Rogoredo, l’agente chiede perdono
Nel riquadro la lettera scritta da Carmelo Cinturrino (Ansa)
Cinturrino scrive una lettera: «Mansouri doveva essere dentro, non morto. Pagherò». I familiari replicano: «Uccidere non è un errore». Trasferiti i quattro colleghi indagati.

Come per Carmelo Cinturrino, anche le loro versioni hanno retto qualche giorno. Poi hanno iniziato a incrinarsi, a sovrapporsi, a correggersi. Anche grazie alle testimonianze di chi frequenta il boschetto di Rogoredo, come l’afghano che, nascosto tra i cespugli, ha visto tutta la sequenza del controllo antidroga culminato nell’uccisione di Abderrahim Mansouri.

E oggi quei quattro agenti – tutti presenti il 26 gennaio – non sono più al commissariato Mecenate. Indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, sono stati assegnati a uffici non operativi della questura di Milano. Un trasferimento deciso mentre le indagini del pm Giovanni Tarzia continuano a scavare non solo sull’omicidio e sulla presunta messinscena, ma anche sulla gestione del commissariato dove Cinturrino ha lavorato dal 2010.

Il primo scarto tra le versioni riguardava la posizione del corpo. Nelle dichiarazioni iniziali, la caduta di Mansouri era stata descritta in modo compatibile con una posizione supina. Ma, negli interrogatori del 19 febbraio, la scena cambia: Davide Picciotto (l’agente che stava dietro all’assistente capo) racconta che il ventottenne, visto estrarre l’arma, avrebbe girato il corpo per fuggire, cadendo «di faccia». Un dettaglio che ha poi incrociato gli accertamenti medico-legali e la presenza di fango sul volto.

La seconda crepa è quella della pistola a salve. All’inizio è l’elemento centrale della legittima difesa. Poi Picciotto ha introdotto la sequenza della valigetta: l’ordine di andare al commissariato, il ritorno con la borsa, Cinturrino che apre l’auto e preleva un oggetto nero, e solo dopo la comparsa della pistola accanto al corpo.

Terzo nodo: i soccorsi. Le carte fissano la chiamata al 118 alle 17.55, oltre 20 minuti dopo lo sparo delle 17.33. Una scansione che contrasta con la rappresentazione iniziale di un intervento tempestivo. L’agente Gaetano Raimondi ha ammesso solo nel secondo interrogatorio che nel bosco «se ne parlava» e che Carmelo «non era tutto pulito e lineare», senza che però fossero mai state fatte segnalazioni. Mentre Luigi Ramundo colloca la svolta al rientro dalla Procura la prima sera, quando, in auto, Picciotto iniziò a riferire particolari taciuti prima, compresa la paura di essere colpito alle spalle. La quarta agente, Federica Morneri, resta sullo sfondo della ricostruzione: così la versione iniziale sulla legittima difesa si è incrinata nei giorni successivi.

In una lettera scritta dal carcere, Cinturrino chiede scusa «a tutti per quello che è successo», spiegando di aver «avuto paura» e di essersi poi sentito «disperato». «Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto», scrive, esprimendo pentimento e dolore anche per la famiglia di Mansouri. Rivendica di essere stato «sempre onesto e servitore dello Stato», ricordando encomi e assenza di sanzioni disciplinari, e conclude: «Perdonatemi, pagherò per il mio errore». La famiglia di Mansouri respinge le scuse: «Ammazzare una persona e poi creare una messinscena non è un errore». Se le accuse fossero confermate, aggiungono, l’agente «avrebbe dovuto essere arrestato molto tempo fa». E puntano il dito anche sui colleghi: se qualcuno avesse denunciato prima, «Abderrahim oggi sarebbe vivo».

Cinturrino ha trascorso l’intera carriera al Mecenate, commissariato a ridosso della più grande piazza di spaccio del Nord Italia. In 16 anni si sono succeduti molti dirigenti. Nessuno si è mai lamentato di lui. Il capo della polizia, Vittorio Pisani, ha già fatto sapere di voler arrivare alla destituzione dell’agente, senza attendere il rinvio a giudizio. Ma i tempi del procedimento disciplinare non saranno immediati.

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