Dalla scelta tra Monarchia e Repubblica ai quesiti sulla giustizia del 2026, gli italiani sono stati chiamati alle urne 83 volte. Tra abrogativi, costituzionali e consultivi, queste consultazioni hanno segnato cambiamenti nella vita quotidiana, dalle leggi sul divorzio e sull’aborto fino alle riforme della Costituzione e ai diritti sul lavoro.

Nella storia della Repubblica, i referendum raccontano oltre ottant’anni di democrazia diretta e scelte collettive. A pochi giorni dal voto con cui gli italiani si esprimeranno sulla riforma della giustizia, ripercorriamo i principali appuntamenti referendari che hanno segnato il Paese.

Il 2 giugno 1946 gli italiani si recarono alle urne per scegliere tra Monarchia e Repubblica. Fu un momento decisivo: la monarchia cadde e nacque la Repubblica, accompagnata dall’elezione dell’Assemblea Costituente. Da allora, il referendum è diventato uno strumento chiave della democrazia diretta nel nostro Paese, usato per confermare o cancellare leggi, modificare la Costituzione o sondare l’opinione pubblica su temi cruciali.

Dall’inizio della Repubblica a oggi, gli italiani sono stati chiamati alle urne 83 volte: 77 referendum abrogativi, quattro costituzionali, uno istituzionale e uno consultivo. La maggioranza riguarda abrogazioni, cioè la possibilità di cancellare leggi già esistenti. Tra queste, alcune hanno segnato la vita quotidiana di milioni di cittadini, come i referendum sul divorzio e sull’aborto negli anni Settanta e Ottanta.

Il referendum sul divorzio del 1974 confermò la legge Fortuna-Baslini con il 59,3% di No. Poco dopo, nel 1981, gli italiani respinsero i tentativi di modificare la legge 194 sull’aborto, mantenendo intatto il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Erano anni in cui la partecipazione era altissima: la politica toccava la vita delle persone in modo diretto, e molti cittadini sentivano il peso di ogni voto. Negli anni successivi, i temi dei referendum sono stati molto diversi: dalla scala mobile e il finanziamento ai partiti, alla sicurezza pubblica e all’organizzazione della magistratura. Non sempre però la partecipazione è stata alta: ci sono stati casi in cui il quorum non è stato raggiunto, come nel 1990 sulla caccia o nel 2003 su diritti dei lavoratori e passaggi di proprietà.

Con l’arrivo del nuovo millennio, arrivano anche i primi referendum costituzionali. Nel 2001 gli italiani approvarono le modifiche al Titolo V della Costituzione; nel 2006 e nel 2016, invece, furono respinte riforme importanti, come quella Boschi-Renzi sul bicameralismo. Più recentemente, nel 2020, vinse il “Sì” alla riduzione del numero dei parlamentari, con quasi il 70% dei voti. Nel 2022 i referendum sul sistema giudiziario non raggiunsero il quorum, con un’affluenza molto bassa, intorno al 21%. Due anni dopo, nel giugno 2025, gli italiani torneranno alle urne per cinque quesiti abrogativi su lavoro, tutele e cittadinanza. E, infine, ora. Tra pochi giorni, il 22 e 23 marzo, sarà la volta di un referendum costituzionale sulla magistratura: il voto deciderà se separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, con la nascita di due Consigli superiori della magistratura e di una nuova Alta Corte disciplinare.

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