Trump alza la voce con il Cremlino:  «Tregua o conseguenze devastanti»
Donald Trump (Ansa)
  • Mosca resta cauta sulla proposta di cessate il fuoco uscita dai colloqui di Gedda, ma il tycoon preme forte: «Dite sì o ci saranno nuove sanzioni». In cambio di disponibilità, Washington aiuterebbe la Russia in Siria.
  • Nonostante le recenti mattanze degli sgherri del nuovo governo, l’Ue ospiterà il ministro degli Esteri di Al Jolani in un evento in cui si vaneggia ancora di «transizione inclusiva».

Lo speciale contiene due articoli.

È una fase delicata quella che sta attraversando il processo diplomatico relativo alla crisi ucraina. Dopo aver convinto Kiev ad accettare un piano per il cessate il fuoco durante i colloqui di Gedda, l’obiettivo dell’amministrazione Trump è adesso quello di far sì che Mosca dia a sua volta l’ok a questa proposta. Una proposta, rispetto a cui ieri il Cremlino si è mostrato significativamente cauto: ha fatto sapere che Mosca sta studiando con attenzione le dichiarazioni successive ai colloqui ucraino-americani in Arabia Saudita, aggiungendo di essere in attesa di ulteriori dettagli da Washington.

Non a caso, nella serata italiana di ieri, la Casa Bianca ha reso noto che l’inviato speciale degli Usa per il Medio Oriente, Steve Witkoff, si recherà a Mosca in settimana e che il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Mike Waltz, aveva avuto una conversazione con il proprio omologo russo. In questo quadro, Donald Trump ha detto ieri di sperare che possa arrivare l’ok dalla Russia per un cessate il fuoco. In caso contrario, il presidente americano si è detto pronto a delle ritorsioni «finanziarie» ai danni di Mosca. «Potremmo fare cose molto negative per la Russia. Sarebbe devastante per la Russia. Ma non voglio farlo perché voglio vedere la pace», ha affermato. Un punto di dissidio sarebbe rappresentato dagli armamenti all’Ucraina. Ieri sera, Bloomberg riferiva di indiscrezioni, secondo cui il Cremlino sarebbe disposto ad accettare una tregua, ma a condizione che gli Stati Uniti fermino la fornitura di armi a Kiev: fornitura che, insieme alla condivisione del materiale d’intelligence, era stata ripristinata l’altro ieri, dopo l’incontro di Gedda.

Nel frattempo, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha reso noto che, durante i colloqui sauditi, Washington e Kiev hanno discusso di possibili «concessioni territoriali» nell’ambito di un eventuale accordo di pace tra Ucraina e Russia. Dall’altra parte, Rubio ha sottolineato che, una volta raggiunta un’intesa, si discuterà anche della capacità di deterrenza da parte di Kiev. «L’Ucraina può creare un deterrente sufficiente contro future aggressioni, contro futuri attacchi, contro future invasioni? Perché ogni Paese del mondo ha il diritto di difendersi e nessuno può contestarlo», ha detto, per poi proseguire: «Quindi questo dovrà certamente essere parte della conversazione. Ma ripeto, non c’è una pace da garantire finché non si ha una pace. Ma non c’è modo di avere una pace duratura senza che la deterrenza ne faccia parte». Rubio ha comunque escluso che la crisi ucraina possa avere una «soluzione militare» e ha aperto alla possibilità che il cessate il fuoco possa essere monitorato attraverso l’impiego di «satelliti commerciali». Dal canto suo, Volodymyr Zelensky ha definito «molto positivi» i colloqui di Gedda, auspicando inoltre delle «misure forti», qualora Mosca dovesse rifiutare il cessate il fuoco.

Premesso che il quadro è ancora in evoluzione, l’obiettivo di Trump è quello di convincere il Cremlino ad accettare la proposta di tregua sia mettendolo sotto pressione con delle minacce sia facendo leva sulla debolezza russa in Siria: la caduta di Bashar Al Assad ha inferto infatti un duro colpo all’influenza di Mosca sul Paese a netto vantaggio di Ankara. Il presidente americano punta quindi a uno scambio con Vladimir Putin: aiutare il Cremlino a recuperare terreno in Siria, ottenendo in cambio un ammorbidimento russo sul fronte ucraino. Trump, insieme a israeliani e sauditi, non vede di buon occhio il rafforzamento della Turchia, seguito all’ascesa di Mohammed Al Jolani a Damasco. E il contenimento in funzione antiturca nello scacchiere mediorientale è sicuramente benvisto dai russi. Inoltre, Ankara è sempre più irritata per il crescente peso detenuto da Riad sia nel processo di pace ucraino sia nella distensione tra Washington e Mosca.

Guarda caso, ieri Recep Tayyip Erdogan ha auspicato, con la benedizione di Donald Tusk, che possa essere la Turchia a ospitare i colloqui tra ucraini e russi. Il sultano è ostile agli Accordi di Abramo e al piano di Trump per Gaza: un piano che è apprezzato dagli israeliani e che, nonostante le critiche a livello ufficiale, è di fatto spalleggiato dagli stessi sauditi. L’obiettivo dell’asse tra Washington, Gerusalemme e Riad è quello di coinvolgere anche Mosca, in funzione antiturca, tanto nel piano per Gaza quanto nel rilancio degli Accordi di Abramo: un coinvolgimento che passerebbe, come detto, attraverso un recupero dell’influenza del Cremlino in Siria, oltre che tramite una mediazione russa tra Washington e Teheran per negoziare un nuovo accordo sul nucleare iraniano. Insomma, Trump sta cercando di convincere Putin ad accettare un percorso diplomatico in Ucraina, promettendogli in cambio dei benefici in Medio Oriente. E infatti a essere atteso in Russia è l’inviato americano per il Medio Oriente, Witkoff, e non quello per l’Ucraina, Keith Kellogg.

Il fine ultimo del presidente americano resta comunque quello di sganciare il più possibile Mosca da Pechino. Una strategia che la Cina ha capito e che sta cercando di contrastare. Ieri, la Repubblica popolare ha reso noto che domani ospiterà dei colloqui sul nucleare con Iran e Russia. Inoltre, lunedì, Pechino, Mosca e Teheran hanno avviato delle esercitazioni navali congiunte nel Golfo di Oman. Il Dragone contende agli Usa l’influenza sul Medio Oriente perché ha capito che è proprio tramite il Medio Oriente che Trump punta a incunearsi nei rapporti sino-russi.

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