Sul caso di Ilaria Salis il governo italiano si adopera «per fornire assistenza e garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali», ma non può certo premere sui giudici ungheresi e sarebbe meglio evitare la politicizzazione della vicenda. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, alla Camera per un’informativa urgente, ha spiegato i contorni dell’azione di governo in favore dell’antifascista brianzola, detenuta da un anno in custodia cautelare in un carcere ungherese con l’accusa di lesioni aggravate nei confronti di alcuni militanti di estrema destra.
Un eventuale derby Meloni-Orbán sulla Salis, insomma, per il titolare della Farnesina non sarebbe una buona idea innanzitutto per la maestra trentanovenne e l’invito implicito che arriva è quello di abbassare i toni, in modo che si possa continuare a battere anche una via diplomatica. Nel corso di un’informativa urgente a Montecitorio, Tajani per prima cosa ha contestualizzato la vicenda Salis, puntualizzando che «rientra tra gli oltre 2.400 casi di connazionali detenuti all’estero. Per ognuno di essi, indipendentemente dal merito della loro situazione giudiziaria, ci adoperiamo per fornire assistenza e garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali». E il leader di Forza Italia ha tenuto a precisare che «così è stato fatto fin dal primo giorno anche per il caso Salis e ben prima che diventasse oggetto di polemiche politiche».
Tajani ha anche chiesto ai parlamentari, specie della parte politica della Salis, di non trasformare la sua storia in un caso politico e non ha rinunciato a una stoccata sul tema dell’indipendenza della magistratura, affermando che «è paradossale che chi si erge ogni giorno a difensore dell’autonomia della magistratura chieda ora a noi di fare pressioni affinché il governo ungherese influenzi le determinazioni dei giudici sul caso». Per il ministro degli Esteri italiano, insomma, va assolutamente evitato «un cortocircuito che alimenta tensioni e polemiche, che danneggiano innanzitutto la causa di Ilaria». Un conto è «puntare ai titoli sui giornali», un conto è «fare il bene della Salis», ha spiegato Tajani.
Pur stando attento a non rivelare i dettagli di eventuali iniziative in corso per provare a riportare in Italia Ilaria Salis, il vicepremier ha fatto notare ai deputati che il legale della donna non ha chiesto gli arresti domiciliari in Ungheria e neppure misure alternative al carcere «contrariamente a quanto era stato suggerito dal ministro Carlo Nordio». Insomma, la sensazione del governo è che si sia persa un’occasione e che forse si punti a una certa spettacolarizzazione, in attesa della prossima udienza del 24 maggio, nella quale sarà chiamata a testimoniare anche la parte lesa.
Alla fine, per Tajani «l’unica via percorribile è il rispetto delle regole, visto che siamo di fronte a un reato commesso in uno Stato membro dell’Unione europea». In realtà, il vero punto garantista sarebbe la custodia preventiva, ma quella c’è anche in Italia, al pari delle cimici nelle carceri (ultimo caso a ottobre a Pavia). E così, non resta che muoversi nel quadro delle regole europee, che prevedono di chiedere e ottenere gli arresti domiciliari nel Paese che esercita la giurisdizione, in modo da chiederli poi anche in Italia.
Sempre ieri è stata diffusa l’ultima lettera scritta dalla maestra monzese in carcere. Si tratta di sei pagine in cui ripercorre l’arresto, la detenzione e una serie di umiliazioni e vessazioni subite. A cominciare dai cori «Duce, Mussolini» con i quali sarebbe stata accolta in questura il giorno del suo arresto.
Da sinistra, intanto, non si fermano le polemiche per un presunto immobilismo del governo in questo anno di detenzione della Salis. Alleanza Verdi e Sinistra chiede che «venga resa nota ogni informativa, atto, provvedimento, comunicazione, intercorrente fra le autorità ungheresi e quelle italiane, anche giudiziarie, relative a Ilaria Salis e ogni altra documentazione riguardante le condizioni fisiche e/o psicofisiche, le condizioni di detenzione cui è sottoposta». Con la senatrice Ilaria Cucchi che dice di aspettarsi un «deciso cambio di passo» da parte del ministero degli Esteri, perché «è necessaria la massima trasparenza e l’opinione pubblica deve sapere».
Ma il punto delicato è trovare un equilibrio tra l’esigenza di non far calare un silenzio completo sul caso, un silenzio che potrebbe far pensare alle autorità ungheresi che quelle italiane ritengano la donna colpevole a prescindere, e l’importanza di rispettare le regole giuridiche (a cominciare dal fatto che un governo non può fare pressioni sui giudici). Oltre al fatto che eventuali canali diplomatici, com’è noto, hanno bisogno di riservatezza e assenza di polemiche.
Resta comunque la denuncia della Salis sulle condizioni della sua detenzione: ha cambiato cella 11 volte nei primi otto mesi e ha raccontato in un memoriale vessazioni di ogni tipo. «Per più di sei mesi non ho potuto comunicare con la mia famiglia e al momento non posso ancora comunicare con i miei avvocati italiani», ha scritto tempo fa dal carcere. Quelle immagini in catene e con il «guinzaglio» da udienza hanno però rotto il silenzio.
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