Lo speciale contiene due articoli
È stata più o meno di questo tenore la comunicazione tra Matteo Renzi e suo papà Tiziano, quando l’ex premier è stato avvertito della presenza dei giornalisti sotto la caserma dove i genitori, il padre e la madre Laura Bovoli, stavano per essere interrogati come indagati per l’emissione di due fatture da quasi 200.000 euro. Poco dopo era già pronta la nota con cui lo stesso Tiziano Renzi annunciava al mondo la sua decisione di tacere davanti agli inquirenti. Una comunicazione che è stata pubblicata anche sulle tre edizioni del Quotidiano Nazionale. Infatti Tiziano, o chi per lui, ha comprato una pagina di Qn intitolata «Dichiarazione di Tiziano Renzi: stop allo stillicidio, chiedo di essere processato ovunque». Un’apparente disponibilità al confronto giudiziario che in realtà rivela una nuova strategia fondata sul catenaccio e sul rinvio alle calende greche di ogni concreto confronto sui fatti. Come se un allenatore annunciasse calcio spettacolo schierando 10 difensori di ruolo. Una decisione, questa, che non può essere stata presa in solitudine dal babbo dell’ex segretario Pd. Per rendersene conto basta ricordare che il figlio Matteo, il 25 dicembre 2016, via sms, gli aveva ordinato di difendersi nei tribunali e non sui media. Ma l’altro ieri il rischio era troppo grande per chi come Renzi, nonostante la sconfitta elettorale, punta ancora a fare il mazziere nella partita a poker per il governo.
Nella sua testa, i quotidiani di venerdì 23 marzo avrebbero potuto riportare i resoconti sull’interrogatorio dei suoi genitori e informare i lettori sulla gravità delle prove in mano ai magistrati, proprio nel suo primo giorno da senatore a Palazzo Madama. Un pericolo che in casa dell’ex Rottamatore hanno preferito non correre.
La firma di Matteo sotto la nota emerge in filigrana anche per altri particolari. Per esempio, giovedì sera l’ex segretario del Partito democratico ha rilanciato sul suo blog il comunicato del babbo e l’ha chiosato con queste parole: «Mio padre chiede di essere processato subito in tutti i procedimenti che lo riguardano. Processato in tribunale, non sui giornali. La sua tesi è: prima si fa il processo, prima viene fuori la verità». Un sostegno pieno e completo della scelta di Tiziano. Oltre ai messaggini di Natale e alla enews c’è un terzo indizio che, come si dice, fa la prova. Giovedì mattina, Tiziano aveva concesso un’intervista al Foglio e in essa aveva dato la sua versione sulle false fatture. Un’autodifesa accorata di cui il babbo aveva parlato con i più stretti collaboratori. Nel pomeriggio sul sito del quotidiano diretto da Claudio Cerasa, però, viene presentata come intervista esclusiva la nota che l’avvocato Bagattini stava diramando ad agenzie e giornali. In pratica il legale con quel comunicato stava bruciando le dichiarazioni che erano state rilasciate al Foglio solo poche ore prima. In pratica la conferma che la decisione di non rispondere ai magistrati non era stata presa da Tiziano, il quale, anzi, al mattino, sembrava combattivo e pronto alla pugna con gli inquirenti. Matteo, sconfitto alle elezioni, evidentemente non si fidava della versione che il padre era pronto a consegnare agli inquirenti e ha preferito mandarlo allo scontro frontale con i pm. Proprio lui che il giorno di Natale del 2016, in piena bufera Consip, aveva consigliato al genitore di difendersi davanti alle toghe e «non sui media, diventando una macchietta».
Quindi aveva aggiunto: «Su Facebook non ti iscrivi. Nel modo più assoluto (…) finché io sono un personaggio pubblico, tu per cortesia evita ogni stronzata, come quella di aprire un account Facebook. Querela chi vuoi querelare, ma non fare cazzate. Grazie». Una linea mantenuta sino a ieri. Quando, evidentemente, la strategia di Matteo è completamente cambiata e l’ipotesi «macchietta» non è parsa più intollerabile. Probabilmente perché nella vicenda delle false fatture la strada per la difesa sembra molto stretta e l’ex premier non si senta più tranquillo come quando controllava le stanze dei bottoni e i suoi collaboratori supervisionavano il lavoro di Procure e investigatori (con tanto di decreti ad hoc).
