro decisiva anche la sintonia fra società e istituzioni, quella capacità della classe dirigente dell’epoca di scatenare le energie della società italiana attraverso la libertà. Fu infatti il tempo di una sorta di deregulation di fatto i cui costi furono contenuti di fronte agli esiti che consentirono. Certamente ebbe un peso la povertà di partenza di una nazione sconfitta e largamente distrutta. Ma fu importante la convinzione dei governi di accettare, nelle condizioni di sfacelo in cui versava l’Italia, la sfida dei mercati internazionali alla vigilia del movimento di decolonizzazione che determinò la fase forse più potente di globalizzazione finora conosciuta.
Nel 1947 l’Italia entrò nel Gatt, nel 1948 nell’Oece, nel 1950 aderì alla Ceca e si fece promotrice di una ancora maggiore integrazione europea destinata a culminare, nel 1957, proprio a Roma. Fu una scelta temeraria per un Paese abituato allo statalismo delle commesse di guerra e all’orizzonte angusto dell’autarchia. Lo Stato concorse inoltre alla crescita con interventi mirati e, allora, mai sostitutivi della società. Da un lato, fu il motore della ricostruzione infrastrutturale, in particolare con l’espansione della rete stradale e autostradale in misura superiore a quella dei paesi europei omologhi e con l’edilizia residenziale del Piano Fanfani. Dall’altro, rese strutturale la realtà delle partecipazioni statali, inaugurata negli anni Trenta in risposta alla grande crisi, concentrandosi sulle grandi produzioni funzionali allo sviluppo dell’economia privata, come quelle energetiche e siderurgiche.
Protagonista fu però la grande industria privata storica, nata nelle successive ondate di industrializzazione postunitarie, ma soprattutto decisiva fu l’esplosione di iniziative industriali nuove o rilanciate e trasformate che proprio quel contesto, innanzitutto culturale, incoraggiò. […]
Abbiamo quindi avuto, in due diversi fasi storiche, seppure di diversa intensità ed estensione temporale, la dimostrazione che la società italiana possiede un potenziale superiore alla sua rappresentazione. Sappiamo dal nostro vissuto che più liberiamo la vitalità economica e sociale dal peso delle regole, delle tasse e dell’indebitamento, più incoraggiamo le nuove intraprese, relazioni di lavoro cooperative e benessere distribuito.
Possiamo ora, di fronte alle straordinarie opportunità offerte dalla intelligenza artificiale diventare, o meglio tornare ad essere, una nazione brulicante nonostante il progressivo rattrappimento prodottosi a partire dai primi anni Novanta quando, secondo il premio Nobel Edmund Phelps, perdemmo la nostra fantastica «indigenous innovation»?
Il disvalore del fallimento, il peso degli oneri burocratici e fiscali già in partenza, l’incertezza del reddito unita alla mancanza di tutele, il difficile accesso al credito, soprattutto per chi non ha patrimonio o supporto familiare, sono oggi le principali ragioni che frenano in Italia un diffuso autoimpiego dei giovani in un contesto aggravato dalla crisi demografica. La densità delle coorti giovanili aveva infatti favorito nel dopoguerra la propensione a progetti lunghi e innovativi alimentando comportamenti emulativi.
[…] Eppure, il salto tecnologico offre opportunità straordinarie per chi vuole sognare, realizzare idee innovative, tentare strade nuove. A ben vedere, nonostante i limiti richiamati, potremmo avere ancora molte delle caratteristiche che hanno fatto di Israele una start-up nation, ovvero un Paese piccolo che, come noi, ha poche materie prime, ma si è rivelato capace di generare una elevata densità di nuove iniziative imprenditoriali in ambiti come l’agricoltura di precisione, la medicina d’urgenza, la cybersecurity, la gestione dei Big data; e di attrarre, conseguentemente, ingenti capitali. Fattori di successo sono stati: una visione strategica dello Stato in favore degli investimenti tecnologici, sostenuti dalla domanda pubblica e da una efficiente Innovation Authority, l’organizzazione di ecosistemi di ricerca attraverso la cooperazione tra governo, accademia e industria, la disponibilità di scuole e università per formare competenze tecnico-scientifiche, la presenza di fondi di venture capital.
