Ma gli appartenenti alla forza pubblica possono sbagliare, nel loro lavoro, come chiunque altro, oppure no? E le vittime degli eventuali errori da loro commessi sono da mettersi tutte sullo stesso piano oppure no?
Appare lecito porsi tali domande a fronte del putiferio politico e mediatico sollevato ultimamente dal caso del marocchino Abderrahim Fakir, morto per cause ancora sconosciute in coincidenza con l’azione di contenimento che si era resa necessaria nei suoi confronti da parte della pattuglia di polizia intervenuta a seguito della segnalazione dei comportamenti violenti da lui posti in essere.
Un putiferio del tutto analogo a quello – per citare solo il più noto – prodotto dal caso del tunisino Ramy Elgaml, morto per una caduta dal motociclo condotto da un suo connazionale che cercava di sottrarsi all’inseguimento da parte di una pattuglia dei carabinieri, dopo aver forzato un posto di blocco.
In casi come questi ai malcapitati poliziotti o carabinieri è addebitabile, al massimo, solo la mancata osservanza di regole di comune prudenza e diligenza ovvero di altre specifiche regole alle quali essi debbono attenersi nell’esercizio delle loro funzioni. Un tipo di condotta, quindi, sanzionabile penalmente, qualora ne derivino eventi dannosi, a solo titolo di colpa.
Così com’ è sanzionabile solo a titolo di colpa la condotta, ad esempio, di un medico chirurgo che, violando anch’egli regole di comune prudenza e diligenza ovvero quelle dettate per l’esercizio della sua professione, provochi la morte o altri danni fisici a taluno dei suoi pazienti.
Eppure, verificandosi un tale evento, la cosa non dà luogo, normalmente, a clamori mediatici e meno che mai a dispute e polemiche politiche. Nessuno promuove manifestazioni di piazza all’insegna della richiesta di «verità e giustizia» per la vittima (quale che sia la sua nazionalità) dell’errore medico, né si pensa che di esso qualcuno debba rispondere politicamente.
Tutto il contrario di quello che, invece, avviene, quando, a parità di eventi dannosi, la causa degli stessi risieda nell’errore che, più o meno fondatamente, si ritiene addebitabile ad un appartenente alla forza pubblica e, per sovrappiù, la vittima sia un immigrato.
Eppure, a ben vedere, tanto l’attività del medico quanto quella dell’appartenente alla forza pubblica hanno un elemento in comune: quello, cioè, di essere entrambe caratterizzate da un ineliminabile margine di rischio per quanti siano destinati a esserne oggetto. Il medico, infatti, deve decidere la somministrazione di farmaci (quasi tutti potenzialmente anche dannosi) ovvero l’effettuazione di interventi manomissivi sul corpo del paziente e non può sottrarsi a tale compito nonostante che, nell’adempierlo, egli possa incorrere in errore del quale sarà chiamato a rispondere.
Analogamente, l’appartenente alla forza pubblica, avendo tra i suoi compiti istituzionali quello di usare, quando necessario, la forza per ridurre all’impotenza quanti rappresentino un pericolo attuale per altri o, in genere, per l’ordine e la sicurezza pubblica, deve accettare, adempiendolo, il rischio che da un errore nell’uso della forza derivino danni dei quali egli sia poi chiamato a rispondere. Perché, dunque, nel suo caso, l’errore, se c’è, diventa materia di acceso dibattito politico e pretesto, addirittura, per disordini di piazza, mentre ciò non avviene nel caso dell’errore medico?
Per rispondere occorre partire dalla considerazione che esiste, in Italia come altrove, una piccola ma rabbiosa e determinata frangia di popolazione (anarchici, «antagonisti», «black bloc» e simili) perennemente animata da quello che Alessandro Manzoni definì il «maledetto gusto del soqquadro».
Per essa, quindi, chi è preposto alla tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica è per ciò stesso, il nemico naturale da combattere in tutti i modi, tanto con la violenza di piazza quanto con la criminalizzazione giudiziaria.
Molto più ampia è, però, la fascia di popolazione nella quale, pur ammettendosi, in linea di principio, che l’ordine e la sicurezza pubblica sono beni da tutelare, è presente la tendenza – derivante da una stratificata cultura di matrice veteromarxista – a ritenere che quando si tratti di violenze poste in essere da soggetti che si trovino in situazioni ora comunemente definite di «disagio sociale» – tra i quali soprattutto dovrebbero annoverarsi gli immigrati – la relativa responsabilità gravi in qualche modo sull’intera società che quelle situazioni non abbia saputo prevenire o, una volta createsi, eliminare.
Di qui un latente senso di colpa collettiva per effetto del quale l’intervento della forza pubblica per mettere fine a quel tipo di violenze viene ad essere percepito, pur quando se ne riconosca, a malincuore, la necessità, come un qualcosa di cui ci si debba, in fondo in fondo, vergognare. E di qui anche il facile passaggio alla inaccettabilità e inescusabilità degli errori nei quali gli appartenenti alla forza pubblica possano essere incorsi.
Né, a compensare tale fenomeno, possono bastare le pubbliche attestazioni di stima e solidarietà nei confronti delle forze dell’ordine da parte tanto delle autorità (quando se ne ricordano) quanto di comuni cittadini, venendo esse viste, dal dominante «establishment» mediatico-culturale ancor oggi orientato, in larga maggioranza, a sinistra, come null’altro che l’espressione di una gretta ed ottusa mentalità «securitaria» che indurrebbe a tollerare e perfino approvare violenze poliziesche in quanto ritenute utili alla egoistica salvaguardia della propria tranquillità.
Quello che occorrerebbe, più che una totale neutralizzazione, assai difficile, delle piccole frange estremistiche e ribellistiche della popolazione sarebbe un deciso superamento dell’ingiustificato e, ormai, anche anacronistico, senso di colpa di cui si è detto e dal quale nascono tanto l’indulgenza nei confronti delle violenze sistematicamente poste in essere da quelle stesse frange quanto l’intransigenza nei confronti degli errori, veri o presunti, addebitabili alle forze dell’ordine che hanno il compito di fronteggiarle.
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