Su Internet l’ex sindaco di Firenze ha persino evocato in surplace l’idea del complotto, ricordando che i guai giudiziari delle persone a lui vicine sono iniziati quattro anni fa, quando è diventato premier, e ha aggiunto sibillino: «Molti di voi hanno seguito le vicende che hanno riguardato mio padre anche perché fortunatamente non sono molti i casi in cui pubblici ufficiali si rendono protagonisti di una operazione sistematica di falsificazione delle prove».
Tuttavia i magistrati sino ad oggi hanno sempre trattato babbo Renzi con giusto garantismo, se non con i guanti. Da tempo la Procura di Firenze depista i cronisti, segreta le iscrizioni, cambia i luoghi degli interrogatori da un minuto all’altro per evitare che gli indagati incrocino i giornalisti. E lo fa con tale zelo che a ottobre i trombettieri di Renzi poterono contrabbandare come fake news gli scoop della Verità sulle inchieste fiorentine.
Inoltre Tiziano nella sua nota ha dimenticato di ricordare ai lettori che a informare La Verità sulle inchieste che lo riguardano non sono stati gli inquirenti, ma importanti petali del Giglio magico. Per esempio è stato lo stesso Renzi senior a rivelare l’esistenza dell’indagine sulle false fatture all’amico imprenditore Andrea Bacci e a chiedergli di riferire al coindagato Luigi Dagostino la propria versione. Un telefono senza fili che, a quanto ci risulta, avrebbe funzionato. Come a inizio ottobre, quando Tiziano ha saputo di essere controllato dal pm Henry John Woodcock e dai carabinieri del Noe. Anche in quel caso demmo la notizia in anteprima e ad informarci furono sempre esponenti del cerchio ristretto dei renziani. Dunque non le Procure, tanto meno quella di Firenze. E che l’ufficio guidato da Giuseppe Creazzo sia prudente lo conferma l’andamento su alcune inchieste, come quella sulla casa presa in affitto per Matteo Renzi da un amico imprenditore. Giovedì pomeriggio, quando i genitori di Renzi hanno saputo della presenza dei fotografi davanti alla caserma del Nucleo di polizia tributaria di Firenze di via Cocchi hanno subito ottenuto di essere ascoltati in via Valfonda, dove ha sede il comando regionale delle Fiamme gialle. Ma durante lo spostamento, Tiziano, che è un esperto di marketing editoriale, di concerto con il figlio ha avuto l’alzata di ingegno. Anziché replicare alle domande (imbarazzanti) dei pm, ha deciso il colpo di teatro, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Un’ambasciata che è stata delegata all’avvocato Federico Bagattini. Alla fine la pm Christine von Borries, spostata da una caserma all’altra come una pallina da flipper, non è nemmeno stata degnata di un saluto da parte dei due indagati. Quindi è stata diramata la nota che è stata inviata in tempo quasi reale pure ai giornali del gruppo Riffeser, lo stesso per cui lavorava come distributore babbo Tiziano e a cui Matteo non ha mai disdegnato di concedere interviste importanti nei passaggi cruciali della sua carriera. Alla fine il comunicato è diventato un’intera pagina di giornale. Preparata e stampata nello spazio di poche ore. Uno sfogo in cui si poteva leggere questa frase: «D’ora in avanti ho deciso che in tutti i procedimenti in cui sono coinvolto mi avvarrò della facoltà di non rispondere. Non ho niente da temere, non avendo commesso alcuno dei reati che mi sono stati contestati. Ma voglio essere processato davanti alla Giustizia italiana per ciò che ho fatto, non sui giornali per il cognome che porto».
Risultato: ieri a Roma è stato avvistato in Procura l’avvocato Bagattini. Proprio nelle ore in cui, a quanto ci risulta, era previsto un nuovo interrogatorio per Tiziano Renzi. Ma forse anche in questo caso il legale ha comunicato ai magistrati il nuovo orientamento: bocche cucite.
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