Ora si tratta di verificare se alcuni di questi presupposti, nonostante i limiti richiamati e il declino della vitalità che si è prodotto, possono essere ragionevolmente risvegliati o potenziati anche nella nostra dimensione nazionale. La premessa non può non riguardare il cambio di rotta dell’Europa dopo la lunga stagione ideologica che si è tradotta nella pretesa di imporre soluzioni tecnologiche e nelle molte regolazioni invasive, ostili alle imprese nel nome di pur condivisibili obiettivi di decarbonizzazione. […]
Abbiamo allo stesso tempo una straordinaria dimensione manifatturiera orientata alla innovazione continua che non solo può moltiplicare le proprie capacità con le applicazioni della Ia, ma dalla quale si possono estrapolare anche molti spin-off originali. Si tratta di adottare strumenti semplici ed efficaci di sostegno all’ingresso e all’impiego delle nuove tecnologie. La nostra agricoltura è naturalmente portata alla evoluzione tecnologica in ragione di una biodiversità valorizzata con produzioni intensive in piccole unità fondiarie. Il nostro servizio sanitario è non a caso preferito da molte multinazionali del farmaco per la sperimentazione clinica. Risultiamo essere, con la Germania, uno dei più grandi hub produttivi dell’industria farmaceutica. Siamo significativamente partecipi dei programmi spaziali che nella bassa orbita si prestano a crescenti attività di ricerca.
[…] Possiamo sviluppare la cultura dell’autoimprenditorialità inserendola nei programmi di collaborazione tra scuole, università e imprese, raccontando le moltissime storie di successo di coloro che hanno fatto l’impresa, ricostruendo quel «sogno italiano» che è diventato realtà nel passato, ma oggi si è atrofizzato. Possiamo rivalutare la funzione sussidiaria di incubatori delle associazioni dell’artigianato, del commercio, delle piccole imprese e dell’industria cui lo Stato dovrebbe delegare anche funzioni pubblicistiche di verifica, controllo, certificazione in modo da semplificare, soprattutto nelle fasi di partenza, gli oneri burocratici anche quando sono funzionali ad accedere agli incentivi. Possiamo ancora sollecitare le banche locali, come le banche di credito cooperativo, a sviluppare ancor più attività educative e di assistenza tecnica per diffondere la cultura finanziaria necessaria a sostenere piccoli progetti di autoimpiego nei territori.
Possiamo infine comprendere nella stessa educazione morale di cui scriviamo più avanti il ruolo della famiglia come comunità contemporanea di affetti e di interessi nella quale riscoprire il piacere della condivisione non solo dei progetti procreativi ed educativi, ma anche di quelli dedicati alla fondazione di piccole imprese da far crescere.
Certo, per quanto abbiamo prima considerato, occorrerebbe una coraggiosa e mirata deregolazione burocratica e fiscale perché il nostro passato ci insegna la diretta proporzione tra libertà e crescita. Questa si realizza con la fuoriuscita dalla trappola del falso moralismo, vero e proprio inquinamento della vita pubblica. Nessuno può immaginare di riproporre la regolazione minima degli anni Cinquanta. Il perseguimento di obiettivi primari come la sicurezza dei lavoratori, la tutela dell’ambiente, la trasparenza dei bilanci ed altro ancora si può realizzare con norme semplici e certe, con una cultura regolatoria che esalta e non mortifica la responsabilità delle persone fisiche e giuridiche.
Siamo nel cuore del rapporto tra gli uomini e le macchine intelligenti perché se prevale la creatività sulla sottomissione diventa implicita, naturale, la propensione ad evolvere verso l’imprenditorialità quale modo per sviluppare da protagonisti idee e progetti.

