«Oseghale ha fatto a pezzi Pamela da viva»
Ansa
  • Il supertestimone Vincenzo Marino ricostruisce al processo la mattanza compiuta sulla diciottenne: «L’africano iniziò a sezionarla da un piede e lei emise dei lamenti. Lui la finì e la mutilò». Alla base del raptus la reazione della ragazza all’abuso sessuale.
  • La seconda udienza sembra aver trascurato il tema della criminalità «nera». Eppure a chiamarla in causa ci sono le minacce voodoo. E dalla Germania arriva una richiesta di comparare episodi simili.

Lo speciale contiene due articoli.

Sono da poco passate le 11, la spoglia aula 1 del palazzo di Giustizia di Macerata è percorsa da un fremito come quello che scuote in una convulsione Alessandra Verni, la mamma di Pamela Mastropietro, quasi avvolta, minuta e con gli enormi occhi smeraldo spiritati da mesi e mesi di dolore e angoscia, in una maglietta rosa con la foto della sua «bimba» stampata sul petto. Il collaboratore di giustizia Vincenzo Marino sta parlando da un’ora e mezza e guardando fisso negli occhi Innocent Oseghale rintanato tra l’interprete e uno dei suoi difensori scandisce: «Mi ha detto che cominciò a sezionarla partendo da una gamba, penso da un piede perché lui, Oseghale, quando dice gamba intende tutto. Pamela si mosse, si lamentava allora lui le dette un’altra coltellata al fegato per finirla e poi continuò a farla a pezzi». La mamma di Pamela geme, sussurra stringendo forte suo fratello, Marco Valerio Verni, l’avvocato che difende la parte civile, «mia figlia ha vissuto questo orrore, io ci devo essere qui per riviverlo con lei, per proteggerla». Marino ha proseguito: «Oseghale ha fatto tutto da solo; ha cominciato a farla a pezzi che lei ancora respirava, voleva nascondere il cadavere in un sacco grande, ma siccome non c’entrava ha continuato a tagliare, ma le ossa erano dure. Dopo l’ha lavata con la varichina per nascondere le tracce del rapporto sessuale e non far capire se era morta per la droga o per le coltellate». Pausa. Un silenzio che pare interminabile prima che il procuratore capo di Macerata, Giovanni Giorgio, ponga un’altra domanda.

La seconda udienza per l’omicidio di Pamela Mastropietro, uccisa il 30 gennaio 2018 a Macerata (e il cui corpo fu trovato il giorno dopo in due trolley abbandonati lungo una strada), per cui è imputato il solo Innocent Oseghale, il nigeriano che si autoaccusa solo dello squartamento, era cominciata alle 9 del mattino con Vincenzo Marino, collaboratore di giustizia, protetto da un paravento. L’avvocato Marco Valerio Verni chiede di rinviare a quando sarà di nuovo concesso al collaboratore di giustizia il regime di protezione. Ma la corte presieduta da Roberto Evangelista ha respinto la richiesta e Marino ha deposto a viso scoperto.

Comincia così il racconto del collaboratore che ricorda di aver incontrato Oseghale il 6 luglio (farà confusione sulla data) nel carcere di Ascoli Piceno, apostrofandolo come macellaio. Dopo qualche tempo, spiega Marino, Oseghale lo avvicinò e iniziò a confidarsi con lui chiamandolo «zio» per rispetto. Gli consegnò anche un biglietto con la richiesta di vestiti. Marino ha ripetuto per filo e per segno tutto quello che c’è scritto nei verbali delle sue precedenti deposizioni. Pamela incontrò il nigeriano la mattina del 30 gennaio ai giardini Diaz – a Macerata – dove stava aspettando un cliente al quale vendere marijuana. Pamela gli chiese una sigaretta e gli domandò se avesse eroina. Oseghale non ne aveva, ma poteva trovarla. Pamela a quel punto per ingraziarselo ebbe – dice testualmente Marino – «un atto sessuale con lui». Il procuratore Giorgio insiste: «Che atto?». Marino: «Un atto consenziente». Giorgio vuole i particolari, Marino prima indica la bocca, poi sbotta «Ma ci sono delle femmine…». Ma il pm vuole andare fino in fondo mentre Alessandra Verni continua a tremare. «Un bocchino», sbotta il collaboratore e Giorgio: «Ah, benissimo!». Marino afferma che a portare l’eroina fu Desmod Lucky (un altro nigeriano ora in carcere per droga, ma uscito dal caso Mastropietro) e che i tre andarono a casa di Oseghale in via Spalato. Qui i due nigeriani cercarono di avere un rapporto a tre con Pamela che si ribellò, ma dopo che lei aveva assunto l’eroina, Desmond provò a violentarla. Lei lo respinse e Lucky la colpì con uno schiaffo tramortendola e se ne andò. Oseghale provò a rianimarla, poi la spogliò ed ebbe un «rapporto sessuale completo con la ragazza». Marino – che già aveva fornito un particolare inedito: Pamela aveva pagato la droga con una collanina d’argento che le aveva regalato sua madre – aggiunge: «Oseghale mi ha detto che era bianca e minuta, che aveva dei nei sulla schiena e sul seno e che mentre lui gli era sopra lei aveva gli occhi bianchi». Ma Pamela, ripresasi, cerca di scappare e minaccia denunciare il nigeriano. Oseghale cerca di fermarla, le dà una pedata, lei lo grafia al collo e quel punto lui le sferra una prima coltellata al fegato. Marino ha voglia di dire altro. Prova a parlare della mafia nigeriana, ma il procuratore Giorgio lo frena. In serata si scoprirà che altri due uomini sono stati iscritti nel registro degli indagati per violenza sessuale, approfittando dello stato di «minorata difesa» della giovane. Tocca a un secondo teste: Stefano Giardini, compagno di cella di Oseghale, che si proclama il vero «zio» del nigeriano. Giardini, ex sottoufficiale della Finanza, racconta che conoscendo l’inglese parlava con Oseghale, di cui voleva scrivere il memoriale. Cerca di far passare per mitomane Marino, anzi lo dice chiaro, ma poi raccontando la versione che il nigeriano gli ha fornito non si discosta molto da quella del «pentito». Compreso il fatto che Oseghale a squartare Pamela ha iniziato dal piede. «Lui era sicuro», ha detto Giardini, «che la ragazza fosse morta, ma ha cominciato dal piede perché semmai si fosse rianimata…». Durante l’udienza però si scopre che Umberto Gramezi, uno dei due difensori di Oseghale, che ha un nutrito collegio con un altro avvocato, Simone Matraxia, e quattro periti che nessuno sa da chi e come vengono pagati, è anche avvocato di Giardini. Ma nessuno ci fa caso. Mentre Alessandra e Marco Valerio Verni se ne vano stretti l’una all’altro nell’aria resta come una nebbia d’angoscia: «Ha cominciato a tagliarla che era ancora viva».

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