«La Corte fa politica. Ora il Parlamento dovrebbe reagire»
  • Il giurista Alfredo Mantovano: «La Consulta riscrive le leggi pur sapendo che non può. I giudici non sono eletti, ma si reputano i “sensori” della società».
  • A Milano, invasione dei contromanifestanti, con fumogeni e insulti a Simone Pillon e Matteo Salvini. Interviene la polizia.

Lo speciale contiene due articoli.

È critico, Alfredo Mantovano, magistrato, ex sottosegretario all’Interno e vicepresidente del Centro studi Livatino: non condivide le «invasioni di campo» della Consulta.

È anomalo che il presidente della Corte costituzionale commenti l’attualità con i giornalisti, con tanto di endorsement per il ddl Zan?

«Tutto sommato, Giancarlo Coraggio ha parlato in un’occasione pubblica, alla presenza della stampa. Questo è l’aspetto che colpisce di meno».

Qual è quello che colpisce di più?

«Nel comunicato di rettifica rivolto alla Verità, si legge che “la Corte non può creare nuove figure di reato o ampliare i confini di quelli esistenti”».

Ed è vero.

«Peccato, però, che abbia fatto esattamente questo».

Quando?

«Ad esempio, nel caso Cappato: la Consulta ha aggiunto un comma all’articolo 580 del Codice penale, sull’aiuto al suicidio. Basta leggere il dispositivo di quella sentenza: la nuova norma penale c’è. E qualcosa di analogo si scorge nella sentenza sull’ergastolo ostativo».

Dunque?

«Il comunicato sulla Verità dice quello che la Corte dovrebbe fare. Solo che la Corte fa tutt’altro».

Nella relazione di Coraggio, si dice che, nel caso in cui il legislatore non intervenga a tutela dei «nuovi diritti», la Corte non potrebbe «restare inerte». Se ne deduce che la Consulta stessa si arroga il diritto di fare una legge. O no?

«Questo è quello che capisco anch’io. Il ragionamento mi pare sia il seguente: in passato, quando rilevavamo un’anomalia nell’ordinamento, che non giustificava una pronunzia d’illegittimità, noi della Corte ci fermavamo là. Ora, poiché siamo i sensori della coscienza sociale, allora, in presenza di diritti che meritano tutela, ci spingiamo oltre».

Già Marta Cartabia, predecessore di Coraggio, scriveva che le Corti dovrebbero avere «una funzione dinamizzante dell’ordinamento». La nostra Costituzione, però, non attribuisce tale compito alla Consulta. Com’è possibile che questa filosofia sia entrata nella Corte costituzionale?

«È un percorso che comincia da lontano. Almeno da trent’anni. Ed è frutto di una teorizzazione esplicita, in saggi e convegni, anche da parte di precedenti presidenti della Consulta».

Quali, in particolare?

«Penso a Gustavo Zagrebelsky, a Paolo Grossi, o alle dichiarazioni dell’immediato predecessore dell’attuale presidente Coraggio, Mario Morelli. Il quale aveva inaugurato il suo breve mandato affermando che i diritti della persona non sono solo quelli indicati dalla Costituzione, “ma tutti quelli che emergeranno dalla coscienza sociale, con carattere di analogia ai diritti fondamentali”».

Chi è, però, a decidere cosa emerge dalla coscienza sociale?

«Appunto: sempre la Consulta. Perciò, prima, le dicevo che sta emergendo l’idea del giudice delle leggi come “sensore sociale”».

Si spieghi.

«Il pensiero è il seguente: io, giudice, mi sono formato con precisi riferimenti ideali – non voglio dire ideologici – e, su questa base, ritengo che il corpo sociale abbia determinate esigenze. Solo che l’interprete di tali esigenze del corpo sociale è chi, dal corpo sociale stesso, riceve i voti per decidere. I giudici della Corte costituzionale, invece, non sono eletti dal popolo. Sta qui il cortocircuito: c’è un’autoinvestitura come sensori sociali, mentre la Costituzione delimita il perimetro dell’intervento della Corte».

Che ne pensa del metodo della «incostituzionalità prospettata»? La Consulta argomenta: noi chiediamo al Parlamento d’intervenire, perché se ci limitassimo a cassare una norma, creeremmo disarmonie nel sistema. Ma dove sta scritto che la Corte deve preoccuparsi di questo e, conseguentemente, indirizzare ultimatum al legislativo?

«Non sta scritto da nessuna parte. Però c’è da dire che se la Corte può permettersi queste “invasioni di campo”, è anche perché il Parlamento non reagisce».

Che dovrebbe fare?

«Mi sarei aspettato che, già dalla vicenda Cappato, il Parlamento si fosse riunito per dire: cara Corte costituzionale, organizzo un dibattito dando peso alla tua ordinanza, ma ti rivolgo a mia volta l’esortazione a mantenerti nei limiti delle tue prerogative. Qui ci sfugge un punto».

Quale?

«Che tra le scelte che un Parlamento può compiere e che rientrano nella sua sovranità, espressione della sovranità del popolo, c’è anche quella di non legiferare su una certa materia. Ripeto: mi stupisce che il Parlamento non rivendichi la pienezza delle sue funzioni. Se oggi interviene la Corte costituzionale sul suicidio assistito, domani intervengono le sezioni unite della Cassazione sull’omogenitorialità, alla fine le leggi le fanno i giudici nelle Corti, anziché i rappresentanti eletti in Aula».

Coraggio ha parlato dell’urgenza di tutelare i «nuovi diritti». E quelli vecchi? Con la scusa della pandemia, non se la passano benissimo…

«In uno stato d’eccezione, è ammissibile la compressione di diritti costituzionalmente fondati. Ma tale compressione deve incontrare limiti di tempo e di bilanciamento e, comunque, prevede un’azionabilità in caso di superamento di quei limiti. Diversi giudici amministrativi e ordinari hanno sollevato la questione. Sarebbe opportuno che essa arrivi all’esame della Consulta».

Lei ha curato un saggio molto acuto, Legge omofobia: perché non va. La proposta Zan esaminata articolo per articolo. Solo che la Feltrinelli non lo ha messo sugli scaffali delle sue librerie.

«Già da qualche settimana segnalavano a me e ad altri autori che il testo non era presente nei punti vendita Feltrinelli. L’altro giorno, io e altri amici del Centro studi Livatino abbiamo condotto personalmente una verifica nelle principali città italiane. In effetti, il libro non c’era».

E poi?

«L’editore ha contattato il distributore Messaggerie, che a sua volta ha chiamato in causa le librerie Feltrinelli. Le quali hanno confermato che il libro non era nei negozi».

Hanno spiegato perché?

«No. Hanno chiesto scusa e ora ci aspettiamo che a breve il testo sia disponibile».

Nel frattempo, il volume era acquistabile online. Non sarà stato semplicemente un incidente?

«Se fosse stato un incidente, non avrebbero chiesto scusa. Chiamiamolo ostruzionismo commerciale, chiamiamolo censura…».

Addirittura?

«Ero contento che, ai primi di aprile, fosse stata abolita la censura sui film. E ora mi ritrovo protagonista di un Ultimo tango alla Feltrinelli».


Da non perdere

Cari uomini in divisa, ma chi ve lo fa fare?
Giustizia

Cari uomini in divisa, ma chi ve lo fa fare?

Ma chi ve lo fa fare? Dico a voi, uomini in divisa, poliziotti, carabinieri, vigili urbani come Francesco Imprezzabile, morto l’altro giorno a 39 anni mentre inseguiva un albanese, con precedenti nel curriculum e droga in tasca, che aveva forzato…